Mosca non ha mai posto in secondo piano né la questione nucleare e missilistica nordcoreana né, ricordiamolo, il suo sostegno a Pyongyang.

 I russi non abbandoneranno mai la loro cintura di sicurezza contro le Forze Usa stanziate in Corea del Sud e, soprattutto, l’eventuale scudo militare di Kim Jong-Un verso gli Usa e le potenze sue alleate nel Sud-Est asiatico. Si tratta, casomai, di sostituire tale scudo con una delimitazione economica o strategica-convenzionale egualmente efficace.

  Nell’appena trascorso ferragosto del 2018, Kim Jong-Un ha poi mandato un importante telegramma di congratulazioni a Vladimir Putin, proprio nell’occasione del 73° anniversario della liberazione della Corea dalla dominazione giapponese.

  L’impero coreano unitario, lo ricordiamo, e qui più che un simbolo politico si tratta di una evocazione, cessò nel 1910, ma il trattato giapponese-coreano del 1876 integra comunque la penisola nell’impero Meji, quella fase storica e culturale in cui il Giappone acquisisce le tecnologie e le culture dell’Occidente per espandere la sua, come infatti si chiamerà, “area di co-prosperità” in tutto il Sud-Est asiatico e le isole del Pacifico.

 Un’area destinata a lambire naturalmente l’area di influenza degli Usa. Allora come oggi.

 Ma è bene ricordare che l’industrializzazione della Corea ebbe inizio proprio nella sua fase di indipendenza dal Giappone; mentre la subordinazione al Giappone imperiale portò non solo ad uno sfruttamento massiccio del lavoro coreano per i fini di Tokyo, ma a un radicale spossessamento culturale e psicologico del popolo di quella penisola e delle sue tradizioni.

 Non esiste geopolitica senza un’analisi geo-culturale.

 Come diceva Aristotele, nemmeno a Dio è possibile disfare il passato; e i vecchi equilibri di potenza del XX secolo disegnano ancora i limiti delle strategie possibili, oggi, sia in Corea che nel resto dell’Asia Meridionale marittima.

 Gli Usa possono anche, oggi, aspirare ad un eccesso di estensione del proprio potere verso la miriade delle isole del Pacifico, conquistandole tutte per tenerne nessuna, per circondare il Giappone.

 Oppure possono tenersi le coordinate di sicurezza degli Stretti di Malacca, per continuare a controllare quelle aree del commercio mondiale.

 Ma torniamo al telegramma recentemente spedito da Kim Jong-Un.

 In esso si augura a Vladimir Putin “un grande successo nel responsabile lavoro di costruire una Russia potente” e si ricorda come “i nostri connazionali hanno combattuto a lungo insieme contro un comune nemico in una difficile guerra”.

 E’ questa la direzione per una rinnovata amicizia tra la Federazione Russa e Corea del Nord, aggiunge il leader nordcoreano, in “una direzione che ci porterà ad una nuova amicizia in una nuova era di relazioni bilaterali”.

 In altri termini, Kim Jong-Un vuole rinnovare i tradizionali legami con Mosca per riequilibrare quelli, non certo meno importanti, con Pechino. Senza escluderli, ovviamente.
La Corea del Nord, grazie alla superficialità occidentale, è in ottimi rapporti sia con la Russia che con la Cina; e non vuole perderli né creare assi preferenziali verso l’una o l’altra.

 Ma, soprattutto, il Leader di Pyongyang non intende affatto trascurare, oggi, il vecchio e intramontabile alleato russo, quell’alleato che sta oggi ridisegnando il Grande Medio Oriente, antemurale terrestre della sua Corea del Nord e, comunque, garanzia della sua sicurezza terrestre a Nord e a Ovest.

 Una sicurezza importante per Pyongyang, almeno quanto quella marittima che pertiene soprattutto alla sua alleanza con la Cina.

 Nella quasi immediata risposta al leader nordcoreano, Vladimir Vladimirovic Putin ha confermato la possibilità di un meeting da organizzare tra breve tempo, a Mosca.

 Promesse di summit tra Kim Jong-Un e Vladimir Putin ne sono corse spesso, negli ultimi anni. Ma mai si sono avverate.

 E’ colpa, soprattutto, dell’assestamento imprevedibile degli equilibri nel Pacifico dopo il 2006, l’anno della nuclearizzazione militare e ufficiale della Corea del Nord.

 Vi sono stati, piuttosto, molti incontri segreti, soprattutto nelle fasi acute delle crisi missilistiche del 2017; e talvolta in contemporanea con le visite di Donald J. Trump nella capitale russa.

