Rabbi Schneier pensava che, dopo la Shoah, non vi sarebbe stato alcun ritorno dell’antisemitismo, un virus che ha accompagnato la storia moderna dalla tarda antichità fino, appunto, ad oggi.

Rabbi Schneier pensava, da razionalista kantiano, che dopo l’evidenza dei fatti, non vi sarebbe stata alcuna persecuzione antiebraica, nel radioso futuro illuminato del XX secolo.

Invece i mostri rimangono vivi, dopo che la storia visibile li ha temporaneamente messi a riposo.

Ora, nel 2018, il cancro dell’antisemitismo, dice Rabbi Schneier, è ricomparso in Europa e negli Stati Uniti.

In America del Nord, ricordiamo, l’antisemitismo è presente da sempre.

Basti ricordare l’affaire Leo Frank del 1915, quando questo cittadino ebreo americano fu prima condannato a morte, poi la sua condanna, peraltro del tutto inverosimile, fu convertita in carcere a vita ma, anche da carcerato, Leo Frank fu portato fuori dalla sua gabbia da una massa di gente inferocita e impiccato.

Nel 1958, anche dopo la Shoah e la diffusione delle atrocità naziste contro gli ebrei, fu fatta saltare con la dinamite la più antica sinagoga di Atlanta.

I miti, soprattutto quelli dell’odio, non hanno bisogno di conferme né di smentite. Esistono, e basta.

Due anni dopo, ci fu ancora l’azione di un “suprematista bianco” contro una sinagoga di St. Louis, con l’uccisione di alcuni ebrei che uscivano dal luogo di culto.

Alan Berg, un intellettuale antirazzista, fu poi ucciso nel 1984, dopo alcune sue trasmissioni radiofoniche, nelle quali difendeva negri ed ebrei.

Non vi è argomentazione razionale che possa sconfiggere l’antisemitismo, il razzismo, l’odio etnico o anche personale.

Sono oltre sette i casi maggiori di antisemitismo violento negli Usa, negli anni tra il 1990 e il 2010, ma qui non si contano i numerosissimi altri atti di minore impatto.

L’antisemitismo è oggi ancora vivo, e addirittura aumenta in quantità e virulenza, basti pensare all’attacco contro la sinagoga di Pittsburgh dell’ottobre ultimo scorso.

Certo, dice rabbi Schneier, le fasi di turbolenza sociale, culturale ed economica sono sempre esiziali per gli ebrei, come dimostra tutta la storia dell’occidente; e quindi, nella crisi dell’Europa e in quella, diversa ma parallela, degli Usa l’aumento dell’antisemitismo è, purtroppo, prevedibile.

Hannah Arendt rifiutava, poco dopo la fine della Shoah, la teoria dell’antisemitismo come elaborazione del “capro espiatorio” ebraico, e ragiona spesso intorno al caso Rathenau, il grande imprenditore ebreo che fu ministro degli Esteri nella Repubblica di Weimar, assassinato da un estremista di destra.

Ricorda Elias Canetti che l’idea del suo straordinario “Massa e Potere” gli venne osservando le masse di lavoratori socialdemocratici che seguivano il feretro di Rathenau.

Qual è l’essenza della tesi della Arendt sul ministro degli esteri di Weimar?

Che gli ebrei erano, per posizione storica e ruolo, le “avanguardie della modernità” e, quindi, tutti quelli che odiano i valori del Moderno sono, ipso facto, antisemiti.

E’ in parte vero, ma la Arendt si dimentica di dire che l’antisemitismo è diffuso anche nelle società antiche (o arcaiche, come la Russia zarista dei pogrom) e che molti dei critici delle rivoluzioni settecentesche sono del tutto privi di tratti antisemiti.

E che il mondo moderno, come notavano sia Leo Strauss che il marxista Lukàcs, è peraltro l’organizzazione simbolica e sociale che più ha subito opposizioni durante la sua formazione che, forse, non si è ancora conclusa.

L’occidente della tecnica e della ratio calcolante non è ancora finito, ma la sua morte dipende dal suo eccesso, attuale e forse futuro, di antisemitismo, dato incredibile dopo la Shoah.

Ovvero, di memoria del suo passato arcaico e antimoderno, anche se il moderno stesso è stato antisemita, a suo modo.

