Non vi è proposta politica senza proposta filosofica e, direi, quindi, religiosa.

 Se è vero che la filosofia moderna nasce, come diceva ironicamente Carl Schmitt, dalla deviazione razionalista (errata) della logica nominale dei Padri francescani di Oxford, che era basata sulla regola della nota notae est rei ipsius, ciò che si predica del predicato si predica del soggetto, allora anche la politica contemporanea ha una radice metafisica che deve essere svelata. Senza sciocchissime paure, pseudokantiane, di parlare “dei sogni di un visionario”.

 No, la metafisica è la scienza dei fini, non se ne può fare a meno se la si esplicita.

 Chi è stato scorretto è casomai il mondo moderno, che nasconde metafisiche in ogni dove ma dichiara sempre la sua lotta contro “l’Invisibile” ma, soprattutto, Dio. Se il laicismo contemporaneo superasse la mentalità da farmacista positivista ottocentesco, sarebbe meglio per tutti.

 L’idea, prettamente contemporanea, di creare una scienza politica ed economica che sia solo descrittiva ed empirica senza fondamenti etici, morali e, direi ancora, religiosi è quindi o impossibile, perché i presupposti regolativi sono semplicemente nascosti, e allora è anche una truffa intellettuale, oppure non ci sono proprio; e allora la struttura interna del ragionamento non tiene mai.

 Senza metafisica non ci sono regole, né cogenti né empiriche.

 Quindi, lo diciamo brutalmente, la crisi morale e teorica della nostra società va risolta con un atto di fede, con un moto di razionalità unita a quello che, teologicamente, chiamiamo, nel Cattolicesimo, la Grazia.

 Von Balthasar ha parlato della teologia dei “fini ultimi”, quelli che riguardano tutta l’umanità, e l’indimenticabile Papa Benedetto XVI ha esemplificato la teologia politica del prelato svizzero come una vera e propria “discesa agli inferi”.

 Occorre conoscere il peggiore male per prevedere e lavorare per il bene. Nessuna “ideologia” in senso marxiano vi è, oggi, nella Chiesa.

 Senza la Scienza dei Fini, che è anche sapienza della Fine, non si dà quindi conoscenza. Né empirica né teorica.

 Anche il mondo laico e materialista ha sempre, comunque, una sua escatologia: è la Rivoluzione, oppure il compimento della Ragione nel Mondo, Dea come ai tempi del Terrore robespierriano, oppure ancora l’Efficienza o l’Economicità.

 Bene, si tratta di teologie nascoste.  Nemmeno buone. E funzionano con gli stessi meccanismi, tanto criticati dalla sapienza laica, di quella che Aristotele chiamava appunto “Scienza dei Fini”, che è la Metafisica.

 Oggi, ci sono da ricostruire proprio tutti i fini, i mezzi, l’etica, la stessa motivazione sociale fondante dell’Italia, caduta nella sua crisi più profonda dai tempi della sua Unità.

 Il popolo ha l’anima spezzata e avvelenata, segno terribile dei tempi; e non c’è trasformazione politica, buona o cattiva che sia, tale da far riunire in uno stesso ideale progettuale masse e classi dirigenti.

 Le suddette classi dirigenti, oggi ormai provincializzate e rese inermi da una globalizzazione che si è manifestata in Italia tramite la crisi politica di mani pulite, operazione politica e strategica di nemici e alleati che ha rapidamente estorto dall’Italia ciò che i nostri concorrenti globali volevano avere.

 Così, la politica non conta nulla.

 Non possono promettere, i dirigenti, ma le masse hanno necessità di ricevere. E oggi più di prima.  I linguaggi della politica sono poi sempre più lontani, insignificanti, retorici, inefficaci. Come chi li usa.

 Ecco, quindi, la necessità storica di ritornare ad un assetto filosofico, politico, operativo che ha segnato, anche per il mondo laico, l’inizio del nostro sistema politico unitario successivo alla sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale.

