Il Franco CFA è stato costituito il 25 dicembre del 1945 dalla sola Francia.

 Pleven, allora ministro delle finanze di de Gaulle, disse che la creazione di un’area monetaria africana legata al franco era per “evitare ai fratelli africani gli errori che noi stessi abbiamo compiuto”.

 In effetti, l’organizzazione, che vedremo tra poco, della rete CFA somiglia molto ai rapporti finanziari che si erano stabiliti tra la Francia di Vichy e le forze di occupazione tedesche.

 Tutti gli occupanti si fanno mantenere dagli occupati. Anche gli Alleati, in Italia, tolsero dalla circolazione le famigerate AM-Lire quando il totale dell’inflazione generata da questa moneta finta ebbe eguagliato i costi materiali dell’occupazione in Italia.

 Il decreto, firmato la notte di Natale del 1945 da Charles de Gaulle, impone sempre una quota, variabile, di dirigenti francesi nelle banche di emissione dei 14 Paesi africani e delle Comore che, nell’ultimo caso dell’arcipelago del Pacifico, accettano solo in parte ma in tutto, in Africa, il Franco CFA, (Colonies Françaises d’Afrique oppure, oggi, Franc Communautè Financière Africaine) ma si tratta di un piano di cooperazione monetaria che riposa su quattro principi: a) la fissità del cambio tra il franco, oggi euro, delle vecchie colonie di Parigi e quello metropolitano, b) la centralizzazione delle riserve di cambio dei paesi africani all’interno di un conto presente presso il Tesoro francese, c) la garanzia della convertibilità illimitata del CFA in Franco francese (e oggi Euro, ovviamente) poi d) la libera circolazione dei capitali all’interno dell’area, che è formata precisamente da Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo.

 Ma è bene chiarire subito che esistono due tipi di valuta CFA: il primo è quello gestito dalla BEAC, Banque de l’Afrique Centrale, che è noto anche come ISO XAF, il secondo è il Franco CFA che è controllato dalla BCEAO, Banque Centrale de l’Afrique de l’Est) che appartiene anche all’ECOWAS, Economic Community of West African States, quella unione economica africana che, Dio non voglia, ha in programma di creare una valuta nuova, l’ECO, che dovrebbe essere anch’essa a cambio fisso con l’Euro.

 La dimensione dello scambio non cambia il significato politico di una valuta che, se agganciata ad una moneta più forte, diviene uno strumento di sfruttamento dell’Africa da parte di chi detiene la valuta più forte e stabile, non più diffusa.

 I due franchi CFA non sono intercambiabili e hanno valore legale solo nella loro area di circolazione.

 Tutta l’area CFA, dei due franchi, copre 150 milioni di abitanti per un totale di 170 miliardi di Usd di PIL, che però è solo il 5% di tutto il Prodotto Interno Lordo africano.

 La Banca di riferimento è oggi, per entrambi i due Franchi CFA, la BCE, mentre prima era, ovviamente, la Banque de France.

 La Banca Centrale Europea coordina quindi sia la BEAC che la BCEAO, con l’aggiunta ulteriore della BANCECOM, che è l’istituto di emissione delle Comore, il quale però, lo dicevamo prima, non è oggi parte integrante del CFA ma opera nell’area definita attualmente CFP, Colonies Françaises du Pacifique, ovvero Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Nuova Caledonia.

 Il CFP era adottato anche dalle Nuove Ebridi, ma nel 1982 la moneta coordinata da Parigi è stata sostituita dal Vatu delle Vanuatu.

  Londra, pur con il suo immenso e antico impero che oggi si riflette tenuemente nel Commonwealth, non ha mai obbligato i suoi ex-possedimenti all’uso di un cambio fisso con la sterlina, né alla creazione obbligata di una moneta ad hoc.

 Tutti e i 54 vecchi Paesi coloniali della Corona di Londra hanno a tutt’oggi la loro sovranità monetaria che, spesso, sostiene, anche involontariamente, la divisa degli antichi colonizzatori.

  Ogni tanto, però, i paesi del Franco CFA chiedono a Parigi il ritorno alla loro sovranità monetaria. Che, in questo caso, è anche politica, sociale ed economica.

