Molti sono i punti essenziali della trattativa Usa-Pyongyang che sono stati trattati, sia pure brevemente, nell’incontro di Singapore tra Kim Jong-Un e il presidente USA Donald J. Trump.

Non è stata certo una photo-opportunity, ma non è stato, inevitabilmente, un accordo già maturo tra le due parti.

Sulla denuclearizzazione, niente di nuovo sotto il sole, ma molto di politicamente importante. E nuovo, anche rispetto alle opposte retoriche di Usa e Corea del Nord. I simboli contano, in politica estera e, per quello che ne sappiamo, Trump e Kim Jong-Un si sono piaciuti, razionali, brutali e franchi come entrambi sono.

I decisori di Pyongyang hanno però, da tempo, valutato i loro realistici piani per l’uscita dal nucleare militare del loro Paese.

Kim Jong Un, in effetti, decide, cinque anni fa, la sua politica di byung jin, ovvero quella riguardante la crescita parallela del sistema militare N e dell’economia civile della Corea del Nord; avendo soprattutto verificato che questo è il solo modo, in quel momento, di portare gli Usa al tavolo della trattativa.

E gli Usa, per Kim Jong-Un, sono la chiave del successo: sa benissimo i costi e le pertinenze di una antica relazione, anche efficace, con Cina e Federazione Russa, ma vuole il Terzo Elemento per rendere parzialmente autonoma la Corea del Nord.

Senza turbare vecchi equilibri, ma manovrandoli con la storica razionalità della sua classe dirigente.

Altre valutazioni di Kim Jong-Un si riferivano, in quella fase, alla continua ed evidente pressione militare nordamericana, forte in quei momenti, e al particolare momento di debolezza di Pyongyang, che era, allora, in una fase di transizione politica e strategica tra due élites.

 L’inizio del progetto, ingenuo e pericoloso, degli Usa fu la morte di Kim Jong Il nel dicembre 2011, che portò ad una evidente pressione militare, dalla Corea del Sud e dagli Usa, verso un ingenuo, improbabile regime change che, naturalmente, non ebbe luogo.

Qualche tempo dopo, nel giugno 2013, la Commissione Militare Nazionale, diretta proprio da Kim Jong-Un, affermò però di essere pronta a iniziare un stabile processo di denuclearizzazione.

Un rinnovo dei Six Party Talks sarebbe stato, al quel momento, possibile, anche per Pyongyang, ma i coreani del Nord volevano soprattutto una trattativa bilaterale con Washington.

Gli Usa, dal canto loro, non avrebbero dovuto porre condizioni iniziali, secondo la “linea” che allora aveva deciso Kim Jong-Un.

Ma, certamente, Washington avrebbe avuto ogni interesse ad essere il nuovo power broker dell’accordo con i coreani del Nord, l’unico punto di rottura di una continuità strategica che, a Washington, avrebbe fatto molto comodo.

Poi, nel febbraio 2012, ci fu, lo ricordiamo, il fallimento della proposta di Barack Obama per la cessazione dei test nucleari e missilistici; e il successivo invio nello spazio di un satellite, da parte della Corea del Nord.

Nel 2013, poi, ma guarda caso, il Presidente cinese Xi Jinping crea un apposito canale diplomatico riservato con Pyongyang, ma la tensione con gli Usa sale, e non certo per la mossa di Pechino.

Ma qual è, alla fine, il dare e l’avere per la denuclearizzazione, secondo le linee di Kim Jong-Un, linee che sono state di fatto recepite dall’Accordo, secco ma significativo, di Singapore?

Che cessi, in primissimo luogo, la politica ostile degli Stati Uniti, ovvero la tensione politica, economica e militare contro Pyongyang.

Poi, la Corea del Nord desidera il pieno e ufficiale riconoscimento della sovranità della Corea settentrionale sul suo territorio, la sostituzione del cessate-il-fuoco del 1953 con un trattato di pace, infine la cessazione di tutte le sanzioni economiche contro Pyongyang.