E qui rabbi Schneier diventa chiarissimo: il futuro dell’Europa è direttamente legato alla fine dell’antisemitismo e del particolare odio antiebraico attuale, quello dell’antisionismo.

Il futuro dell’Europa, ma non dei soli ebrei europei o del complesso mondo dell’ebraismo nordamericano.

Criticare Israele e il suo governo è certamente possibile, come è possibile dissentire dal governo della Turchia o della Finlandia, ma non è certo una novità che la polemica contro lo stato ebraico sia legata all’aggettivo più che al sostantivo.

La storia di Israele è ormai legata, nella mente delle masse, al fatto, del tutto infondato, di una qualche sottrazione delle terre che, prima sarebbero appartenute, tutte, ai palestinesi.

Il sionismo fu legato, in modo del tutto razionale, alla reazione del popolo francese al processo Dreyfus, l’anno di inizio, peraltro, della infausta casta degli intellettuali, fortunatamente oggi irrilevanti.

E, per Theodor Herzl, era evidente la fine del rapporto razionale e civile tra Europa e mondo ebraico.

Tutto poteva crollare in un attimo, per l’ebraismo europeo. Le forze combinate della reazione al 1789 e del peggiore 1789 si erano riunite.

Vivere senza storia e nell’istante, come gli animali descritti da Nietzsche nella sua seconda Inattuale, è ormai la forma in cui l’occidente pensa sé stesso, la storia della nostra civiltà sembra finita e, quindi, non occorre più conoscere la storia, che è la base di manipolazioni infinite che oggi galleggiano ancora nella psiche di massa. E’, questa, la peggiore dimenticanza di noi stessi.

Inoltre, rabbi Schneier pone l’attenzione su un fatto a cui pochi avevano oggi pensato, chiusi nei loro paraocchi del politically correct o del banale computo dei voti elettorali: con l’immigrazione, soprattutto da paesi mediorientali o africani in cui è fortemente presente l’Islam, aumenterà di sicuro l’insicurezza degli ebrei europei e, per molti aspetti, quella di tutti i cittadini della UE.

L’integrazione, nella cultura liberale europea e americana, implica l’accettazione dell’altro e la richiesta gentile che l’altro si adatti alle nostre leggi, regolamenti, consuetudini.

Ma non ci sono solo le norme esplicite e scritte, almeno per quanto riguarda noi, gli eredi del diritto romano.

Occorre allora una accettazione, da parte dell’altro, del sostrato della nostra civiltà, che non è solo la banale “tolleranza” salottiera e illuministica, quel meccanismo in cui, come dicevano Adorno e Horkheimer, tutto è falso.

Ma qui occorre qualcosa di più profondo, che non potrà mai essere scritto e regolamentato.

La politica è una metafisica dove l’indicibile è quello che conta e che informa di sé tutto il resto.

Questo vale, naturalmente, anche per i cittadini ospitanti, che devono capire, nel senso profondo del termine, la alterità dell’altro, e quindi rispettarlo nel suo divenire altro; e mi scuserete qui questo gergo filosofico.

Quindi ancora, se pure una quota di immigrati è, per molti versi, inevitabile e si è già, comunque, realizzata, dobbiamo ricordarci che l’antisemitismo e l’antisionismo non sono i nemici dei soli ebrei, ma di tutta la nostra civiltà.

Non sfuggiva a questo criterio nemmeno il nazismo: esso era infatti una teoria politica, ma diremmo piuttosto una semplice prassi, legata a idee castali tipiche dell’Asia, dove peraltro il Terzo Reich trovò sostegno militare, economico, ideologico.

Dal Tibet all’induismo indiano, dalle sette islamiche dell’Asia centrale alle culture russe periferiche dell’antisemitismo, come i cosacchi, il nazismo ha puntato, elaborando tutti i miti suddetti, alla cancellazione totale dell’Europa e quindi alla sua “asiatizzazione”.

Quindi, antisemitismo nazista come lotta all’Europa e alla sua millenaria civiltà, non meno antica di quelle dell’Asia.

E non dimentichiamo l’economia: i capi nazisti, come hanno dimostrato i più recenti storici del terzo reich, pensavano di coprire, con l’”oro giudaico”, la loro crisi economica e fiscale.