 Infatti, nel marzo 2015 il ministro delle Comunicazioni del Ciad, Sylla Ben Bakari, ha affermato che il 40% delle armi che erano state sequestrate dai loro apparati a Boko Haram erano di fabbricazione francese, mentre è ormai noto che furono proprio i Servizi di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva la ridefinizione dei vecchi contratti petroliferi, troppo “bassi” per i produttori, oltre a proporre, con un roboante discorso da rais di tutta l’Africa il Dinaro d’Oro, come tramite di pagamento per i petroli di tutta l’Africa verso i paesi occidentali.

  Due sonori pugni in faccia per l’egemonia a distanza, di tipo monetario e politico, che la Francia intende continuare a gestire nella Françafrique e anche altrove, nel continente nero.

 Se meglio leggessimo quindi il cui prodest di tanto jihad della spada, avremmo le idee più chiare su come debellarlo.

 Poi, nell’agosto del 2015 il leader ciadiano Idriss Deby ha chiesto ufficialmente l’uscita del suo Paese, entro il 2018, dal Franco CFA, per poter successivamente emettere una valuta legata, senza ovviamente tassi fissi, all’euro, al dollaro e allo yuan cinese.

 Parigi contro Pechino, Parigi contro Washington, la Francia ancora legata ad una egemonia locale in Africa, ultimo retaggio di potenza coloniale contro quelli che Ennio di Nolfo chiamava “gli imperi tecnologici”.

 Anche il Niger ha, peraltro, riaffermato le notizie sulle forniture d’armi francesi a Boko Haram e non ha mai ritrattato, malgrado le esplicite richieste provenienti da Parigi.

 Armi francesi, spesso evolute, proprio come quelle in mano al jihad di Bengasi, furono ritrovate in mano al gruppo jihadista di origine nigeriana, il solito Boko Haram, armi che furono intercettate, in quei giorni, dai servizi del Camerun.

 E ancora tante altre operazioni di destabilizzazione, con o senza il supporto del jihad, sono avvenute in Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana.

 Nell’Africa francofona e legata al CFA, i monopoli delle telecomunicazioni, bancari, portuali e delle materie prime sono detenuti da società francesi.

 Le privatizzazioni sono state, anche nell’Africa della Francophonie, il grimaldello per far entrare il capitale francese all’interno delle ex-colonie africane.

  I nomi sono sempre quelli dei finanzieri d’oltralpe descritti in tutti i media attuali.

 Gli africani perdono, comunque, ipso facto, molto denaro nelle transazioni denominate in Euro UE.

 Tanto più si apprezza la moneta comune europea, tanto meno, ovviamente, viene valutato il costo delle loro esportazioni.

 Qualcuno ha poi calcolato che la perdita di valore dell’export africano prodotto in ambito CFA valga, dal momento dell’introduzione dell’euro in poi, almeno 250 miliardi di franchi CFA; con un ovvio rapporto inverso.

  Rapporto in cui, se l’euro si apprezza verso il dollaro Usa, nella stessa proporzione i proventi dell’export dell’area CFA verso gli Stati Uniti vengono decurtati.

 Qualora poi l’euro sia temporaneamente più debole del dollaro, allora i debiti africani denominati in valuta nordamericana aumentano automaticamente.

 E sono i debiti maggiori, oggi. Siamo a 270 milioni di Usd per tutta l’Africa, e la cifra è in costante ascesa. I Paesi a rischio immediato sono Tanzania, Kenya e Uganda.

  In Kenya il peso del debito con l’estero vale un terzo del PIL attuale, mentre nello Zimbabwe siamo a un costo del debito contratto all’estero che arriva ad un incredibile 88% del PIL, mentre nel Mozambico siamo ad un incredibile 299%.

 In Nigeria si teme che gli interessi sul debito possano superare, il prossimo anno, gli introiti petroliferi.

 Ecco, la luna che i diti dei cretini indicano quando si parla di emigrazione in massa dall’Africa: il debito, la demografia, la scarsezza di capitali che, quando ci sono, vanno a ripagare i crediti o a proteggersi, se criminali, all’estero.

 E’ stato quindi proprio il regime CFA a mettere quelle economie in mano ai prestiti, pericolosissimi, delle banche di affari nordamericane e britanniche.