 

Tutte queste cose sono già scritte, anche tra le righe, nel testo dell’Accordo di Singapore.

Se, quindi, cessa la storica tensione tra l’America del Nord e la Corea settentrionale, allora tutto lo spazio del Pacifico meridionale e dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico, a partire dal Mediterraneo fino alle basi militari USA nel Pacifico, diventa, per Washington, un continuum strategico capace di stabilizzare l’asse asiatico centrale terrestre.

Il che potrebbe depotenziare la Cina nel suo confine marittimo nel Sud; e permetterebbe inoltre di tranquillizzare la Federazione Russa in un mare piccolo ma, per Mosca, essenziale dal punto di vista militare.

Sul piano economico, i modelli più analitici per verificare la possibile integrazione dei due Paesi coreani ci danno, oggi, un aumento necessario del 50% almeno, tra aumento della produttività totale dei fattori economici e la contabilità a otto fattori primari dell’equilibrio generale di Pyongyang, del PIL del Nord e anche del reddito medio dei cittadini della Repubblica Democratica.

Aumenterebbero soprattutto, in un progetto di integrazione Nord-Sud coreani, le produzioni leggere e manifatturiere di medio livello, soprattutto nel Nord, mentre ci sarebbe spazio economico globale anche per i prodotti minerari della sola Pyongyang.

Il modello tradizionale dei costi studiato per l’unificazione riguarda l’investimento in capitali, per arrivare ad un PIL per capita del 60% al Nord rispetto a quello di Seoul, un limite che si pensa possa evitare l’emigrazione interna di massa.

Oggi, i calcoli più attenti e recenti ci fanno pensare ad un costo totale della riunificazione di circa 1800 miliardi di Usd.

Una quota, che abbiamo calcolato del 23%, verrebbe dalla sola integrazione piena di Pyongyang nel mercato-mondo, a partire dalle attuali specializzazioni produttive del Nord.

Una quota ulteriore del 14,5% del nostro totale riunificatorio arriverebbe dalla quota di aiuti internazionali, ai quali la Corea del Nord avrebbe finalmente accesso.

Infine, una ulteriore percentuale del 12,3% verrebbe dall’integrazione tra le aziende del Nord e quelle similari di Seoul.

Il resto, arriverebbe da Investimenti Esteri Diretti, ai quali dovrebbero partecipare anche aziende russe e cinesi.

Ma un ulteriore “resto”, del tutto affordable, praticabile, potrebbe venire da nuovi trattati commerciali della Corea del Nord con la UE, il Giappone e, naturalmente, la Cina e la Federazione Russa. Si può fare presto e bene.

Lo scambio tra Pyongyang e Mosca, da diverso tempo, vale poco meno di 100 milioni di Usd l’anno.

Oggi, siamo ad oltre 78 milioni, ma certo l’interscambio strategico, scientifico e militare è, ancora in questa nuova fase politica, essenziale sia per Mosca che per Pyongyang.

C’è poi oggi, per esempio, il passaggio ferroviario tra la Federazione Russa, a Vladivostok; e il porto nordcoreano di Razon.

Inoltre, una parte delle reti Internet che arrivano nel territorio di Pyongyang viene dai “nodi” della rete russa ai suoi confini.

Peraltro, Mosca sostiene ancora, da sola, il legame tra la Corea del Nord e la Banca Mondiale; ma poi i russi vogliono innovare il sistema ferroviario di Pyongyang, un ottimo affare, oltre a premere per la creazione di una pipeline che faccia arrivare prodotti energetici russi sia al Nord che al Sud della penisola coreana.

Infine, è in corso una trattativa per lo scambio tra energia elettrica russa e minerali nordcoreani.

