Il gas naturale è, oggi, uno dei più importanti asset statunitense nei rapporti con l’Unione Europea.

 Ne hanno, infatti, parlato a lungo Trump e Jean Claude Juncker nell’ultimo loro incontro alla Casa Bianca, alla fine del luglio 2018.

 E’ ovvio che la questione delle vendite di gas naturale Usa sono collegate ad una più vasta tematica strategica del Presidente Trump.

 Egli vuole ridisegnare, anche e soprattutto con l’UE, il sistema dei dazi e del riequilibrio del commercio mondiale.

 E vuole inoltre ricreare una egemonia commerciale ed economica tra gli Stati Uniti e la UE, una egemonia che si era appannata nell’ultimo decennio.

 Con la UE, gli Usa hanno già raggiunto, per la gran parte dei beni scambiati, un regime di zero-tariff, eliminando anche le barriere non tariffarie e tutti i sussidi ai beni non automobilistici.

 Peraltro entrambe le parti, dalla fine del luglio scorso, hanno deciso di aumentare gli scambi inter-atlantici sui servizi, sui prodotti chimici, su quelli farmaceutici, sui prodotti medicali e, tema centrale nei rapporti con la Cina, sulla soia.

 Ciò che la Cina non compra più, avendola caricata di dazi, viene rivenduto alla UE.

 La soia è stata infatti comprata massicciamente dai consumatori europei, come ha poi aggiunto Jean Claude Juncker.

 La domanda di gas naturale è, però, in forte aumento in tutto il mondo.

 L’Europa è, in questa fase, in difficoltà per questo specifico settore energetico, visto che il grande campo di estrazione di gas a Groningen, in Olanda, ha subito un terremoto all’inizio del gennaio 2018.

 L’area di estrazione olandese è comunque gestita pariteticamente dalla Royal Dutch Shell e dalla Exxon-Mobil.

 Altre fonti di reperimento di gas naturale, per tutta la UE, dovrebbero essere, secondo gli analisti nordamericani, al loro picco massimo di sfruttamento.

 Fonti di gas come la Russia, la Turchia, l’Asia Centrale, il Maghreb, dovrebbero essere saturate tra breve dalla crescita dei consumi UE di gas e, quindi, gli Stati Uniti pensano di iniziare a vendere molto del loro LNG anche agli europei.

 Con un evidente pendant strategico e geopolitico.

 Ciò varrebbe soprattutto, almeno per ora,  per il gas algerino, mentre Washington oggi preme per una diversificazione dalle pipelines russe, offrendo il suo L.G.N. (gas naturale liquefatto) per nave ai terminali del Nord Europa e, da poco, anche a quelli italiani.

  I terminal per il gas naturale sono, in tutta la UE, 28, Turchia compresa.

  Vi sono poi altre otto piccoli terminal per il gas naturale tra Finlandia, Svezia, Germania, Norvegia e Gibilterra.

 23 in EU, 4 in Turchia, 23 sono posti a terra, 4 sono basi in mare per lo stoccaggio e la ri-gassificazione; e il terminal di Malta comprende sia una base a terra che una unità marittima.

 L’Italia, uno dei più grandi consumatori di LNG in Europa, produce una buona quota di gas naturale al proprio interno ma importa ancora il 90% del gas che consuma; mentre il 60% dei consumi italiani di LNG si dividono quasi equamente tra due fornitori, l’Algeria e la Federazione Russa.

 La Francia, per fare un paragone, estrae al suo interno solo l’1% del gas naturale che consuma all’anno.

 Anche la Germania, poi, come noi, importa molto gas dalla Russia, circa il 50% dei suoi consumi annui.

 Ma da dove prende, materialmente, il suo gas naturale l’Italia? Dalla Russia, lo abbiamo già visto, poi dall’Algeria, dalla Libia, oltre che dall’Olanda e dalla Norvegia.

 Poi c’è il TAG, Trans Austria Gas, una rete che, sempre dalla Russia, porta il gas verso il confine Slovacchia-Austria (esattamente a Baumgarten an der March fino ad Arnoldstein nel sud austriaco) con un carico massimo di questa rete di 107 milioni di metri cubi al giorno.

 Abbiamo anche il Transitgas, che passa in Svizzera e precisamente da Wallbach fino a Passo Gries, dove si interseca con la rete SNAM.

 Esso è collegato anche con Gaz de France e porta, al massimo, 59 milioni di metri cubi al giorno.