 I voti parlamentari belgi e spagnoli contro i “fondi avvoltoio”, certamente in buonissima fede, rimangono però delle grida manzoniane.

 Occorre casomai pensare ad una Banca per l’Africa, tra EU, Israele, Russia, Cina, Stati Uniti, che finanzi a bassissimo costo e a tempi lunghissimi le infrastrutture.

 Ripetiamo ancora, per chiarezza, il meccanismo-base del CFA: quando, fino al 1973, l’area francofona dell’Africa esportava x in materie prime, essa depositava tutta la valuta pregiata ottenuta nel conto riservato presso il Tesoro di Parigi.

 Dal 1973 al 2005, gli africani francofoni erano invece obbligati a versare “solo” il 65% del totale delle operazioni in valuta, spesso in anticipo, ma sempre presso il “conto per le operazioni” aperto presso il Tesoro francese.

 Dal 20 settembre 2005, infine, si è passati a una quota di depositi del 50%.

 Depositi che vanno versati in tutte le valute utilizzate, quindi anche in quelle della Cina o del mondo arabo, che investono spesso oggi nella Françafrique.

 Se poi qualcuno vuole comprare materie prime africane, lo fa comunque in dollari Usa.

 Il 60% di questi dollari finisce comunque presso il Tesoro francese, che si rifornisce quindi di valuta gratis.

 Allora, la Francia tiene nel “conto di operazioni” il 60% di credito in Franco CFA in più, che dovrebbe essere formalmente a disposizione del mantenimento del tasso fisso tra euro e la valuta CFA.

 Ma la Francia non mette in circolo alcuna quantità monetaria reale per favorire le transazioni in CFA, si limita unicamente a scrivere un segno più sul registro del conto di operazioni centrale.

 In sostanza, la Francia si serve di questa tecnica finanziaria, pagata dai popoli francofoni dell’Africa, per ridurre il suo deficit o per pagare il costo del suo debito pubblico.

 Il Tesoro di Parigi, oggi, ha comunque a disposizione 12 miliardi di euro, le quote dell’export dell’area CFA sia verso la UE che verso la Cina e gli Usa.

Le riserve conferite da BCEAO e BEAC al “conto” parigino valgono comunque oggi, in totale, oltre 6900 miliardi di franchi CFA, definiti con un interesse minimo, lo 0,70%, mentre le banche centrali dell’area francofona africana prestano al Tesoro francese ad un tasso negativo del -0,25%.

   Il sistema del Franco “africano” permette quindi, lo ripetiamo, la libera circolazione dei capitali nella e dell’area, il cambio fisso con l’euro, la piena convertibilità garantita dal Tesoro francese, un fondo comune di riserva di valuta estera, lo abbiamo già visto, con il 50% dei depositi tenuti dal Tesoro di Parigi, oltre alla obbligatorietà del consenso francese alle politiche di gestione, anche da parte degli africani, dell’area CFA.

 La libera circolazione dei capitali africani in area francofona ha permesso peraltro la fuga dall’Africa CFA di 850 miliardi, in valuta statunitense, dal 1970 al 2008, mentre oggi, dopo la grande crisi del debito africano, dovremmo essere arrivati, secondo le fonti di Parigi, ad almeno 1230 miliardi di usd.

 E qui siamo propriamente nel regime del Franco CFA di tipo CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale) che è sottoposto alle regole dell’ISO 4217, insieme a molte altre monete dei Paesi “terzi”; mentre il CFA UEMOA, (Unione Economica Monetaria Ovest-Africana) è sempre interno, ma con altri criteri di scambio, tra le monete dei “terzi”, al sistema ISO 4217.

 Gli UEMOA sono i seguenti Stati: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, ma solo dal maggio 1997, infine Mali, Niger, Senegal e Togo.

 Un Euro è oggi scambiato contro 665, 956 franchi CFA il che, ovviamente, permette di stabilizzare le anticipazioni economiche senza rischio di cambio per chi opera in Euro “europei”.

 E’ però impossibile svilupparsi, grazie a un cambio fisso come questo, per i Paesi africani che aderiscono al sistema CFA.