Ecco il punto strategico e economico: se l’accordo tra Donald J. Trump e Kim Jong-Un non riguarderà, nelle sue future esplicitazioni, un concordato economico e strategico anche con la Federazione Russa e la Cina Popolare, gran parte delle righe firmate a Singapore rimarrà lettera morta.

Per non parlare, qui, degli almeno 40.000 lavoratori nordcoreani che operano nella Federazione Russa, ancora oggi.

E non citiamo nemmeno il petrolio russo che, oggi, arriva alla Corea settentrionale tramite i traders presenti sui mercati, proprio a Singapore.

E’ quindi un grave pericolo da scongiurare, il fallimento dell’accordo recentissimo di Singapore, sia per Washington, che per la silente e eunuca UE, che per gli stessi russi e cinesi. E, naturalmente, anche per la stessa Corea del Nord.

Se gli Usa vogliono, quindi, concentrarsi sui loro nuovi equilibri strategici, tra Africa, America Latina e Asia Occidentale, devono allora lasciare, almeno in parte, la presa su un vecchio e ormai morto scenario della guerra fredda, quello scontro coreano in cui McArthur minacciò l’uso dell’arma atomica contro la Cina Popolare, che sosteneva l’espansione della Corea Democratica verso Sud.

Tanti fuochi accesi, avrebbe detto Mao Zedong, per confondere l’avversario Usa e legarlo ad una logica difensiva e senza futuro, come poi vedremo anche nella Guerra del Vietnam, una war of attrition che divenne, per Washington, il sigillo della chiusura agli interessi americani di tutto l’Estremo Oriente.

Mao, ottimo stratega militare, ha quindi avuto ragione.

Oggi è, però, il momento di valutare bene il peso delle opzioni sul campo, sia per gli Stati Uniti che per, lo ripetiamo, eunuca Unione Europea.

Che potrebbe fare molto, se solo sapesse come si fa.

Poi, occorre pensare sempre alla Cina.

Pechino rappresenta ancora il 90% del commercio esterno di Pyongyang, ma la politica di Xi Jinping, per quanto riguarda le sanzioni ONU verso la Corea del Nord, è arrivata ad un punto di non-ritorno, come ha dimostrato la nota dell’Agenzia di stampa del Regime del Nord sulla politica di Pechino, una nota tutt’altro che amichevole, emessa nel maggio 2017.

Cosa vuole allora Pechino dalla Corea del Nord, e continuerà a volerlo dopo gli accordi di Singapore?

Il gioco qui è soprattutto a due, con la Russia. Se Pechino accetta sanzioni per Pyongyang, vuole quindi che Mosca sostenga finanziariamente la Corea settentrionale.

Se, invece, la Corea del Nord diviene un efficiente client state, a costi ridotti, della Cina, per Xi Jinping andrà tutto benissimo.

Se poi Pyongyang diventa un confine tranquillo, ma credibile, per la Corea del Sud e le sue forze USA stazionate sul territorio, meglio ancora.

Ecco, anche questo sarà un tema decisivo, con il quale la trattativa di Singapore andrà a incunearsi.

Altro elemento nel calcolo strategico di Pechino è l’aumento del costo, da parte di attaccanti esterni, nel minacciare il suolo di Pyongyang.

Pechino non vuole una Pyongyang vuota di minacce strategiche, ma desidera che siano calcolabili nell’equazione statunitense.

Per evitare il sovraccarico militare di Seoul, peraltro partner economico fondamentale della Cina.

La “de-escalation” del potenziale N della Corea del Nord è, oggi, più un risultato delle politiche cinesi che non delle pressioni occidentali.

La Cina, quindi, non vuole posizioni bellicose e aggressive, da parte della Corea Settentrionale e, non a caso, ha inviato, alla metà del novembre 2017, Sung Tao, del Dipartimento del PCC per i rapporti internazionali, per limitare la tensione multilaterale di Kim Jong-Un con Usa e Consiglio di Sicurezza ONU e quindi aderire, per la sopravvivenza stessa del regime di Pyongyang, alla linea cinese.

