L’Intelligenza Artificiale è, per dirla in modo generico ma comprensibile, una abilità, tecnologicamente mediata, ma comunque sempre presente in un computer digitale, o in un robot controllato da un computer, di svolgere attività solitamente tipiche di un essere intelligente.

 L’intelligenza, in questo caso, è quella tradizionale delle definizioni nate, nel Novecento, nell’ambito della psicologia empirica: capacità logica, nel senso dell’astrazione dalle caratteristiche che la scienza ritiene “secondarie” e quindi soggettive, poi la comprensione, ovvero il pensiero che imita correttamente il comportamento futuro dei movimenti e delle reazioni presenti nel mondo esterno, umane e non, poi la conoscenza emozionale, poi ancora la progettazione, in mancanza di una immagine già presente nel mondo esterno, infine la creatività e la capacità di risolvere i problemi.

 Comprendere o pensare, lo diceva il pragmatista americano Charles S. Peirce, è il “parlare con sé stessi” e il rappresentare simbolicamente, non necessariamente rispecchiare, le inferenze che si possono trovare nella realtà esterna.

 Che erano tutte, per Peirce, di natura probabilistica.

 Secondo Ernst Mach, il fisico e filosofo austriaco, la scienza è invece quel processo che sostituisce all’esperienza rappresentazioni e immagini mediante le quali “diviene più facile maneggiare l’esperienza stessa”.

 Ovvero, la scienza, nella fase di passaggio tra l’ottocento e il secolo scorso, non si interessa più alla “essenza della realtà”, intesa in senso riduzionistico, ma costruisce essa stessa una nuova realtà, più facile e adatta alla mente umana e ai bisogni della società.

 Fu proprio Ernst Mach ad applicare, nella scienza fisica e chimica, quei criteri di analisi dei dati che si sviluppavano, tra Otto-  Novecento, nelle scienze umane.

 In sostanza, la IA (Intelligenza Artificiale) può, alla fine del suo programma epistemologico, arrivare ad una completa simulazione del cervello umano e, per certi riguardi, persino superarlo nei suoi risultati. Forse, anche nelle forme di elaborazione-comprensione e quindi trasformazione di ciò che, in una lunghissima tradizione filosofica occidentale, chiamiamo “realtà”.

 Un “uomo maggiorato”, quindi, che ci ricorda, per via tecnologica, l’oltreuomo (lo űbermensch, che non si traduce mai come il “super-uomo”) ipotizzato da Nietzsche, dato che l’homo sapiens sapiens è instabile evolutivamente; e quello che noi chiamiamo “uomo” è, sempre per usare le parole di Nietzsche, “un essere teso tra la scimmia e (appunto, NdR) il superuomo”.

 Ma torniamo alla tecnologia militare.

 La tecnologia IA, peraltro, comprende non tanto la sostituzione della macchina pensante all’uomo, idea che forse alberga in qualche mente, ma tecniche più specifiche: gli Agenti Virtuali, il processamento del Linguaggio Naturale, le piattaforme per le macchine che “imparano da sole”, la robotica, la elaborazione della percezione umana e informatica, le reti neurali.

 Detto tra parentesi, gli Agenti Virtuali Intelligenti (IVA) sono quei programmi che forniscono interazioni prefissate con gli esseri umani, soprattutto nella Rete, il Natural Language Processing si poi occupa del trattamento informatico del linguaggio naturale umano (e non).

 Le piattaforme per le macchine “che imparano da sole” utilizzano, poi, il riconoscimento di pattern esterni e la teoria computazionale dell’apprendimento, quindi esse costruiscono algoritmi che possano apprendere nuove regole da un insieme di dati, comunque vasto, e fare delle predizioni a partire dai pattern già predisposti; e dagli insiemi di dati che crescono indefinitamente.

 Nella fase attuale di questo complesso “progetto di ricerca”, per usare la terminologia dell’epistemologo Imre Lakatos, abbiamo raggiunto questi livelli: a) siamo al punto di poter costruire sistemi e robot che sono già più capaci, veloci e potenti di noi. I sistemi AI dovrebbero raggiungere la nostra stessa potenza analitica (e creativa) entro il 2045. Il livello della singolarità, come oggi si denomina questo punto di non-ritorno.

Poi, b) avremo robot che si occupano stabilmente di noi, interagiscono con il nostro corpo e leggono le nostre emozioni. Ma ciò accade già. Google Home, il centro di controllo Jibo, il robot “sociale” Roomba, sono tutti già fra di noi.

C) Potremo predire, anche sulla base di un universo di dati colossale e e sempre aggiornabile, i grandi fenomeni globali, sia sul piano naturale, cosmologico, medico-epidemiologico e statistico umano, o persino economico.

