Negli anni in cui Hillary Clinton è stata Segretario di Stato Usa, ovvero dal 2009 al 2013, i sauditi hanno contribuito, con almeno 10 milioni di Usd, alla Clinton Foundation.

  Soprattutto nei momenti in cui la Clinton, guarda caso, permetteva la vendita di armi evolute a Riyadh.

  I sauditi hanno anche pagato oltre il 20% della campagna elettorale della stessa Clinton, a detta dello stesso Mohammed Bin Salman, il principe reggente, intervistato nel 2016 dalla agenzia giordana “Petra”.

  Ma hanno anche sovvenzionato, in misura minore, anche gli altri candidati alla Presidenza Usa.

  Nessun investitore estero, nel battage politico della presidenza statunitense, mette tutte le sue uova, per dirla con un modo di dire proprio americano, nello stesso cesto.

 Peraltro, anche il Regno degli Al Saud, come la Russia ed altri, ha sostenuto finanziariamente, e pesantemente, entrambi i candidati alle presidenziali statunitensi, da sempre.

  Trump poi, dopo aver teorizzato, in campagne elettorale, la proibizione all’entrata negli Usa di turisti e migranti dalla gran parte degli stati islamici Arabia saudita compresa; ed essersi anche preso le reprimende di Muhammad Bin Salman e anche del famoso multimiliardario saudita Al Walid bin Talal, titolare della Kingdon Holding Company di Riyadh, colossale finanziaria mondiale; e con pacchetti di azioni personali in Coca Cola, AOL, Amazon, Apple fino al 2005, Pepsi Cola, Fininvest, il 5% della società di news di Rupert Murdoch, e tanti altri investimenti che è perfino inutile citare qui.

 Anche Trump, infatti, da presidente, si è scusato e ha compiuto il suo primo viaggio all’estero, dal 20 al 22 maggio del 2017. Fu lì che abbracciò lo strano globo illuminato che indicava la nascita, a Riyadh, del Global Center for Combating Terrorism.

 Scarcerato il 27 gennaio dalla sua prigione nel Ritz Carlton di Riyadh, Al Walid bin Talal, nipote del re saudita Abdullah, ha pagato alla fazione vincente della famiglia reale, capitanata proprio da Mohammed Bin Salman, una penale di 6 miliardi di dollari Usa.

 Dopo aver finalmente capito quanto era importante il regno wahabita per l’economia statunitense, anche Trump è sceso a più miti consigli con gli Al Saud.

 In una intervista con Fox News Night TV, rilasciata recentemente, il 19 ottobre, dal Presidente Usa, egli ha affermato che è interessato a sapere tutta la verità sull’assassinio del giornalista saudita Kashoggi, che aveva peraltro residenza negli Usa, avvenuto recentemente nel consolato del suo Paese a Istanbul; ma Trump ha rifiutato di bloccare, per questa ragione, tutte le vendite di armi in corso verso i sauditi.

  Alla fine di maggio 2017, durante il suo primo viaggio all’estero, appunto in Arabia Saudita, Donald J. Trump ha peraltro firmato un contratto per la vendita di armi e per altri rapporti economici con Riyadh, un accordo valido ben 110 miliardi di Usd subito e altri 350 miliardi nei prossimi dieci anni, con l’obiettivo politico di contrastare soprattutto il Daesh-Isis.

 Tra gli acquisti, vi sono 18 miliardi per i sistemi C4 (Command, Control, Communications and Computers) poi 13,5 miliardi per sette postazioni THAAD, Terminal High Altitude Area Defense, armi di teatro per la difesa antimissile, 6,65 miliardi di dollari per i vecchi sistemi, sempre antimissile, di classe Patriot, 25 miliardi per la ricapitalizzazione dell’acquisto, da parte di Riyadh, degli F-35, 5,8 miliardi di Usd per tre KC130J e 20 C130J, entrambi aerei da trasporto, 6 miliardi per 4 navi da combattimento sul littorale, con altri 11,5 miliardi per navi già richieste dai sauditi nel 2015. E bloccate da Obama, pur con la pressione, interessata, del suo segretario di Stato.

 Poi, altri investimenti degli Al Saud sono finalizzati agli aerei spia, nell’elettronica fine, nei veicoli per il movimento truppe e l’attacco da terra, nell’acquisto di elicotteri Apache, di carrarmati M1A2, infine per molti programmi di addestramento umani e interattivi con i computers, per tutte le varie FF.AA. del Regno.

 E’ evidente che i sauditi hanno chiuso un occhio sull’aggiornamento tecnologico dei sistemi d’arma prenotati, ben più avanzato del livello degli attuali acquisti, ma in vista di un forte futuro legame con gli Usa.