 Tutt’altro che trascurabile è anche il TTPC, Trans Tunisian Pipeline Company, una rete da 108 milioni di metri cubi al giorno, che va da Oued al Saf, tra Tunisia e Algeria, fino al Capo Bon, dove il TTPC si connette con il TMPC, Trans-Mediterranean Pipeline Company. La rete arriva a Mazara del Vallo, dove si inserisce nel sistema della SNAM.

 Non fu estranea, la sicurezza di questa linea, alla decisione dei nostri Servizi di partecipare attivamente alla lotta per la successione tunisina, dopo la fine politica di Habib Bourghiba.

 Il  Greenstream collega poi la Libia all’Italia, con una capacità massima di 46,7 milioni di metri cubi di gas al giorno, con rigassificatori posti a Panigaglia, con l’OLT al largo di Livorno, con il rigassificatore al largo di Rovigo.

 Non bisogna poi dimenticare che, nel luglio 2018, l’ENI ha aperto la produzione nell’impianto off-shore di Bar Essalam, un sito, al largo di 120 chilometri da Tripoli, che potrebbe contenere 260 miliardi di metri cubi di gas, mentre i francesi di Total hanno comprato dagli americani, con un assegno di 450 milioni di dollari, il 16% della concessione petrolifera di Waha, sempre in Libia.

 Il TAP è, notoriamente, in via di costruzione.

 Con una capacità massima di 24,60 milioni di metri cubi al giorno, passa dalla Grecia all’Italia via Albania.

 Abbiamo poi l’IGI Poseidon, sempre tra Grecia e Italia, il terminal di rigassificazione di Porto Empedocle, l’altro terminale di Gioia Tauro, poi ancora il terminal di Falconara Marittima.

 Potrebbero entrare poi in azione, tra poco, i gasdotti dall’Algeria alla Sardegna, con un terminal a Piombino, quello di Zaule e infine il rigassificatore di Monfalcone.

 Se, quindi, tutte queste reti sono già o saranno attive tra breve, l’Italia, da sola, potrebbe spostare l’asse del passaggio del gas naturale dal Nord (Gran Bretagna e Olanda) verso il Sud, ovvero l’Italia e la Grecia.

 Se questa operazione avrà successo, il nostro Paese potrebbe diventare il futuro hub dell’energia da gas naturale, per poter far passare l’Italia da consumatore puro a esportatore di gas naturale.

 Nel 2020, la SNAM prevede di far arrivare 4,5 miliardi di metri cubi di gas dalla Trans-Adriatic Pipeline, che porta il LNG dell’Azerbaigian, in collaborazione con la BP.

 Un ulteriore momento, questo, di riduzione della dipendenza EU dal gas russo.

 Ma anche l’acquisto di LNG dagli Usa potrebbe inficiare il progetto italiano di divenire lo hub europeo del gas naturale, di contro al sistema olandese-britannico.

  Naturalmente, il gas naturale liquefatto viene venduto dagli Usa in funzione eminentemente antirussa.

 Attualmente, il LNG americano ha prezzi che sono circa la metà di quello del gas russo.

 8 euro per megawatt/ora contro i 22 di quello proveniente dalla Russia, come ci dice uno dei maggiori esperti italiani di energia, Davide Tabarelli.

 Per ora, è comunque la Cina che ha conquistato il podio di primo acquirente mondiale di LNG, con un aumento dei suoi consumi del 40%.

 Ma, se i consumi cinesi di gas sono in forte espansione, le navi che trasportano gas naturale dagli Usa tendono ad andare proprio verso l’Asia, dove, fra l’altro, si spunta un prezzo ben più alto di quello medio europeo.

  In UE si può però acquistare gas russo a 3,5-4 dollari per MBtu (Mega British Thermal Unit) mentre il prezzo di break even del gas americano, ben più costoso da produrre, visto che, compreso il trasporto, va intorno ai 6-7,5 MBtu.

 La competizione però è ancora forte, comunque, visto che i rigassificatori Ue sono utilizzati al 27% del loro potenziale e la fortissima concorrenza agli Usa da parte del Qatar, grande produttore di gas naturale con il South Pars II in collegamento con l’Iran.

  Il piccolo emirato mira a vendere, tra breve, almeno 100 milioni di tonnellate l’anno di LNG, contrastato dalla sola reazione dell’Arabia Saudita. Il Qatar, secondo le solite agenzie di rating, dovrebbe anche patire, sul piano bancario, la pressione dei sauditi e dei loro alleati (Usa compresi).