Chi lotta contro l’antisemitismo e l’antisionismo è, ancora oggi, uno dei trecento alle Termopili, che salvarono l’unicum della sapienza greca da un grande impero asiatico che avrebbe equalizzato la civiltà marittima del Mediterraneo alle steppe dell’impero persiano, senza nessuna cultura che non sia quella dell’esaltazione dell’imperatore-dio. O della triste ripetizione degli “antichi”.

Che fu anche tipica di Roma, la sapienza imperiale, ma con la pluralità degli déi che già prefigurava il “politeismo dei valori” di weberiana memoria.

Certo, afferma ancora rabbi Schneier, i leaders europei sono ben attenti al risorgere dell’antisemitismo e dell’antisionismo, ma qui la questione non è dei capi, ma delle masse, che sembrano sempre più sedotte dall’odio, che è più complesso dell’amore ma è, come il maligno, un potentissimo seduttore.

Ma cosa è davvero l’antisemitismo, oggi?

Un fenomeno di massa, certamente. E questo preoccupa, perché i pregiudizi sono più duri da estirpare delle convinzioni razionali.

In Usa, oggi, gli ebrei sono il 5,5%.

Si tratta, è inutile spiegarlo qui, non di una razza, ma di un insieme di differenti etnie, unite da un credo omogeneo.

Tra l’11 e il 20% degli ebrei nordamericani sono peraltro “gente di colore”, quindi non solo neri.

Gli ebrei, comunque, vivono nel 70% delle nazioni attuali, dalle comunità ebraiche di Kaifeng in Cina agli ebrei indiani di varia origine mediorientale, fino alle aree a maggioranza ebraica in varie zone dell’America Latina.

E nemmeno dobbiamo accettare il mito, di origine antisemita, che gli ebrei siano i “ricchi” che dominano il mondo.

Secondo le più accreditate statistiche, i più ricchi al mondo, più della metà di essi, sono oggi di tradizione o fede cristiana, mentre ci sono più ricchi indù e musulmani che non ebrei.

Dai dati del 2015, si desume che, dei 13,1 milioni di persone definibili come globalmente “ricche”, il 56,2% sono cristiani, il 6,5% musulmani, il 3,9% sono Indù e l’1,7% ebrei.

Certo, il pensiero patologico, una vera e propria malattia mentale, che oggi definisce l’antisemitismo come “teoria della cospirazione” potrebbe dire che questi sono dati “truccati”.

No, sono dati reali tratti dalle dichiarazioni dei redditi dei paesi con il Pil rilevante al mondo.

Però, negli Usa gli ebrei sono il gruppo etnico-religioso che guadagna salari maggiori rispetto ad ogni altro gruppo similare.

E ci sono ancora molti poveri, poveri come gli ebrei che arrivarono a New York due o tre generazioni fa.

Il 45% dei bambini ebrei di New York, oggi, vive appena sotto la linea della povertà, mentre gli ebrei poveri sono il 26,4%, sempre negli Usa, rispetto a una media assoluta del 30,8%.

Tra il 1991 e il 2011 il numero degli ebrei poveri negli Usa è aumentato del 22%.

Quindi, non ha fondamento reale, ma certamente lo sapevamo già, il mito degli ebrei ricchi che, di nascosto, ordiscono le crisi economiche o le spoliazioni dei popoli goyim.

Ma dove nasce, storicamente l’antisemitismo? Probabilmente in Europa e, soprattutto, nell’ambito del cristianesimo popolare.

E non c’è differenza, qui, tra l’odio antiebraico protestante e quello cattolico.

Lutero, nel suo “Degli Ebrei e delle loro menzogne” usa una terminologia e degli argomenti che sembrano copiati da un manifestino di Goebbels.

Forse, tutto ha formalmente inizio con le leggi spagnole sulla limpieza de sangre nel 1600 e oltre, dopo peraltro il grande pogrom della Reconquista, che è peraltro contemporanea alla scoperta dell’America.

Gli ebrei scapparono, in quella fase, insieme agli islamici dalla Spagna “purificata” di Isabella di Castiglia dirigendosi all’Est, soprattutto nell’Impero Ottomano.

Fu ironica la lettera che il sultano di quel tempo scrisse ai Re Cattolici spagnoli: “vi ringrazio per avermi fatto arrivare qui tutti questi medici, mercanti, sapienti, matematici, di cui avevo bisogno”.

