Consigliere Alesse, Lei ha ricoperto importanti incarichi istituzionali all’interno dello Stato. Ricordiamo, da ultimo, quello di Presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Da esperto del settore, quale è lo stato di salute della nostra pubblica amministrazione?

La pubblica amministrazione continua ad attraversare una fase di transizione al massimo ribasso, dal momento che le sue esigenze strutturali sono state ignorate per molto tempo dal legislatore di turno che, un po’ per incompetenza, un po’ per la difficoltà oggettiva del sistema, non riesce più a varare uno specifico e limitato piano di riforme strutturali il cui unico obiettivo deve essere quello di dare una definitiva stabilità normativa all’intero comparto della pubblica amministrazione. C’è bisogno, in primo luogo, di una moratoria legislativa e di riflettere bene.

Eppure, negli ultimi anni, sono state approvate molte leggi di riforma dell’ordinamento sul pubblico impiego. Perché, secondo Lei, la situazione complessiva non è migliorata?

La pubblica amministrazione non vede, da oltre vent’anni, la terra promessa. I cambiamenti si sono susseguiti in modo convulso e velleitario, senza che si individuasse il punto finale di approdo. Le dirò una cosa: gli ultimi Governi, ad eccezione dell’attuale che è appena nato, non hanno saputo mettere da parte gli approcci ideologici e i sentimenti di rivalsa nei confronti della burocrazia, le cui responsabilità sono pari, se non addirittura inferiori, a quelle del legislatore, che attraverso un diluvio di norme improduttive, e per lo più contraddittorie tra loro, le ha attribuito, nel corso degli anni, eccessivi poteri discrezionali a danno del principio della certezza del diritto.

Come se ne esce da questa situazione di totale inflazione legislativa che soffoca la vita dei cittadini e delle imprese? In Italia, non investe più nessuno anche per questo motivo.

La pubblica amministrazione ha bisogno di riequilibrare il rapporto tra le molteplici manifestazioni del potere e i cittadini utenti, vittime di un sistema regolatorio a senso unico, che deve essere capovolto mediante una colossale opera di semplificazione e codificazione del nostro ordinamento, perché, come scriveva Tacito negli Annali, la Repubblica diventa corrotta quando le leggi sono moltissime. C’è da capire, fino in fondo, che questa è la madre di tutte le battaglie. La pubblica amministrazione è diventata solo un “adempimentificio”!

Ma la pubblica amministrazione sembra soffrire di tanti altri mali ancora. Penso all’autoreferenzialità dei burocrati, al policentrismo decisionale, alla lentezza delle procedure, e così via ….

Bisogna, allora, essere chiari una volta per tutte. Molte riforme fatte finora sono state un fallimento. Incominciamo a dire che l’esperienza complessiva della privatizzazione del pubblico impiego è stata un disastro, perché ha condizionato il potere autonomo della dirigenza che, soggetta alla disciplina degli incarichi a termine, tende, salvo eccezioni, ad essere prona ai frequenti cambi di maggioranza politica, in violazione dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento dei pubblici uffici. Pertanto, è fondamentale che il Governo attuale trovi il coraggio di invertire la rotta e di favorire l’immediato ritorno al regime di diritto pubblico nell’interesse non solo di tutta la classe dirigente dello Stato, ma, in sostanza, anche dello stesso vertice politico oggigiorno completamente in balia del potere gestionale esercitato dai burocrati di turno. Al ministero degli esteri, al ministero della difesa e a quello dell’interno, i rispettivi ministri se vogliono cacciare un ambasciatore, un prefetto, un militare lo fanno in un secondo, con un tratto di penna. Negli altri ministeri, pensi a quelli di spesa che gestiscono ingenti risorse finanziarie, questo non è possibile. I loro contratti di lavoro, una volta perfezionati, sono blindati e la politica non può fare niente, se non rischiando pesanti ricorsi di natura patrimoniale a suo danno, di fronte al giudice del lavoro.

Ma nei ministeri le direttive politiche impartite dai ministri non sono cogenti e presiediate dagli organismi indipendenti di valutazione delle performance dei dirigenti?

Ma si figuri! Altro fallimento. Ma Le pare che l’eventuale sanzione economica comminata ai dirigenti che non raggiungono gli obiettivi, fissati in sede di direttiva politica, può consistere soltanto in poche migliaia di euro in meno, detratte dal premio di produttività? Nei vari organismi di valutazione (ora, per fortuna, c’è un apposito albo da cui attingere) ci sono sempre finiti i raccomandati della politica. Gente che, talvolta, proviene dalle più svariate esperienze professionali, che non comprende affatto come funziona un ministero. Ma la pubblica amministrazione è una cosa seria e complessa. Noi dirigenti siamo chiamati, in primo luogo, ad applicare il principio di legalità durante l’esercizio del potere amministrativo. Occorrono grandi competenze giuridiche e tecniche per poter valutare l’operato della classe dirigente. Trovo davvero fantozziano pensare che gli utenti possano esprimere il loro punto di vista sull’attività dei singoli funzionari pubblici. E’ come chiedere ad un idraulico di entrare in sala operatoria e fargli praticare una tracheotomia.

Ma è impensabile che i dirigenti dello Stato non debbano rispondere delle loro azioni di fronte all’opinione pubblica.

Usciamo da questo mantra demenziale. L’opinione pubblica faccia l’opinione pubblica e giudichi la politica nella segretezza delle urne. I servitori dello Stato facciano i servitori dello Stato, pagando in prima persona se sbagliano. Piuttosto, però, si inizi dalla prima grande riforma organizzativa. C’è bisogno di battere la strada della selezione meritocratica. L’Italia non sembra più il paese in cui ci siamo formati. C’è la necessità di bandire concorsi pubblici altamente selettivi che permettano ai giovani preparati, e con la passione per le istituzioni, come avrebbe detto Tocqueville, di entrare nella amministrazioni centrali e periferiche dello Stato. Sa quale è l’età media dei pubblici dipendenti nei ministeri? E’ di circa 55/56 anni! E sa quanto guadagna, in media, il personale non dirigenziale? Neanche 1.500 euro. Una vergogna degna di un Paese non civile. Altro che lotta alla corruzione!

Le chiedo, infine, se non ritenga che la politica, in generale, non consideri la pubblica amministrazione come “terra di conquista”, come “luogo fisico” in cui esercitare il proprio potere assoluto.

Purtroppo, è stato sempre così, per certi versi. Si tratta di un fenomeno storico oggettivo, ora poi strettamente connesso al fatto che, intorno all’universo mondo dei partiti politici, gravano tante persone che non hanno un lavoro, totalmente inesperte che entrano negli uffici di diretta collaborazione dei ministeri per garantirsi uno stipendio momentaneo. Ma le istituzioni, anche se fortemente ridimensionate nel loro prestigio ed autorevolezza, continuano a resistere. E mi creda, è un bene che sia così, perché se crollassero pure loro vorrebbe dire che il Paese è su un crinale pericoloso, antitetico a quello delle garanzie giuridiche. Siamo tutti avvertiti.

G.B.


roberto alesse
Dr. Roberto Alesse

ROBERTO ALESSE, 54 anni, romano, è direttore generale di ruolo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 2011 al 2016, è stato Presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Attualmente, riveste l’incarico di direttore generale del personale del Ministero dell’Ambiente.