 Molto probabilmente il discorso verteva, in questi meeting riservatissimi, anche sulla possibilità di spostare masse rilevanti di forze armate russe sul confine con la Corea settentrionale.

 Il significato di queste storiche operazioni delle Forze Armate di Mosca nell’area di Primorsky era, allora, evidente: segnalare agli Usa che la Federazione Russa non accettava nessuna minaccia nei confronti di Pyongyang e che, in ogni caso, la Russia avrebbe difeso significativamente il territorio nordcoreano da un’azione combinata di Washington e Seoul.

 Era del tutto ovvio: né la Federazione Russa né la Repubblica Popolare Cinese hanno, nemmeno oggi, alcun interesse ad avere un Paese collegato solo agli Usa, ma sconfitto o debole, ai propri confini.

 Peraltro, Mosca può oggi giocare il ruolo, difendendo Pyongyang, di mediatore tra le due Coree e di controllore di un triangolo strategico tra le due nazioni post-guerra fredda della penisola coreana con il Giappone.

  Altro centro di interesse strategico primario della federazione Russa.

  Putin ha infatti dichiarato, nel gennaio 2017, il programma nucleare-missilistico di Kim Jong-Un “una minaccia per la sicurezza nell’Asia del Nord-Est”; ma ha anche chiesto alla Corea del Sud di rifiutare la struttura antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) offerta a Seoul dagli Usa.

 Depotenziamento dell’intera penisola, mantenimento del margine di attacco di Pyongyang. Ecco la semplice, ma lucida, formula strategica di Mosca.

 La Russia, peraltro, ha accettato con evidente sospetto e fin dall’inizio le sanzioni ONU contro la Corea del Nord; ed alcune società russe sono state colpite proprio per aver non aver evitato di commerciare beni e servizi “sensibili” con la Corea del Nord.

 La Russia, è ancora più ovvio, non vuole oggi uno stato nordcoreano, ai suoi confini terrestri di sole undici miglia, che possa accumulare potenziali tali da minacciare l’area terrestre e asiatica verso il Medio Oriente con minacce tous azimuts.

  Oppure che possa creare, in un’area estremamente importante per la Russia, una sequenza di crisi regionali che richiamino i maggiori attori strategici mondiali.

 Rendere periferica la penisola coreana, depotenziarla delle sue spine irritative globali.

 E’, questa, la stessa politica della Cina in Corea Settentrionale; ma Pechino cercherà anche di integrare, in futuro, Pyongyang nel suo progetto centro-asiatico di controllo del jihad turkmeno e nella sua politica di espansione economica e militare nel Pacifico.

 Peraltro, non è escluso che la Cina non voglia un contributo militare di Pyongyang nella sua protezione, a sud, della Belt and Road Initiative.

 La Russia, peraltro, ha, da sempre, un forte interesse strategico a tutto il quadrante marittimo asiatico in genere; e meridionale nello specifico.

 Putin ha, infatti, sempre sostenuto una politica attiva della Russia nei confronti dell’APEC, Asia-Pacific Economic Cooperation, le 21 economie (economie e non stati, è bene precisare) e la penisola coreana, Nord e Sud, è essenziale per tutti i progetti asiatici della Federazione Russa.

 Progetti che, come è facile intuire, tendono a compensare e a sostituire le crisi sanzionistiche che la Russia subisce nei confronti dei Paesi occidentali.

 Mosca ha questi attuali interessi primari nel quadrante Asia-Pacifico: sviluppare bene e rapidamente l’area siberiana, poi integrare l’area asiatica nel proprio sistema di relazioni commerciali con i vecchi Paesi asiatici-meridionali della vecchia URSS, quindi aumentare la presenza russa nelle economie asiatiche, soprattutto nei beni a media e alta tecnologia, per evitare la penetrazione di altri in quei mercati, infine per evitare la radicalizzazione jihadista o meno dei conflitti interni, soprattutto nell’ambito del confronto tra Usa e Cina.

 Con queste mosse, nelle quali si comprende anche la politica economica di Mosca verso Pyongyang, la Federazione Russa si erge dunque a “Terzo” necessario in tutto il quadrante dell’Asia-Pacifico.

 E qui il rapporto privilegiato con la Corea del Nord è essenziale.

 Non è quindi strano che, per il prossimo summit tra Putin e Kim Jong-Un, si sia pensato al prossimo Eastern Economic Forum, che si terrà a Vladivostok a settembre.