 Fonti ufficiali di Riyadh affermano, inoltre, che il Regno ha subito, fino al maggio 2017, oltre 60 attacchi terroristici dal Daesh e da Al Qaeda, con oltre 25 di essi negli ultimi due anni.

 Oltre 200 cittadini sauditi, tra poliziotti e civili, sono stati uccisi dal terrorismo islamista. Sempre secondo i documenti del Centro saudita for combating terrorism.

 Strano che uno Stato profondamente islamico definisca il “jihad della spada” come “terrorismo”, come se non sapesse quali sono le regole e le tecniche del jihad.

 Certe terminologie le usano solo gli Stati occidentali, che non hanno ancora ben capito cosa sta succedendo nell’universo religioso e politico islamico.

 I sauditi affermano poi di aver organizzato almeno 341 sortite aeree contro le postazioni del sedicente califfato in Siria, ovvero risultano la seconda potenza antiterroristica dopo gli Usa, nell’area.

 Niente però a che vedere con le sortite aeree della Federazione Russa, che gli stessi Servizi Usa hanno già contato a migliaia.

 Tornando al Regno, il regime wahabita ha anche dato inizio al controllo delle donazioni private al sedicente califfato.

 Uno speciale e semi-segreto Counter ISIL Finance Group tra sauditi, Stati Uniti e Italia è stato fondato, sempre nel 2015, per contrastare le reti finanziarie del cosiddetto califfato.

 Riyadh, da sola, ha costituito anche una Financial Intelligence Unit, che è membro anche dell’Egmont Group, una rete di ben 159 Financial Intelligence Units tra EU, paesi “pericolosi” e reti mediorientali.

 Peraltro, le charities saudite non possono più operare, comunque siano registrate nel Regno, se non attraverso il centro di Riyadh della Mezzaluna Rossa saudita e il King Salman Humanitarian Aid, proibendo peraltro ogni raccolta autonoma di fondi tramite le moschee e perfino i semplici centri pubblici della carità.

  Sono interdetti anche i money transfer senza licenza (il 60% del totale, peraltro) Ma non mancano sanzioni anche contro Hezb’ollah.

 Due piccioni con una fava, naturalmente.

 Gli Usa hanno già venduto, fino al 30 settembre 2017, la fine dell’ultimo anno fiscale utile, ben 55, 6 miliardi di Usd di armi in tutto il mondo, oltre il 33% in più rispetto all’anno precedente.

 Trump non vuole, come ha dichiarato apertamente, “far cessare un investimento di 110 miliardi negli Usa”, una cifra che però include anche i 23 miliardi di acquisti sauditi di armi, quelli già concessi dall’amministrazione Obama.

 Un quinto di tutte le vendite estere di armi da parte degli Usa va, almeno dal 2012 a oggi, tutto verso i sauditi.

 Un terzo di tutte le vendite di armi nel mondo ha origine negli Usa.

 Metà delle vendite statunitensi di armi va, però, a tutto il Medio Oriente e all’Africa.

  Tra i sistemi d’arma, la maggior quota di esportazioni Usa è nel settore aeronautico, poi in quello missilistico, infine nei sistemi d’arma di terra e nei veicoli da trasporto.

 Le nazioni che acquistano più armi dagli Usa sono, nell’ordine, i sauditi, e lo abbiamo visto molto bene, poi la Polonia, il Giappone, la Romania, il Bahrain, l’Australia, il Regno Unito, gli Emirati Arabi Uniti, la Grecia e Singapore.

 Tornando a Riyadh, un decreto reale del 22 aprile 2017 ha nominato Khalid bin Salman Al Saud, figlio del Re attuale e già pilota di aerei da caccia, distintosi peraltro in missioni pericolose proprio contro il sedicente califfato sirio-iraqeno, quale nuovo ambasciatore saudita presso gli Stati Uniti.

 Trump, il 2 ottobre 2018, ha poi affermato, con la sua consueta franchezza, che il regno saudita crollerebbe in due settimane senza la protezione Usa.

 E’ vero e l’attuale principe e leader di Riyadh lo sa. Non è ancora certo che duri solo due settimane, il Regno senza gli Usa, ma lo sa.

 E lo sta nuovamente creando, Muhammad bin Salman, il nuovo rapporto storico tra Usa e sauditi, malgrado l’infausto incidente del giornalista Khashoggi, facendo pesare duramente il rilievo degli investimenti del regno wahabita negli Usa, ormai indispensabili per quel Paese, e la relazione bilaterale e strategica, che gli Al Saud sperano divenga ancora più stabile, con Washington.

 Senza l’America i sauditi sono perduti, senza i sauditi gli Usa diventerebbero decisamente più poveri, e questo nessun presidente lo può accettare.