 Fin dall’inizio, nel gruppo che si riunì a Camaldoli nel luglio 1943, nell’anno di quella che alcuni hanno definito “la morte della Patria”, c’era l’idea di parlare ai laici come ai cattolici e di definire un assetto politico, economico, istituzionale, giuridico e finanziario che valesse per tutti gli italiani, credenti o meno.

 E che evitasse i vecchi errori, metafisici, politici, organizzativi, pratici.

 Errori dello Stato Etico, dello Stato Laico, dello Stato Totalitario delle Masse, dello Stato economico del Capitalismo.

 Mentre tutte le tradizioni dello Stato Unitario cadono in un sol colpo, uccise dalla sconfitta, dall’indegnità morale della shoah o dalla vergogna inimmaginabile della fuga, la tradizione cattolica, da sola, si erge tra le rovine del Nostro amatissimo Paese e, per usare, non meravigliatevi, una metafora di Stalin e di Togliatti, “prende dal fango le bandiere che la borghesia vi ha gettato”.

 E si proclama, con ogni diritto, classe dirigente e egemone.

 Giovan Battista Montini, che segretamente lo prepara, il Codice camaldolese, ha però un sostrato filosofico, teologico, “operativo” originale e di straordinario livello.

 Sarà canonizzato, il Beato Paolo VI, il 14 ottobre di questo anno 2018. E’, anche questo, un segno della Grazia.

 Che, lo ricordiamo, la Grazia vale anche per chi non si dichiara, o non crede, di essere cattolico.

 La Gloria è l’atto, diceva Hans Urs Von Balthasar, è la immediata Visione di Dio, che è Vivo, in cui la creatura viene portata al di sopra di sé stessa e delle sue capacità naturali.

 Chi, quindi, non è stato rapito, almeno una volta, dalla Grazia? Chi non ha mai superato, secondo le sue inclinazioni, il metabolismo basale, prevedibile e inutile, del suo essere visibile? Tutti, ma la risposta ormai la sappiamo. Ce l’ha chiarita benissimo Von Balthasar.

 E’ nella natura che tutti si avvicinano alla Grazia. Che magari chiamano con un altro nome.

 Ma il futuro Papa Paolo VI, da dirigente della FUCI e, diremmo, da responsabile di una sorta di servizio segreto del Papa, a cui arrivano comunque informazioni di primaria importanza, con il Codice di Camaldoli pensa subito in grande, per Camaldoli, come è suo solito e come è buona abitudine dei Santi.

 Giovanni Battista Montini, un raffinatissimo intellettuale, modernissimo molto di più di quanto possano esserlo, anche oggi, tanti laici, proprio in quella fase, ha una teologia filosofica molto complessa e tutt’altro che provinciale.

 Che ha un immediato riflesso politico.

 Intanto, nella mente di Monsignor Montini c’è Emmanuel Mounier.

 Quel filosofo cattolico francese che, polemizzando lucidamente contro le incongruenze dell’antropocentrismo cartesiano, metterà in evidenza i limiti e  la sostanziale irrazionalità del soggettivismo tipico del mondo moderno, economico e politico.

 Mounier lascia la Action Française nel 1925.

  Ha già capito che Maurras, il fondatore dell’Action, non è affatto cristiano come dice ma ritiene solamente il Verbo di Cristo utile per il Trono. Egli vuole Roma, non Gerusalemme.

 Un fascista che non vuole dichiararsi tale.

  Chi è come Maurras vuole che la Chiesa di Cristo, per evidente e spesso sciocca azione distruttrice della Rivoluzione, stia dalla parte di chi la odia di più, la borghesia rivoluzionaria, magari ritenendoLa una “invenzione ebraica” o un “oppio dei popoli”, utilissimo però per le classi indegnamente dirigenti. Nessuna laicità ipocrita è tale da difendere la Chiesa dai Suoi nemici, che comprendono anche gli ipocriti che la difendono pubblicamente.