Poi, oltre allo specifico antisemitismo cattolico, dal quale ci ha definitivamente liberato San Paolo VI, ma soprattutto un altro Papa santo, Giovanni Paolo II, vi fu un antisemitismo laicista e legato alle ideologie scientiste, positiviste, razionaliste, che si sviluppano a partire dalla Rivoluzione Francese del 1789.

Una rivoluzione che, peraltro, ebbe subito rigurgiti irrazionalisti e antiscientifici: basti pensare al rifiuto arcadico della tecnica e del lavoro di fabbrica di Gracco Babeuf e della sua “congiura degli uguali” o al robespierrismo, quando i rivoluzionari tagliarono la testa proprio a Lavoisier, il fondatore della chimica moderna, al grido: “la repubblica non ha bisogno della scienza!”.

Qui operano già altri miti, all’apparenza più “razionali”.

Il razzismo darwiniano, l’eugenetica, l’anticomunismo americano, dove il comunismo è sostanzialmente la prassi dell’aiuto fraterno, poi la frenologia o l’antropologia fisica. O quello che si pensava che fosse.

E’ qui la base “scientifica” dell’antisemitismo hitleriano, e il “conduttore” sarà, fin dall’inizio, abbonato fedele alle pubblicazioni dell’”osservatorio sulla razza e sull’eugenetica” di New York, quello che stabiliva, peraltro, le quote annuali degli immigrati accettate dal governo usa.

Certo, confinare gli ebrei nei ghetti è anche una ottima prassi per eliminare concorrenti pericolosi, nel commercio o nelle professioni.

Sarà proprio quello che accadrà, in Italia, dopo le leggi razziali del 1938.

Quando l’occidente fiorisce, rinasce la libertà degli ebrei. Basti pensare alla Repubblica fiorentina dei Medici, a tutto il Rinascimento, al Risorgimento italiano, che vedrà poi una numerosa partecipazione ebraica, infine all’unità tedesca.

Peraltro occorre notare che gli ebrei del Medio oriente, prima della colonizzazione occidentale, vivevano senza particolari restrizioni o minacce.

Ma le sporadiche azioni antiebraiche erano, più o meno, nello stesso numero di quanto accadeva in Europa.

E’ quindi il caso di dire che fu proprio l’antisemitismo europeo, importato nelle colonie francesi o britanniche, a stimolare il latente e silente antisemitismo della popolazione locale.

Oggi siamo a una media di antisemitismo dichiarato, in tutto il Medio Oriente, del 98%.

Un problema culturale e politico di prima grandezza.

Se infatti un potente gruppo militante islamico come Hamas, che viene classificato oggi dalla UE e dagli Usa come “terrorista”, un gruppo peraltro espressione della Fratellanza Musulmana, dichiara nel proprio statuto di fondazione di credere al “Protocollo dei Savi di Sion”, vuol dire che c’è un problema di comunicazione tra la peggiore Europa e il più fanatico Medio Oriente, cosa che riguarda noi come gli islamisti della Striscia di Gaza.

I “protocolli” sono infatti un esempio cardine del nuovo e vecchio antisemitismo.

La pressione antisemita in Russia, dal 1880 al 1921, fu poi uno dei maggiori meccanismi che favorirono l’emigrazione ebraica negli Stati Uniti.

Per di più, tutto l’inizio del secolo Ventesimo fu un momento di estrema debolezza del sistema zarista russo, che il mito antisemita contribuì grandemente a bloccare e stabilizzare, fino all’operazione tedesca che favorì la pace di Brest-Litovsk e, quindi, il sostegno tedesco iniziale alla Russia boscevica.

Da una parte, il regime zarista accusò gli ebrei di tramare contro l’impero russo, dall’altra furono accusati proprio gli ebrei della grave crisi economica, oltre che della propaganda antizarista, che fu messa in conto agli ebrei sia per la parte rivoluzionaria, sia per quella borghese e filo-occidentale.

Ecco, la propaganda antisemita e antisionista sono legate insieme, elaborano gli stessi stilemi tradizionali in nuovi slogan, creano lo stesso meccanismo di identità fallace all’interno e di esclusione all’esterno per gli ebrei e i sionisti, ma oggi si dirigono soprattutto contro la politica dello stato di Israele. Che dobbiamo difendere.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France