 Ma, se aggiungiamo agli 8 euro di cui parla Tabarelli il costo del trasporto transatlantico e quello della ri-gassificazione nei nostri terminal, allora vediamo che i prezzi del gas Usa e quelli del LNG russo tendono a divenire eguali.

 I russi, poi, hanno costi di produzione del gas molto più bassi di quelli Usa, dato che il LNG nordamericano è, in gran parte, estratto con tecnologie shale o di fracking, molto più costose di quelle russe.

 Nel 2017, lo ricordiamo, la Federazione Russa è stata il primo esportatore mondiale di gas naturale, con un picco record di 190 miliardi di metri cubi, il 40% di tutto il consumo UE.

 Gli Usa sono poi diventati, grazie alle tecnologie di fracking, il maggior produttore mondiale di petrolio greggio, ma sono anche il maggior consumatore mondiale, quindi non si possono agevolmente dedurre spazi ulteriori per l’esportazione dei loro idrocarburi non-gas.

 Certo, comprare il gas americano significherebbe evitare, in futuro, le tariffe americane di importazione delle auto europee, il che porterebbe molti governi della UE ad accettare volentieri l’offerta di Trump.

 L’ENI, poi, sta trovando molto petrolio e gas naturale in Egitto, il che potrebbe portare alla costruzione di una pipeline dalle coste egiziane a cui potrebbe unirsi anche il gas naturale israeliano.

 Il che implica un forte depotenziamento sia della crisi interna egiziana che delle tensioni tra mondo arabo “moderato” e stato ebraico.

 L’ENI ha infatti scoperto, in Egitto, nella concessione di Obayed Est, una riserva di gas naturale da 25 milioni di metri cubi di gas/giorno il che, insieme con le scoperte, anch’esse recenti, dei depositi Zohr, Norus e Atol, dovrebbe far raggiungere all’Egitto l’autonomia energetica prima dell’inizio dell’inverno 2018-2019.

 Anche questo potrebbe essere un obiettivo geo-energetico di Trump, insieme alla espansione di Israele in questo mercato, ma la Russia rimarrà, con ogni probabilità, uno dei maggiori o, ancora, il maggiore venditore di LNG a tutta la UE.

 Ma vediamo meglio: anche l’Iran, con il giacimento South Pars II, che condivide con il Qatar, potrebbe fornire alla UE gran parte del suo fabbisogno annuale di gas naturale.

 Teheran è alleata di Mosca, anche se, in questo caso, le amicizie strategiche sono sempre meno solide degli interessi economici.

 La guerra in Siria, poi, ha avuto come effetto (e, forse, come una delle motivazioni) il blocco delle future pipeline iraniane verso il Mediterraneo.

 La Cina, poi, ha acquistato le quote della francese Total in territorio iraniano.

 Per ora, però, gli Usa vendono molto del loro LNG in Asia e in America Latina, dove i prezzi sono ancor oggi più elevati di quelli europei.

 Quindi, l’UE ha interesse, come tutti i Paesi consumatori, a diversificare i propri fornitori di energia; ma la guerra in Siria ha bloccato l’Iran e la guerra in Libia ha reso inutilizzabile il gasdotto Greenstream, essenziale per l’Italia.

 Ricordiamo qui che il Greenstream è la pipeline di 520 chilometri che unisce direttamente la Libia all’Italia.

 Il gas libico, però, è oggi consumato quasi tutto all’interno del Paese.

 In questa fase, peraltro, Trump vorrebbe che la Germania bloccasse perfino il raddoppio del Nord Stream 2, dalla costa russa al mar baltico tedesco.

 Anche la dirigenza ucraina preme verso la UE per evitare il raddoppio di questo progetto, data la prossima scadenza dei contratti ucraini per il gas naturale russo.

 Se ciò avverrà, i polacchi, dal 2022, compreranno gran parte del loro gas naturale dagli Usa, evitando il LNG russo.

 Ma gli Usa favoriranno anche il Southern Gas Corridor in Azerbaigian e Turchia, per trasferire il gas naturale del Caspio in UE attraverso la Puglia.

 Noi saremmo, quindi, svantaggiati: invece di usare le nostre linee con la Libia e l’Algeria, o la Russia, dovremmo comprare il gas del Caucaso, che sarà gestito completamente dalle imprese Usa; e questo riguarda anche le vendite dirette di gas naturale Usa che sono recentemente iniziate in alcuni porti italiani.

 Un calcolo politico pericoloso, una valutazione commerciale azzardata.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France