 Nessuno, come è facile immaginare, presente nell’area CFA, ha finora mostrato una credibile crescita del PIL, con l’eccezione della Guinea Equatoriale, che ha un prodotto interno lordo maggiore del 2% annuo e per un lungo periodo.

 E’ anche questo un dato del tutto ovvio: se il Franco CFA è legato all’Euro con una parità fissa, e l’Euro è una moneta incomparabilmente forte rispetto all’area CFA, è ovvio che gli Stati aderenti al trattato del 1945 non possano manovrare i tassi di cambio e organizzare una propria politica monetaria.

 Casomai, sono proprio i ritmi dell’Euro che si scaricano sulla Françafrique, rendendo ulteriormente difficile la crescita delle economie CFA.

 Se dovessero esportare stabilmente in Europa e in Usa, i Paesi CFA dovrebbero rifornirsi di una moneta bassa ma competitiva, come quelle asiatiche; mentre l’Euro è, quasi sempre, più forte del dollaro.

 E quindi le attività produttive dell’Africa francofona, che sono tutte in settori a basso valore aggiunto, come il tessile o alcune materie prime non-ferrose, sono penalizzate in partenza.

 Vendere in franco CFA piuttosto che in dollari, dove non c’è parità fissa, è quindi molto costoso per il compratore, con un costo tale da eliminare in partenza qualsiasi vantaggio competitivo per i produttori.

 Quindi, dato che i prodotti importati sono relativamente a buon mercato e a bassissimo costo di produzione, con il Franco della Françafrique, i Paesi del CFA tendono a importare troppi beni dall’estero, e soprattutto da Europa e Usa.

 Il che blocca evidentemente qualsiasi tentativo di creare delle imprese di sostituzione locali, anche in mercati che sarebbero ottimali per i singoli membri africani della rete CFA.

 Tutto il “socialismo” nazionale africano di radice nasseriana si è incentrato sulle industrie di sostituzione e la chiusura selettiva ai mercati dei Paesi “sviluppati”.

 Inoltre, il sistema del Franco africano tende a bloccare, come è facilmente immaginabile, il finanziamento interno delle imprese nell’area CFA.

 Nell’area UEMOA, peraltro, i finanziamenti alle imprese sono poco meno del 25% del PIL.

 Nella zona CEMAC va ancora peggio, con una quota di prestiti alle aziende che vale attualmente il 13% sul PIL.

 Nell’Africa subsahariana non aderente alla rete CFA i crediti alle imprese sono almeno il 60% del Prodotto Interno Lordo; e ci sono Paesi africani più sviluppati il prestito delle banche ai privati arriva perfino al 100% del PIL.

 L’agricoltura, che dovrebbe essere l’asso nella manica naturale di tutta l’Africa, vale comunque solo il 5% di tutti gli impieghi bancari dell’area subsahariana.

 Nessuna banca, quindi, sostiene e finanzia in Africa, CFA o meno, l’economia, con i risultati industriali che si possono facilmente immaginare.

 E’ facile immaginare il motivo di questi comportamenti delle aziende di credito locali: le banche di emissione (sarebbe più esatto definirle solo “centrali”) vogliono soprattutto difendere la parità del CFA con l’Euro vero e proprio o, per essere più esatti, con il valore esterno dell’Euro emesso in Francia.

 Si sostengono quindi solo le importazioni, e il CFA è una vera e propria costrizione all’import elevato proveniente dal “primo mondo”, dato che tutto ciò che serve a produrre, nelle aree della Françafrique, viene da fuori.

 Ovvio che questo circolo vizioso crei forti tensioni sui rapporti di cambio reali e, soprattutto, sulle riserve centrali.

 Ciò favorisce dunque l’inflazione, che fa ritornare l’Euro ancora più concorrenziale rispetto al Franco CFA.

 E, come sempre accade in questi casi, le banche sono piene di depositi che però non arrivano mai alla clientela imprenditoriale.

 Poi, fino al 2010, le banche di emissione unite alla rete della Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest (BCEAO) che hanno l’unico obiettivo, monetarista, di controllare l’inflazione e difendere la parità del Franco CFA con l’Euro, finanziavano il debito pubblico fino al 20% delle entrate fiscali accettate e totali, raccolte nell’anno precedente.

