Tre meeting in meno di un anno, quindi, tra il Leader di Pyongyang e il presidente di Seoul Moon Jae-In.

  Nell’incontro iniziale, i due leader avevano stabilito la cessazione dello stato di guerra tra i loro due Paesi, poi avevano riaffermato l’obiettivo della denuclearizzazione dell’intera Penisola, quindi con la distruzione del potenziale N di Seoul e, soprattutto, degli Usa, poi decidevano inoltre di fondare un ufficio di collegamento tra i due Paesi tra i due lati della Zona Demilitarizzata,  poi ancora di riunire le famiglie disperse tra le due Coree e, infine, l’idea era quella di creare delle nuove infrastrutture di comunicazione, in particolare le linee ferrate, progetto da sempre molto caro a Mosca.

 Che sta giocando, proprio la Russia, molte delle sue carte su una riunificazione tra le due Coree che sia tale da permettere sia il mantenimento dei suoi ottimi rapporti con Seoul, essenziali per l’economia, e anche di sostenere Pyongyang, obiettivo strategico inevitabile di Mosca.

 Le due Coree, ormai, trattano da sole, senza l’intermediazione degli Usa per quel che riguarda Seoul, anche se Donald J. Trump ha dichiarato recentemente Moon Jae-In quale suo “delegato” ufficiale per la denuclearizzazione della penisola coreana.

 Agli Usa interessa poco l’internazionalizzazione dell’economia nordcoreana, Washington vuole solo la denuclearizzazione, mentre Kim Jong-Un vuole la denuclearizzazione per sviluppare l’economia di Pyongyang e mantenere la sua autonomia geopolitica e nazionale.

 Un problema serio, sia nelle trattative che nei documenti finali o di lavoro, è anche quello di definire un meccanismo efficace per le verifiche sulla denuclearizzazione.

 Tra il 17 e il 19 settembre 2018, infatti, la firma della Dichiarazione Congiunta di Pyongyang non ha chiarito in pieno il meccanismo delle verifiche sulla denuclearizzazione della penisola coreana. L’idea di Kim Jong-Un è quella di impostare tali verifiche con una serie di “esperti” designati dalle potenze amiche, mentre l’idea di Seoul è quella di accettare il massimo della denuclearizzazione possibile per iniziare il lungo processo della riunificazione.

 I due rispettivi ministri della Difesa, comunque, Song Young Moo per Seoul e Rho Kwang Chul per il Nord, hanno da poco firmato un documento separato dal resto degli accordi.

 Al primo posto di quel testo vi sono le confidence-buinding measures tra le parti con l’accettazione, da parte di Pyongyang, dello smantellamento di una piattaforma di lancio e di un sito per la verifica dei motori a reazione, il tutto alla presenza di non meglio specificati ma amichevoli esperti internazionali. La IAEA? Abbiamo qualche dubbio, in questo caso.

 Successivamente, il Nord potrebbe smantellare anche il sito di Nongbyon, se gli Usa faranno lo stesso nel Sud.

 E’ bene ricordare, peraltro, che la gran parte dei vettori nordcoreani è costruita per essere lanciata da veicoli mobili, non da basi fisse.

 Pyongyang, insomma, vuole far rimuovere agli Usa l’ombrello nucleare che protegge proprio la Corea del Sud e il Giappone; mentre gli Usa, nelle recenti trattative con la Corea del Nord, pensano ad un trattato bilaterale che riguardi la sola penisola coreana e, al massimo, alcune classi di missili di Pyongyang.

 La diminuzione programmata per i missili a lungo raggio nordcoreani potrebbe, per gli Usa, essere perfino equivalente ad una sia diminuzione N che convenzionale delle proprie truppe stanziate a Guam.

 Sulla base di un nuovo futuro accordo, le due Coree (e Dio solo sa quanto sarebbe utile il potenziale militare convenzionale del Nord per una Corea del Sud unificata a Pyongyang) definirebbero anche delle zone cuscinetto marittime e terrestri, oltre a una no-fly zone sul vecchio confine, per evitare scontri o battaglie aeree accidentali.

 In parte ciò è già chiaro, ma occorrerà molto lavoro per definire tutti i particolari.

 Vi sarebbe in programma anche una copertura o una riduzione delle batterie di artiglieria sulla costa.

 Naturalmente, se queste trattative dovessero arenarsi, l’unico risultato politico concreto sarebbe la progressiva divergenza tra Corea del Sud e Stati Uniti, proprio sul problema della denuclearizzazione peninsulare.

 Inoltre, la Corea del Nord smantellerà, oltre ai siti già citati, quello di Dongchang-ri, oltre al sito di Yongbyon, mentre Kim Jong-Un è molto interessato anche alla costruzione di collegamenti ferroviari veloci tra Sud e Nord.

 E, ancora, le due Coree rimetteranno in sesto il sito industriale di Kaesong e il vecchio progetto turistico riguardante il monte Kumgang, oltre a programmare nuove e ulteriori zone economiche e turistiche comuni.

 L’accordo infra-coreano riguarda anche la collaborazione per le questioni mediche, ecologiche e per la protezione dalle epidemie.

 In altri termini, le due Coree pensano ad una economia di compensazione tra di loro, che potrebbe anche svilupparsi in seguito e diventare una necessità per lo sviluppo sia di Seoul che di Pyongyang.

 Una simbiosi economico-politica che potrebbe mettere fuori gioco proprio gli Usa, poi reinserire la Russia, sempre più interessata all’economia della Corea del Sud, infine favorire la Cina, che non ha nessuna intenzione di lasciare la penisola coreana all’egemonia del solo Nord.

