In relazione, molto stretta, con la Belt and Road Initiative, il presidente Xi Jinping, nel maggio 2017, ha proposto la apertura annuale di una fiera commerciale che riguarda le importazioni in Cina.

 Segno che la “Iniziativa” è fortemente benefica per le economie asiatiche e europee che vi partecipano; ma segno anche che la Cina mantiene il suo tradizionale criterio di sviluppo, quello dell’equilibrio tra economia di mercato e controllo dello stato e, soprattutto, Pechino riafferma con la BRI e la Fiera il criterio della progressiva trasformazione in una economia aperta di tutto il sistema produttivo cinese.

 La Cina ha generato la sua crescita, colossale, con una grande, oggi impensabile in Occidente, quantità di investimenti pubblici.

 Organizzati soprattutto attraverso società pubbliche, talvolta meno profittevoli di quelle private ma, comunque, investimenti diretti verso obiettivi generali e nazionali.

 Il che ha prodotto un deficit pubblico elevato, anche per gli standard di sicurezza cinesi.  Allora, come si fa a equilibrare il deficit? Con le importazioni, come accade da sempre.

 Inoltre, la banca di emissione di Pechino ha sempre strettamente controllato la parità tra yuan e dollaro statunitense.

 Insomma, per il futuro, e questo è sotteso alla Belt and Road Initiative, la Cina utilizzerà meno esportazioni ma, per sostenere il mercato interno, farà in modo di importare di più. E così diminuirà anche il debito pubblico.

 Ecco il senso dell’opposizione durissima di Xi Jinping alle politiche mercantiliste e di chiusura dei mercati, attuate soprattutto dall’America di Donald J. Trump.

  La Cina vuole favorire la globalizzazione, soprattutto proprio ora che, secondo alcune statistiche, sta divenendo la prima economia mondiale.

  E’ questo il motivo primario, quindi, delle Fiere annuali, proposte da Xi Jinping per sostenere, favorire e migliorare la liberalizzazione completa delle imprese cinesi e dei mercati finanziari nazionali.

 Le importazioni dall’area della Belt and Road, peraltro, aumentano molto di più che le esportazioni. Segno che l’idea era giusta.

 E’ in questa direzione, e in collegamento con le Fiere annuali già programmate, che la Cina sta realizzando l’idea di Xi Jinping, il made in China 2025.  Esso è, come è noto, un piano per migliorare e aumentare il numero delle imprese hi-tech cinesi e delle altre tecnologie all’avanguardia.

 Un miglioramento e una riformulazione del progetto economico tradizionale di Pechino: far investire lo Stato, come nei migliori manuali keynesiani, nelle industrie di punta e liberalizzare rapidamente le aziende a media o bassa tecnologia, ovvero a tecnologia matura o addirittura in fase di obsolescenza.

 Ma le economie straniere potranno entrare, liberamente e ragionevolmente, nel mercato interno cinese, a tutti i livelli, godendo anche di tutte le opportunità di una economia che cresce, quando non va troppo bene, del 6,5% annuo.

 Peraltro, uno dei pilastri della nuova politica economica di Xi Jinping sarà quello di favorire gli investimenti esteri nel mercato azionario cinese; e anche questo sarà grandemente favorito dalle nuove Fiere annuali.

 Una economia guidata dai consumi e dai servizi, è questo l’obiettivo della Cina attuale.

  Una economia che passa dalla imitazione alla innovazione globale, e lo fa attraverso l’espansione dei consumi e la trasformazione della Cina in un mercato libero e evoluto, per beni ad alto valore tecnologico e commerciale.

 Ecco, ancora, una delle numerose motivazioni per la Fiera annuale.

 Ci sarà anche una evoluzione dei modelli di urbanizzazione: i nuovi agglomerati urbani verranno costruiti fuori dalle megacity, come la Xiong’an e la città alla foce dello Yangtze.

 Ed è proprio alla foce del grande fiume che, a Shangai, avrà luogo la prima Fiera degli esportatori.

  Ed anche i consumatori di nuovo tipo avranno “caratteristiche cinesi”.

  Ma è bene ricordare che la Belt and Road riguarderà il 60% della popolazione mondiale.

 In altri termini, si tratta del nuovo Piano Marshall, ma stavolta lo fanno i cinesi, non gli americani. E per volumi di investimento perfino maggiori.

 Saranno investimenti anche da Paesi amici della Cina, non solo interni.

 E, quindi, favorire le importazioni cinesi significa favorire la Belt and Road, mentre stimolare questo progetto significa applicare un moltiplicatore a tutti gli investimenti che è, oggi, inimmaginabile.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France