 Ci fu anche l’esperienza della Guerra civile spagnola a far capire ai migliori della Chiesa che il nesso tra borghesia compradora e Chiesa Cattolica era fondato da un equivoco.

 Un equivoco comprensibile date le efferatezze dei “repubblicani” contro i sacerdoti e la Chiesa, ma nondimeno un nesso da rompere subito. Ne sarà del dominio del mondo occidentale da parte della Chiesa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, che non vuole fare da cappellano dei suoi nemici.

 Chi comanda, quindi, deve giustificarsi solo con il proprio carisma e la sua azione, non con il Legno del Crocefisso, che non ha mai bastonato nessuno, anzi.

 Fu, qui, politicamente più onesto Mussolini che, nel discorso di presentazione alle Camere dei Patti Lateranensi, definì la Chiesa una “setta ebraica minoritaria” che solo Roma “aveva reso universale”.

 Ecco, Mounier libera la Chiesa dalla servitù di quelli che altri definirebbero “i padroni”.

 Ecco, quindi, il personalismo, la raffinata teoria di Emmanuel Mounier, che ingloba tutti i diritti della persona umana dentro la comunità, rende libero il Soggetto dentro l’insieme degli uomini (e non solo dei credenti, badate bene) e fa operare il Bene dentro tutta la comunità umana.

 Anni più tardi, Mounier ironizzerà sulle speranze eccessive generate dalla tecnica, quel dio falso e bugiardo che oggi sembra, per molti filosofi italiani, anche su imitazione dei vecchi e ormai passati teorici tedeschi, la Fine dell’Umanità.

 No, e questo lo si rilegge nel Codice, tecnica e Mondo Artificiale sono solo e sempre riproduzioni di aspetti noti dell’universo, conosciuto insieme dagli uomini e da Dio, senza esaltazioni e paure inutili.

 Oggi, invece, siamo all’adorazione di feticci come la “società della conoscenza” o quella dove finirà il lavoro manuale, gioia peraltro della civiltà cristiana delle arti, dei mestieri e delle cattedrali.

 La civiltà sana e cristiana è sempre quella dell’Uomo Intero, mani, braccia, cuore, cervello, amore terreno e amor divino. Nessuna separazione antropologica delle funzioni umane  corrisponde al Verbo, anzi lo avversa.

 Qui, nella sapienza di tutti i giorni dorata dalla Luce di Gesù, non crollano ponti, perché ogni cosa è stata fatta dagli uomini con sapienza delle mani e scienza del cuore.

 Tutto è fittizio, se ci pensate, nel linguaggio contemporaneo. La libertà del lavoro non è quella dalla fatica, che può e deve essere, come diceva Mounier, realizzazione spirituale; la libertà vera non è quella dal nesso tra mano e pensiero, ma casomai si tratta di creare, e ci arriveremo presto, alla comunità nazionale ed europea delle fabbriche autogestite, dell’organizzazione autonoma dello Stato nelle sue ripartizioni libere.

 Un sogno che accomuna i laici come Adriano Olivetti e i cristiani come Montini, Mounier, Von Balthasar, Yves Congar, De Lubac, Jean Danielou.

 Per non parlare di Theilhard De Chardin.

 Tutte figure che leggiamo in tralice tra le righe del Codice di Camaldoli.

 Ecco: con Montini la Chiesa Cattolica dice ai laici, che hanno portato alla morte loro stessi e i loro stato a destra come a sinistra, che il Verbo non sosterrà più il Trono, ma sarà Egli stesso il Trono, ma separandosi dallo Stato, pur garantendo a tutti, credenti o meno, le libertà e lo sviluppo sociale; che nessuna delle eredità del Trinomio rivoluzionario ha garantito.