Tanto per non dimenticare la questione strategica essenziale, il Partito Comunista Cinese non ha alcun interesse a far cessare la posizione N della Corea del Nord.

Pechino ha, piuttosto, l’interesse strategico primario di far utilizzare, come viene detto in un documento riservato del PCC scritto nel 2017, il potenziale N di Pyongyang per prevenire “il caos e la guerra” nella intera Penisola e per sostenere, comunque, la denuclearizzazione della Corea Settentrionale, ponendo infine tutto il sistema N dell’area sotto la tutela della IAEA.

Pechino ha bisogno di uno scudo poco costoso e ancor meno fastidioso per tutelarsi da attacchi Usa da parte di tutta la penisola coreana.

Potrebbe essere, questa, anche la linea degli Usa, in una futura e ulteriore trattativa con Kim Jong-Un.

La Cina non vuole quindi una destabilizzazione militare della Corea del Nord, ci mancherebbe altro, ma non vuole nemmeno che l’arsenale N sia distrutto rapidamente; o che vada nelle mani di Stati estranei agli interessi cinesi nell’area.

Sarà questo o meno il caso futuro per gli Usa, dopo Singapore?

Qui Kim Jong-Un, che è un ottimo analista strategico, sa benissimo che può usare la carta statunitense, ma solo fino a quando non viene giocata contro Pechino.

Per la Cina, quindi, la situazione ottimale sarebbe quella di mantenere una quota, da trattare, di armi N al Nord, fino a che la situazione, anche al Sud e per la nuova dislocazione delle FF.AA. americane, non fosse matura per una nuova trattativa, a questo punto multilaterale, sulla questione nordcoreana.

I dirigenti coreani del Nord, comunque, vedono la denuclearizzazione del loro Paese (e anche del Sud, comunque) in un meccanismo a tre fasi: prima il congelamento del loro potenziale N, poi la disabilitazione delle infrastrutture critiche, infine lo smantellamento delle loro armi già composte.

Da questo punto di vista, Pyongyang vuole che gli Usa, in tutte e tre le fasi, affermi la sua decisione, peraltro già siglata a Singapore, di “cessare le politiche ostili”.

In una prima fase, come si deduce sempre dal testo ufficiale dell’accordo di Singapore, vi sarebbe, da parte di Pyongyang, il freezing di tutte le attività nucleari.

Poi, sempre sulla linea già trattata a Singapore, vi sarebbe un ulteriore accordo sulle relazioni reciproche, sia economiche che politiche.

D’altra parte, vi è ancora la richiesta, sempre sottesa dal testo di Singapore, di far cessare le attività militari e N degli Usa nella intera penisola coreana.

Ma, probabilmente, dopo l’accordo di Singapore si arriverà ad una presenza sempre più ridotta degli Usa nella Repubblica di Seoul, e ad una diminuita pressione, convenzionale, del Nord verso la Repubblica coreana filo-americana.

Niente vieta, però, che Washington sposti, con tutte le verifiche del caso, le proprie armi N dell’area sudcoreana verso postazioni tali da non porre una minaccia strategica seria nei confronti della Corea del Nord.

In ogni caso, Kim Jong-Un non vuole un “modello-Libia”, ovvero quello, fallimentare, del “prima cessate l’arma N poi se ne parla”.

Kim Jong-Un è stato vaccinato dal comportamento degli Usa con Saddam Husseyn, con Gheddafi, con l’Iraq. Non ha tutti i torti, peraltro.

La Corea del Nord vuole quindi verificare, passo dopo passo, tutti i costi e i benefici del nuovo e futuro trattato.

E non farà sconti.

Ma tutto si muove intorno a un processo strategico essenziale. Non lasciare mai da soli gli americani, e questo è un problema della inetta e vacua UE, ma non lasciare soli nemmeno i nordcoreani.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France