 Vale anche per lo scontro in Yemen, dove, dal 2015, gli Usa addestrano, armano, condividono intelligence con i sauditi. Contro gli Houthy, guerriglieri sciiti del settimo Imam, naturalmente organizzati dall’Iran. E se i sauditi avessero paura di una sola cosa, ovvero della rivolta degli sciiti, numerosissimi nell’area dei loro pozzi petroliferi principali?

 Fu proprio nel 2015, l’anno in cui Re Salman arriva al trono, e delega subito suo figlio Mohammed.

 Uno scambio alla pari militare, quindi, tra Washington e Riyadh? Vediamo meglio la situazione petrolifera tra i due Paesi. Che è quella che conta, alla fine. Ma ne parleremo in seguito.

  Intanto, però, vediamo come i sauditi stringono alla base le imprese e l’economia Usa, oltre che con le partecipazioni azionarie più note.

 Nel momento in cui veniva fuori l’assassinio del giornalista Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, hanno immediatamente manifestato il loro appoggio a Riyadh il ministro degli esteri degli Emirati, lo sceicco Abdullah Bin Zayed al Nayhan, che ha esplicitato il suo pieno appoggio alla Arabia Saudita.

 Perfino l’Oman, che non era stato certo un sostenitore della coalizione anti-iraniana a guida saudita, ha sostenuto il Regno in questo duro frangente.

 Il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Abdullatif Al Zayani, anche lui ha sostenuto Riyadh.

  Ma anche il segretario generale della Lega Araba ha recentemente manifestato il suo sostegno ai sauditi.

 Sul piano strategico e economico, punire pesantemente il Regno per l’assassinio, che oggi si scopre peraltro premeditato e efferato, del giornalista Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul non lascia alcuna possibilità, per Muhammad bin Salman, il principe reggente, se non quella di ricorrere alle contromosse consuete.

 Alcuni dirigenti di Riyadh hanno apertamente citato l’”arma petrolifera”, che sarebbe usata come una clava contro i consumatori di petrolio europei, e non come accadde dopo la guerra del Kippur del 6-25 ottobre del 1973.

 Dove qualcuno, vedi l’ENI, sfuggì alla presa dell’OPEC a guida saudita.

 Se aumenta il prezzo del petrolio, anche l’economia Usa subirebbe pressioni inflazionistiche e sui tassi di interesse, e ciò rallenterebbe fortemente la crescita economica degli Usa, oltre che, ancor più pesantemente, della UE.

 Non credano, gli europei, di utilizzare il gas e il petrolio russo per fare da contraltare all’aumento dei prezzi saudita e dell’OPEC sunnita.

 Mosca è in pieno accordo con l’OPEC e non rinuncerà ad un aumento generalizzato del prezzo del barile e del gas naturale.

 Certo, l’aumento del costo del barile, che dovrebbe arrivare entro il prossimo anno sui 90 usd, favorirebbe la vendita del petrolio e del gas naturale originato da shale, una produzione che è raddoppiata, negli Stati Uniti, ma con un ciclo dei prezzi più corto: i prezzi più alti generano una offerta maggiore, che porta poi inevitabilmente ad un abbassamento successivo del costo del barile.

 Meno petrolio iraniano sul mercato, maggiore la tensione all’aumento dei prezzi, per non contare la riduzione dell’offerta russa e OPEC e la quasi cessazione dell’estrazione in Venezuela per i noti motivi politici interni.

 Il tutto avviene mentre la domanda di idrocarburi aumenta rapidamente e in tutto il globo.

 Combinando la restrizione alla produzione dei sauditi e dell’OPEC sunnita con la crescita della produzione Usa, è certo che la crescita dell’offerta nordamericana ha ridotto fortemente il potere di condizionamento di Riyadh, che può aumentare i prezzi solo in modo da non stimolare una ulteriore crescita della produzione estrattiva negli Usa.

 Quindi, la “guerra del petrolio” che ha in mente Mohammed bin Salman, se dovesse iniziare, arriverebbe una crisi energetica, più forte in Europa che non negli Usa, di rilevantissime proporzioni.

 Naturalmente la imbelle e ormai demente Unione Europea non ha detto nulla di serio, in questo frangente.

 Se gli europei pensano di farsi togliere le castagne dal fuoco da Trump, si sbagliano di grosso.

 Il presidente Usa non ama affatto l’Europa, farà fuori presto il surplus commerciale tedesco, sopporta con fatica la NATO, ma anche Israele non ha nessuna stima di questa UE e nemmeno la Russia la prende troppo sul serio.

 In questo quadro di isolamento, l’Europa non segue nemmeno i suoi più immediati interessi.

 Si occupa ogni giorno solo delle beghe pseudo-economiche con il suo Sud, che alcuni economisti tedeschi vorrebbero già abbandonare ai destini di un Euro “sud” da separare dall’Euro “nord”.