 La Chiesa farà da sola, ma sapendo che la libertà è il solo fondamento dell’azione del miles Christi e che, per garantire la libertà del Verbo, occorre mantenere e rispettare la autonomia culturale e politica del Non-Verbo.

 L’Uomo Naturale, il Papageno massonico di Mozart, è ancora libero, nella Chiesa del XX secolo, più di quanto lo sia nei fallimenti rivoluzionari che sono arrivati alla loro risoluzione proprio nel XX secolo.

 Ma, ricordiamolo, proprio Paolo VI, da Pontefice, sarà quello che autorizzerà alcuni gesuiti spagnoli a studiare fino in fondo la Massoneria; e ricordo qui i lavori e la personalità straordinaria di P. Ferrer Benimeli, per non parlare dei rapporti con la Fratellanza americana e britannica di Pio XII tramite Myron Taylor, businessman presbiteriano, massone e chiave unica dei rapporti tra Papa Pacelli e Roosevelt, Truman e la Fratellanza nordamericana.

 Associazione che si ricostruisce in Italia, proprio con l’aggregazione di palazzo Giustiniani, il Grande Oriente, alla Conferenza massonica del Nord Usa.

 Prima che la V Armata arrivasse alla Linea Gustav.

 E’ qui tutto il Codice di Camaldoli.

  Una nuova egemonia del mondo cattolico che garantisce, dopo i terribili fallimenti del mondo liberale senza la Luce di Cristo, la salvezza del mondo libero e quella della Chiesa.

 Se mi ricordo, certamente mi ricordo di Yves Congar, l’uomo dei “preti operai” che tanto scandalizzarono l’Italia provinciale degli anni ’60. Altra fonte determinate del pensiero camaldolese del 1943.

 Congar riprende, e mi ricordo di un domenicano estremamente severo ma dolcissimo nel dialogo, ferito nel corpo e nell’anima dalla prigionia dei tedeschi, proprio l’idea di Bonifacio VIII, l’aborrito Pontefice di Dante.

 Bonifax sostiene che Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet, ovvero che la Chiesa, ai tempi del nemico papale del “ghibellin fuggiasco”, può porre il veto a tutti i provvedimenti delle autorità civili contrari alle norme statuite dalla Chiesa.

 Bene, Congar sostiene, con in mano il cartiglio della regola civilistica giustinianea utilizzata da Bonifacio, il rovesciamento della sentenza: nella Chiesa, dentro la Chiesa, tutta la materia della fede deve essere approvata a maggioranza dai fedeli.

 Congar sa e scrive che, accanto e spesso contro la Chiesa, si è costituito un mondo morale, umano, spirituale e perfino religioso nuovo.

 Se vedesse le false religioni di oggi, Yves Congar si confermerebbe nella sua idea, ma certamente si accorgerebbe che, qui opera davvero il maligno, con i suoi segni e le sue insegne evidentissime.

 Ecco l’origine del male nella Chiesa e del suo ruolo negli infiniti mondi paralleli e totalmente laicizzati che seguono il signum diaboli. L’imitazione del diavolo e la ripetizione dei suoi simboli dentro la comunità dei credenti, e questo accade se non ci si accorge che la Chiesa non è più l’unica fonte della metafisica occidentale.

 Ma sarebbe proprio occidentale? Ne parleremo in seguito.

 Trovare quindi il contatto rispettoso ma autonomo con chi non crede, ma è buono secondo Dio e gli Uomini, altra tappa del Codice di Camaldoli.

 Poi, altra radice profonda di Camaldoli, tramite Montini, è Henri De Lubac.

 Il gesuita francese rifiuta la linea del Concilio di Trento, quella della esternalità della Grazia (siamo sempre lì, alla Fede che si rapporta alla Ragione) rispetto alla Natura.

In effetti, sia in economia che nelle scienze, oggi potremmo dire il contrario.

 L’uomo è allora “naturale”, quindi, come diceva San Tommaso d’Acquino, se rileva il suo desiderio oggettivo di soprannaturale.