  Sarebbe stata, questa, l’occasione per una serie di incontri anche con il leader cinese e quello giapponese, ma è proprio in settembre che Kim Jong-Un dovrà seguire tutti i preparativi per il settantesimo anniversario della Repubblica Democratica Popolare della Corea.

 In effetti, Mosca lo vuole ascoltare da solo, Kim Jong-Un, non ha interesse, oggi, ad una internazionalizzazione amichevole della questione nordocoreana.

 Una data, il settantennale, che segnerà una nuova condizione per Pyongyang, è questo il senso che Kim Jong-Un vuole dare ai festeggiamenti, quindi una condizione, insieme, di affermazione della potenza solitaria del regime e di nuova e positiva apertura verso il mondo.

 Il leader nordcoreano, poi, vuole preparare bene l’incontro bilaterale con Putin che significherà, soprattutto, che Pyongyang non dipende solamente dagli interessi di Pechino. Meglio quindi un ritardo tattico.

 Kim Jong-Un vuole infatti giocare, lo sta già facendo da tempo, la politica che noi, in Italia, chiameremmo “dei due forni”, ma senza tradire davvero nessuno dei due players asiatici e euroasiatici.

 Pyongyang vuole, soprattutto, una quota di autonomia strategica nazionale nel contesto futuro della sua ammissione alla Shangai Cooperation Organization.

 Lo SCO avrà quindi, a parte l’India che da poco, insieme al Pakistan, ha seguito i lavori di quella che i cinesi hanno difficoltà a definire come la “NATO dell’Est”, un asse strategico verticale tra oceano Indiano e sud-est asiatico verso il Pacifico.  E sarà certamente dipendente dalla politica militare futura della Corea del Nord.

 E questo asse verticale sarà, però, tutta la Corea. Con il Nord autonomo che, nei disegni di Putin e Xi Jinping, si integrerà parzialmente nella SCO insieme alla Corea del Sud.

 Putin almeno, quindi il solo leader del Cremlino, concederà tanta autonomia geopolitica alla Corea del Nord quanta sarà necessaria, alla Federazione Russa, per: a) evitare ogni egemonia regionale degli Usa e dei suoi alleati primari nella zona, b) mantenere la sicurezza dei suoi confini marittimi con Pyongyang, c) non lasciare tutto il campo alla Cina.

 Pechino ha un interesse soprattutto oceanico per la Corea di Kim Jong-Un.

 Ma Mosca vuole, possibilmente, creare un continuum strategico tra il suo quadrante terrestre asiatico centrale, che ha un bastione nella nuova Siria, e le coste del Vietnam. Come il Krak dei Cavalieri che, nel deserto siriaco di tante visioni che sono diventate Occidente, era un castello offensivo piuttosto che difensivo, come ce lo racconta Lawrence d’Arabia; oggi la Siria di Assad è l’antemurale ad Ovest di ogni “rivoluzione colorata” o jihad che possa penetrare nell’Asia centrale post-sovietica o nel corridoio marittimo che porta quest’area verso i confini a Nord-Ovest della Corea democratica.

 Vi è anche la possibilità, teorizzata da alcuni analisti, soprattutto di scuola nordamericana, che Vladimir Putin voglia contrastare, soprattutto nel Sud-Est asiatico, terra da dove iniziò la sconfitta strategica Usa del XX secolo, l’espansione periferica degli Usa ovunque, per sostituire infine Washington come global player.

 E l’axis mundi oggi è in Asia, non in Europa o in altri Occidenti.

 Non siamo certi che Vladimir Vladimirovic Putin voglia creare davvero una dissimmetria globale degli Usa rispetto all’asse Cina-Federazione Russa.

 Se questo avverrà, dovrà essere solo colpa di Washington.

 I différend di interessi a lungo termine tra Mosca e Pechino infatti ci sono ancora; e proprio in un’area che tocca da vicino le scelte geopolitiche asiatiche rispetto alla Corea del Nord: l’Estremo Oriente terrestre della Russia e la Siberia.

 Vi è il contrasto economico, in futuro inevitabile, tra Unione Economica Eurasiatica, organizzata da Mosca nel 2014 tra Russia, Bielorussia, Kazakhistan, Armenia e, oggi, anche dal Kirghizistan, con la rete cinese della Belt and Road Initiative. Anche questo è un problema che Kim Jong-Un dovrà risolvere cessata, almeno apparentemente, la pressione Usa (e giapponese) sulla Corea del Nord.

 Washington peraltro potrebbe, con un progetto credibile, aprire parte dei suoi mercati ai prodotti nordcoreani e creare, proprio nel territorio della Repubblica del Nord, una rete di Foreign Direct Investments che schermerebbero l’industria nascente da pressioni cinesi o russe.