 Vedremo come si strutturerà la concorrenza monetaria tra i due “euro”, che potrebbe essere esiziale per la versione Nord e per quella Sud della fallimentare unione monetaria europea.

 Una moneta che vorrebbe essere globale ma senza le caratteristiche di lender of last resort fa ridere, ma i dirigenti dell’Unione ci credono ancora.

 L’economia è fatta di geopolitica e di strategia globale, non il contrario.

 I vecchi manuali neoclassici che leggono a Strasburgo e a Bruxelles sono ormai volumi di antiquariato.

 Se poi gli Usa o altri dovessero applicare delle sanzioni ai sauditi, Mohammed Bin Salman, che ha fretta di abbandonare l’economia troppo oil-led che pure ha fatto le fortune, immense, del suo Paese, ha carte molto buone da giocare.

 Certo, fin dal 2015, i sauditi hanno i bilanci pubblici in rosso, hanno emesso per la prima volta nella loro storia finanziaria titoli del debito pubblico, hanno poi, probabilmente qualche problema di lento esaurimento di alcuni pozzi, oltre alla insicurezza generata dal fatto, essenziale, che l’area della loro massima estrazione ha una fortissima minoranza sciita, sulla quale l’Iran opera costantemente.

 Dal Bahrein e dall’Oman, che chiude un occhio.

 Il Fondo Sovrano saudita, il PIF, opera largamente in Usa, Europa, Asia.

  Il suddetto Fondo Sovrano di Riyadh ha il 5% di Tesla, altri denari nella diretta concorrente di Tesla, la Lucid Motors, 3,5 miliardi in Uber, il leader globale dei taxi senza licenza, 20 miliardi investiti poi in un fondo per le infrastrutture Usa gestito da Blackstone, poi il PIF ha costruito ben tre nuove città sulla costa del Mar Rosso, ha messo 45 miliardi di Usd nella Soft Bank; e poi il principe reggente, che comanda direttamente il PIF, ha detto di voler investire altri 170 miliardi di Usd nei prossimi tre-quattro anni.

 Ma le armi geo-economiche in mano ai sauditi sono ancora altre: in Usa il PIF possiede la Sabic al 70%, e si tratta di una grande azienda che produce plastiche, poi c’è la Saudi Telecom Company e la Saudi Electricity, con notevoli partecipazioni di settore in America del Nord, poi abbiamo anche il fondo della Blackstone per le infrastrutture, già citato, il 45% della National Commercial Bank, la Saudi Arabian Mining Company, l’Entertainment Investment Company, il Fund of Funds.

 Poi ci sono gli investimenti del PIF saudita in Europa: i principali sono nella Krups, in Siemens, in ArcelorMittal e in molti altri settori e imprese. Anche piccole e medie.

 Il PIF, poi, ha ancora operazioni in corso, di dimensioni paragonabili a quelle possedute in Usa, in Cina, Pakistan, Russia, Ucraina, Filippine.

 In Sud Africa, il governo saudita sta trattando con la fabbrica di armamenti Denel per una cooperazione con le industrie della difesa del Regno.

 Se teniamo quindi fede alle fonti di stampa dei sauditi, essi avrebbero già in mente almeno 30 grandi operazioni di risposta, pesante e dura, alle eventuali sanzioni degli Usa per il caso Khashoggi.

 E sarebbero contro-sanzioni eminentemente non-petrolifere, ma finanziarie, bancarie, industriali.

 E’ anche in programma una operazione “Sansone”, con una rapida e pesantissima riduzione della produzione petrolifera, una riduzione tale da far balzare il prezzo del barile fino ad un incredibile 400 Usd per unità.

 Mohammed bin Salman potrebbe bloccare inoltre gli acquisti di armi già programmati in Usa, ricordandoci poi che il regno è il secondo importatore di armi al mondo.

 Il principe reggente, poi, è un forte investitore nelle industrie della Silicon Valley, che sta integrando nel Saudi Giga Projects.

 Infine, la linea degli investimenti sauditi potrebbe dirigersi, invece che verso gli Usa e la UE, nei Paesi come Cina, Russia, India.

 A questo gioco parteciperebbe subito anche l’Egitto, con conseguenze oggi imprevedibili nel Maghreb, e soprattutto in Libia, dove il Cairo è il maggior sostenitore di Khalifa Haftar, oltre che gli Emirati del Golfo.

 Un passaggio dall’Ovest all’Est che sarebbe, probabilmente, la pietra tombale dello sviluppo economico e finanziario dell’occidente.

 E creerebbe una crisi finanziaria strutturale anche negli Usa, che potrebbero rivalersi in parte innescando una pesante guerra commerciale proprio con l’Unione Europea.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France