 E qui, aggiungono i teologi amati da Papa Montini, la Salvezza chiama i credenti come i non credenti, mentre il Codice di Camaldoli vale non solo per gli uomini della Democrazia Cristiana (che non furono i soli invitati nell’Eremo toscano) ma per tutti.

 Non era questa la banale metafisica dell’egemonia della DC, ma si trattava di un progetto filosofico, politico, economico e sociale che ricostruiva il Paese dopo che tutti o erano scappati, o si erano macchiati di crimini immondi e razziali, oppure si erano venduti alla nuova ideologia totalitaria di uno Stato straniero.

 Stato che si manifesterà con il tardivo antisemitismo della “congiura dei medici” ebrei per, come diceva il dittatore georgiano, ucciderlo. Tout se tient.

 Ma c’era anche, dentro Camaldoli 1943, la esperienza, scientifica e religiosa insieme, di Theilard de Chardin.

 Era profondissima, per Papa Paolo VI, la traccia che Theilard aveva lasciato nel suo spirito e nel suo modo di intendere la teologia, anche quella politica.

 Antropologo, Paleoantropologo, scienziato rispettatissimo da tutta la comunità degli studiosi, ma anche pensatore originalissimo della sapienza biblica e mistica, Chardin, discendente di Voltaire, ironia somma della sorte, pensa ad una evoluzione di tutto il cosmo, ma non evoluzionista ed ingenua come quella di Darwin, che pure suppose perfino il linguaggio come derivante dal canto degli uccellini in amore.

 Amenissimo fu il recente libro di Tom Wolfe, poco prima di morire, in cui l’indimenticabile narratore del politically correct raccontava come la nascita del linguaggio, miracolo anche per i non credenti, veniva trattata dai tanti intellettuali con idee e proposte incredibilmente irrazionali.

 Senza la Fede, la Scienza finisce nelle sabbie mobili del dubbio eterno o della follia propositiva.

 E, anche in questo caso, il Codice di Camaldoli propendeva per una soluzione implicita molto più razionale di quella positivista e scientista, una soluzione che rimandava ad uno sviluppo della filosofia della scienza e della società che ci sarebbe stato rivelato dopo la fine della seconda guerra mondiale: il fallibilismo di Popper, le aporie, troppo semplici ma significative, di Wittgenstein, per cui c’era solo das Mystische dopo le primitive funzioni ostensive del linguaggio, l’dea di scienza “normale” che è funzione del capitalismo e non metafisica contraria, almeno temporaneamente, alla Rivelazione.

 Ma cosa c’è, ancora di importante, che ci riguarda direttamente nel Codice, se lo analizziamo, correttamente, sul piano teologico, che è l’essenza del politico?

 La famiglia, la società, la comunità e lo statuto dell’individuo. Lo Stato ha come funzione e fine il bene comune. Spirituale, fisico, economico, morale per questa e per tutte le generazioni future.

 Per questo opera nel contesto sociale. Senza pericolose riserve di legge.

 Liberamente, ma secondo la regola della maggioranza, che si applica, vedi Yves Congar, ai fedeli come ai non credenti.

 Bene: chiare norme, buoni giudici, diritto “romano”, circoscritto e ben formulato, m soprattutto il consenso da parte dei cittadini. Ecco un tema attualissimo del Codice.

 Nessuna boria da tecnocrate di campagna, come quella che abbiamo visto in anni passati, boria spesso fondata non solo sulla mancanza di consenso politico, ma sulla assoluta carenza di conoscenze tecniche sulla materia finanziaria e economica.

 Via il gatto del potere, i topi di una unica serata ballano.

 Il rispetto delle libertà civiche è poi la chiave della legittimità dello Stato. Altro tema di Camaldoli.

 Poi, la famiglia. Oggi è invalso l’uso delle tematiche familiari in politica come terreni di semplice “libertà” senza aggettivi.