 Da qui, la necessità degli Stati africani aderenti alla rete del CFA di finanziarsi sui mercati internazionali dei capitali, con un meccanismo che, in Italia, abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa: le banche centrali prestano alle banche commerciali che, infine prestano allo Stato, con un ovvio e progressivo aumento dei tassi di interesse.

  Dal 2% fino al 9%, ecco lo spread che fa guadagnare le banche africane (spesso di proprietà francese, in area CFA) e quindi distrugge ogni possibilità di welfare state, anche tribale, con gli immaginabili risultati politici, strategici, demografici.

 Aumenta quindi anche il mercato delle obbligazioni internazionali emesse dagli Stati africani CFA.

 Tutta la finanza africana pubblica è oggi del tutto insostenibile e medio e lungo termine.

 Invece di vedere solo il dito che la indica, la crisi migratoria, occorrerebbe studiare anche la luna delle cause economiche e finanziarie che fanno da sfondo al trasferimento di masse ingenti di popolazione sia all’interno del continente africano che verso l’UE.

 Ne accennavamo anche all’inizio: al momento della firma dell’accordo sul CFA, nel 1945, tutti i Paesi africani aderenti hanno dovuto versare il 100% delle loro riserve di valute “forti” in un conto speciale acceso presso il ministero del Tesoro di Parigi.

 Il “conto di operazioni” è poi passato al 65% delle riserve operative delle banche africane CFA nel 1976 e al 50% nel 2005.

 Tutte le divise non-Franco CFA e non-Euro di diretta origine francese che transitano nell’area devono quindi essere versate, oggi al 50%, nel conto suaccennato del Tesoro francese.

 Parigi controlla soprattutto un dato: il tasso di copertura, con le riserve fisse, dell’emissione di moneta CFA.

 Ma, per ogni Franco “africano”, la Francia garantisce pienamente la convertibilità, ma Parigi non garantisce di fatto proprio nulla, il Tesoro “sorveglia” solamente, come dicono i trattati.

 Quando non ci sono più riserve operative, come accadde nel 1993, la Francia svaluta, come di fatto avvenne, del 50% il solo Franco CFA.

 Metà del valore, quindi doppi, almeno, i prezzi.

  Le immani classi popolari della francofonia africana sono quindi ritornate ad essere i “dannati della terra” che descriveva Franz Fanon.

 Ed è proprio la colossale inflazione che ha destabilizzato i regimi africani del Ciad, del Congo, dello stesso Senegal.

 E, senza una qualche stabilità politica, l’alternativa è oggi solo il jihad “della spada”.

 La cecità economica e politica dell’Occidente, in Africa come altrove, lo porterà alla definitiva fine. L’Occidente, dico, che pensa ogni tre mesi sulla base dei tassi di interesse.

 Insomma, il Franco CFA è una moneta fortemente “estrattiva”, che serve per trasferire il surplus prodotto nelle periferie del mondo per farlo arrivare direttamente alla metropoli francese.

 L’alternativa? Potrebbe trattarsi di una moneta comune di tutta l’attuale area coperta oggi dal franco CFA, sul modello dell’euro ma, naturalmente, libera di fluttuare con le maggiori divise occidentali e non.

 E la crisi del modello CFA si fa sentire: nel gennaio 2017 vi sono state, in molti paesi africani aderenti, dure manifestazioni di piazza contro il franco “africano”.

 Dovrebbe, la questione del franco africano, essere posta ancor oggi in primo piano all’interno degli Accordi di Partenariato tra l’UE e l’ACP, Africa, Caraibi, Pacifico.

 Ma nessuno ci pensa, i politicanti sono tutti informati dalle rassegne-stampa, non studiano niente e sanno di meno.

 Non si vede poi perché il tasso fisso e ingiusto del CFA debba essere pagato da tutti coloro che usano come mezzo primario di pagamento l’Euro.

 Quale diritto accampa quindi  la Francia per caricare su tutti coloro che usano la moneta unica europea un sovrapprezzo occulto che serve a pagare la fissità del CFA, che viene utilizzata cinicamente  solo a Parigi?

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France