 C’è poi, alla fine del Trattato, il progetto di una partecipazione unitaria alle Olimpiadi del 2020 di Tokyo e di una candidatura unitaria per le Olimpiadi del 2032.

 Peraltro, la Corea del Nord ha anche manifestato l’intenzione, da pochissimi giorni, di aderire al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, segno che l’internazionalizzazione dell’economia di Pyongyang è un dato ormai certo.

 Si tratta, quindi, di un trattato di Pace de facto tra le due Coree.

 Se il Nord continua su questa linea, è molto probabile che la Corea del Sud acquisisca un vantaggio tattico sul mare mentre, se rimane l’attuale tipologia di rapporto tra Seoul e gli USA, non ci dovrebbero essere mutamenti significativi nelle relazioni bilaterali tra gli americani e la Corea del Sud.

 Ma come si pongono, oggi, i rapporti tra gli Usa e la Corea del Nord?

  Infatti, se le relazioni inter-coreane sono tutte nel quadro di efficaci confidence building measures, l’evidente finalità del quarto round di trattative tra i due leader coreani è quello di mantenere forte l’engagement degli Usa nella intera trattativa.

 Kim Jong-Un vuole agganciare Washington per la sua proiezione economica globale, non vuole certo rimanere legato ad una economia regionale, sia pure aperta e “riformata” secondo le regole dei cinesi.

  Per Pyongyang, la procedura è semplice: prima la trattativa bilaterale, con il sostegno degli Usa per Seoul, poi la pace tra le due Coree, infine quello che solamente interessa agli USA: la denuclearizzazione.

 Non è nemmeno improbabile che Washington non accetti questa temporizzazione, ma è anche improbabile che gli Usa si accorgano degli aspetti strategici ed economici di questo timing.

  Pyongyang vuole l’accordo fondamentale con Seoul perché: a) è un asset inevitabile per la modernizzazione della sua economia, b) è il punto strategico fondamentale per avere il sostegno sia della Russia che della Cina, che vogliono evitare l’egemonia peninsulare della Corea del Nord ma vogliono anche mantenerla come antemurale delle forze Usa nella Corea meridionale, c) è solo tramite Seoul che Pyongyang potrà infine collegarsi al sistema economico e strategico marittimo cinese e arrivare verso il Mediterraneo.

 Infatti, se i rapporti tra gli USA e Pyongyang miglioreranno ulteriormente, Yongbyon potrebbe essere definitivamente smantellato.

  Oggi, Kim Jong-Un vuole quindi verificare a fondo la buona volontà di Washington, più che di Seoul, nello sviluppare una politica di pace di lungo o lunghissimo periodo.

 Nella mente di Kim Jong-Un c’è infatti un dato-chiave: il comportamento tenuto dagli americani nella fase in cui Muammar el Gheddafi accettò la loro proposta di smantellare il suo progetto nucleare.

 Nemmeno la storia di Saddam Husseyn è una garanzia, nella mente di Kim Jong-Un, per l’affidabilità di lungo periodo degli Usa e per la stabilità della parola d’onore dei suoi dirigenti.

 E’ questo il vero punto importante, nella strategia del Leader nordcoreano.

 Peraltro, le reazioni immediate all’ultimo meeting tra i due leader coreani da parte degli Stati Uniti sono state rapide e positive, sia da parte di Trump che di Mike Pompeo.

 E la politica estera autonoma di Pyongyang si è vista anche recentemente, con la recente parata militare del 70° anniversario.

 Erano presenti, alla dimostrazione militare e alla importante festa nazionale della Corea settentrionale, Li Zhansu, terzo nella gerarchia del potere interna al Partito Comunista Cinese, poi Valentina Matviyenko, presidentessa del Consiglio Federale russo, la terza carica elettiva della Federazione Russa, poi, una figura molto significativa, Mohamed Ould Abdel Aziz, presidente della Mauritania, infine Hilal al Hilal, vice segretario generale del partito Baath siriano.

 Con la pace, Pyongyang svilupperà fortemente i suoi già molteplici rapporti economici e politici con l’Africa, che saranno essenziali per il suo nuovo sviluppo economico.

 C’erano, alla parata del 9 settembre, anche autorità iraniane, del Sud Africa, di Singapore, che è il modello mai dimenticato delle “Quattro Modernizzazioni” cinesi, poi altre 60 delegazioni di Paesi “amici”.

 Sul piano economico, poco prima della grande parata del 70°, vi era stata, in agosto, la Fiera Internazionale di Razon, che ha ospitato ben 114 compagnie con ben 52 aziende di completa origine nordcoreana.

 Le linee di prodotti della Corea settentrionale includevano soprattutto i farmaceutici, gli alimentari, i tessili, l’elettronica e i cosmetici.

 Molte erano peraltro le grandi aziende cinesi che vendono i loro prodotti in Corea del Nord malgrado il regime sanzionista dell’ONU.

 Poi, vi è stata la Fiera di Autunno dal 17 settembre in poi, che ha radunato ben 320 società commerciali e che ha ospitato aziende provenienti dalla Russia, dalla Nuova Zelanda, dall’Australia e dalla Cina.

 E’ infatti questo il nuovo paradigma della politica estera di Pyongyang.

 Il dollaro è poi cresciuto, nello scambio con la moneta nordcoreana, sia al mercato ufficiale che a quello “parallelo”.

 Il progetto di Pyongyang, se tutto andrà bene sul piano geopolitico, sarà quello di migliorare ulteriormente la propria industria leggera, oltre alla diversificazione e la quantità dei prodotti, in modo da tentare bene la propria strada, autonoma come fu quella del sistema N, nel mercato-mondo.

 Era anche il progetto, è bene ricordarlo, di Kim Il-Sung.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France