 La famiglia, quindi, come disfacimento programmato del lien social.

 E se fosse vero in contrario, ovvero che l’organizzazione naturale della famiglia è quella che garantisce meglio la libertà di tutti?

 E se la distruzione programmata della famiglia, sulla base del principio del piacere scopiazzato ingenuamente da Freud, che peraltro ipotizzava una civiltà che nasce proprio dalle restrizioni libidiche, fosse un problema economico?

 Certo, Konrad Lorenz ci ha insegnato che è l’uomo l’animale, unico nel suo genere, che rimanda, posticipa il piacere, la soddisfazione dei suoi istinti.

 Per l’inventore dell’Etologia umana, è questo lo aufschieben, il rimandare che disegna tutto lo spazio dell’evoluzione naturale dell’uomo.

 Ecco, la famiglia posticipa e insieme satura tutto l’istinto del piacere umano.

  La sicurezza dell’equilibrio sessuale, la tenerezza tra i coniugi e con i figli, vera scuola di Dio, la stabilità psichica e morale che permette l’evoluzione morale dell’uomo e della donna.

 Poi, il matrimonio (indissolubile) permette l’attribuzione dei patrimoni e la stabilità economica delle future generazioni.

 E’ qui, eccola, la sapienza terrena e sovrannaturale della Chiesa.

 Da qui discende la Scuola, che dipende, visto che la famiglia è moralmente e storicamente antecedente allo Stato, dalla Famiglia stessa, dalla Chiesa e, naturalmente, dallo Stato.

 In questo modo, con una tripartizione che ricorda quelle di Steiner, peraltro appassionato studioso dell’esperimento di Olivetti, che discende la libertà umana: non c’è più il mito dello Stato, che porta ai fenomeni che già ben conosciamo, né quello parossistico della sola famiglia o del sesso individuale, né, tantomeno, quello della Chiesa, che non vuole “clericali” ma buoni credenti, e soprattutto liberi.

 Pensate, qui, a come è invece povero e banale, oggi, il dibattito sulla famiglia, incentrato su una “liberazione” che non si capisce cosa sia e, comunque, sembra proprio una nuova schiavitù.

 Essere servi degli istinti manomessi dai mass media è molto peggio di ogni altra condizione.

 Per non parlare del rapporto tra lavoratori e datori di lavoro, che oggi viene disegnato come semplice rapporto finanziario.

 E rapporto instabile, senza realizzarsi nei figli, nel rapporto con la donna che si ama, nella vita sociale come figura responsabile.

 Chi non ha nulla da perdere, né figli né famiglia né lavoro, è un pericolo per le democrazie, non un libero cittadino.

 Quanto è poi banale, oggi, pensando al Codice di Camaldoli, il rapporto tra lavoratori e “padroni”, che ha costruito gran parte dell’identità politica dell’intero Novecento.

 Ne vedremo delle belle, con questo salario che ormai è dipendente dagli investimenti finanziari, più remunerativi e “brevi”, mentre il mondo “terzo” si ribella, con il jihad o con altre pericolose operazioni, senza infine pensare a Cina, India, Russia e Brasile che si stanno imponendo, ognuno secondo i suoi interessi, come Nazioni multipolari, dopo la fine prossima e ormai prevedibile degli Usa.

 Senza la sacralità cristiana del lavoro, e senza nemmeno quella laica del mazzinianesimo e del vecchio socialismo, non ci sarà nessun futuro, né per noi né per quelli che, nelle periferie del mondo, vorranno sostituirci.

 Ecco, vorrei che, oggi, si ripartisse dai Fondamentali, dalla dottrina sociale della Chiesa e anche dalle grandi tradizioni laiche del lavoro, della solidarietà e dello Stato. C’è già tutto nel Codice di Camaldoli.

  Senza questo presupposto filosofico e morale, non c’è politologia “empirica” che terrà.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France