 Ma, forse, ciò è vano sperare.

 Peraltro, gli investimenti cinesi nel Far East russo non sono tanti quanti quelli che erano stati previsti e sperati da Mosca: Pechino non ha interesse particolare al Nord artico della Russia, è interessata casomai alla direttrice centrale della Belt and Road.

 Se, poi, la Cina continuerà a investire, insieme alla Russia, nelle infrastrutture artiche, ciò sarà solo in funzione di una cessione, di fatto o di diritto, della sovranità russa sulle zone del Polo Nord in cui, oggi, in due Paesi lavorano insieme.

 Anche questo equilibrio tra Cina e Russia è destinato a influenzare grandemente gli sviluppi politici esterni della Corea del Nord.

 Sul piano quindi del nucleare nordcoreano, è stata la Cina, fin dal 2006, anno del primo vero test di Pyongyang, a integrare la Corea del Nord nel suo progetto strategico asiatico e a proporre un dialogo bilaterale con gli Usa per la soluzione della questione N nordcoreana.

 Ciò ha escluso così, de facto, la Federazione Russa dai giochi coreani.

 Mosca ha reagito quasi subito, con il suo sostegno nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU alle scelte sanzionistiche contro Pyongyang, creando quindi un equilibrio paritario con gli Usa sulla questione.

 Un’occasione che Washington non ha colto al momento giusto.

 Ma le sanzioni, comunque, non sono state affatto accolte effettivamente dal sistema economico russo: continuano le esportazioni di carbone nordcoreano in Russia, molti lavoratori asiatici emigrano da tempo nelle fabbriche russe vicino al confine, sono poi in discussione le nuove reti ferroviarie che dovrebbero, tra non molto, collegare la Russia con la Corea del Nord, per finire sempre in quella del Sud.

 L’interscambio tra Mosca e Pyongyang è, oggi, di circa 110 milioni di Usd l’anno.

 La Russia non ha poi rimpatriato, malgrado la lettera e lo spirito delle sanzioni ONU, le migliaia di lavoratori nordcoreani che ancora ospita.

 Peraltro, Mosca organizza ancora molte relazioni finanziarie e commerciali internazionali di Pyongyang, sostenendo le operazioni di aggiramento delle sanzioni.

 Essenziale è, poi, la linea ferroviaria tra la Russia e il porto nordcoreano di Razon ma oggi, anche in concorrenza tacita con la Cina, è la Federazione Russa a fornire a Pyongyang alcune reti internet.

 Detto tra parentesi, sarebbe bene che il meccanismo sanzionistico dell’ONU, poco trasparente e spesso irrazionale, come dicono fonti ONU, fosse radicalmente rivisto: esso mantiene l’egemonia finanziaria degli Usa oltre il suo razionale limite, con pericoli anche per l’America, squilibra i mercati finanziari che dovrebbero essere, almeno ufficialmente, “liberi”, crea infine l’occasione, per il Paese sanzionato, per trasferirsi, armi e bagagli, nel campo avverso.

 Cosa sarebbe accaduto all’Italia se le sanzioni della Società delle Nazioni successive alla conquista dell’Abissinia non avessero trovato nella Germania nazista il solo ma certo interessatissimo avversario?

 Ma il punto di svolta delle nuove relazioni tra Mosca e Pyongyang sarà, con ogni probabilità, la nuova pipeline che dovrebbe trasferire il gas naturale dalla Federazione Russa a entrambe le Coree.

 Non si capirà mai la logica strategica di Mosca se si pensa che essa accetti come fait accompli la divisione della penisola coreana: i russi pensano sempre ad entrambe le Coree. E sarebbero folli a non fare così.

 Nel Nord, i russi operano per “fidelizzare” Pyongyang al progetto strategico della Federazione, mentre Mosca, nel Sud, si muove per limitare il più possibile l’influenza Usa e giapponese.

 Vi saranno presto, inoltre, concrete manifestazioni di interesse russe per il grande gruppo di industrie di Kaesong, poi la possibile penetrazione dell’economia russa nelle prossime industrie automobilistiche e meccaniche nordcoreane, infine la eventuale creazione di una Banca ad hoc per la globalizzazione dell’economia coreana verso Est e, alla fine, verso l’Europa.

 Lungo quel fianco Sud della sicurezza geo-economica russa che è parallelo, ma differente, alla Belt and Road cinese.

 La scelta geopolitica futura di Pyongyang sarà tra le linee della Belt and Road di Pechino  e quelle fornite dalla continuità marittima e terrestre russa ai suoi confini.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France