 Potremo molto presto predire, nelle popolazioni più grandi, anche il comportamento umano, spesso con grande accuratezza.

D) Possiederemo degli esoscheletri o delle estensioni extracorporee tali da perfezionare, come mai prima, le nostre capacità fisiche e perfino intellettuali/percettive.

 Diventeremo, tra poco, sovra-umani, ma non nel senso di Nietzsche, ma piuttosto nel senso dei fumetti di fantascienza più popolari degli anni ’60. Avremo, prima della Singolarità, un merger, una fusione, tra apparati di AI e il nostro insieme mente-corpo.

 Vi sarà, in un prossimo futuro, una connessione stabile tra cervello umano e reti di computers, come progetta già da oggi l’azienda Neuralink o la californiana Kernel, che studiano perfino l’impianto di interfacce AI nella corteccia cerebrale umana.

 Poi, ancora, e) la fine del lavoro.

 Ma, allora, quale sarà il valore di scambio degli oggetti elaborati dalle macchine AI, visto che la nostra società è basata sulla teoria smithiana del valore-lavoro?

 Come stabilire i prezzi, anche non-monetari, se non ci sono i valori, tema classico dell’economia politica e anche di Marx, il suo principale critico?

 Sul piano strategico e militare, avremo, con ogni probabilità, 4 tipologie di Artificial Intelligence applicativa: la Artificial Narrow Intelligence, una intelligenza che non supera, ma eguaglia e potenzia quantitativamente, la mente umana ma solo per funzioni specifiche e settoriali.

 Poi vi è la Artificial General Intelligence, la AGI, che copia, amplia e migliora la mente umana in alcune operazioni, infine la Artificial Super Intelligence, la tecnologia AI che supera anche qualitativamente il pensiero umano, per tutte le sue funzioni tradizionali e attuali.

 Quindi, l’applicazione della Intelligenza Artificiale nelle operazioni e programmazioni della Difesa riguarderà, in linea di massima, a) le organizzazioni militari vere e proprie, poi b) la rete di organizzazioni politiche e informative che si estende intorno alle strutture militari vere e proprie, successivamente c) l’intera organizzazione governativa, che è di per sé una struttura di difesa.

 Poi, infine, livello finale, l’ecosistema della Difesa e della Sicurezza nella società, ovvero tutta la rete di sensori e reti AI che può essere utilizzata per la protezione delle infrastrutture, del territorio, delle risorse economiche, strategiche, intellettuali.

 Oggi, le ricerche delle potenze maggiori si concentrano sul livello 1, la Artificial Narrow Intelligence, il livello in cui la AI supera solo in alcuni settori e solo quantitativamente la mente e le percezioni umane.

 La ANI serve oggi ad applicare la Intelligenza Artificiale soprattutto al campo di battaglia e all’integrazione tra forze, informazioni, Decision Making tattico in ambito di tecnologie da “età industriale”.

 Una evoluzione che è ancora tutta contenuta nella RMA degli Stati Uniti, la Revolution in Military Affairs che ebbe il suo battesimo del fuoco nelle due guerre in Iraq.

 E che è stata alla base delle trasformazioni, dottrinali e tecnologiche delle FF.AA. cinesi, arabe, NATO e, successivamente, russe.

 La RMA era basata, lo ricordiamo, sull’idea centrale del Network Centric Warfare, la rete e quindi l’integrazione tra le armi e i comandi settoriali e regionali; quindi la fusione, di fatto, tra Decision Making politico-militare e le attività sul terreno.

 Ovvero, nella guerra moderna e del futuro avremo una bipartizione: strike ad altissima tecnologia, che determinano in un sol colpo la superiorità strategica sul campo, poi tutta la nuova panoplia a bassa o media intensità della guerra politica, che opera con gli apparenti opposti delle Forze Speciali da un lato e delle organizzazioni parallele e civili dal basso, tra cittadini armati, operazioni di influenza e di massa, utilizzazione delle organizzazioni locali, criminali o meno, la stabile propaganda “nera”, “bianca” e “grigia”.

 Le guerre del futuro saranno più diffuse e a sciame, perché molti attori regionali e locali, anche non-statuali, potranno permettersi panoplie di attacco/difesa sulla base della Artificial Intelligence, sistemi più legati al nesso tra propaganda e politica, meno clausewitziani: crollerà in futuro la separazione tra guerra e non-guerra; e lo scontro armato non sarà “la prosecuzione della politica con altri mezzi”, secondo la formula del teorico prussiano ma, casomai, vi sarà un continuum tra azione armata e operazione politica e economico-sociale.

 Con nuove e straordinariamente rilevanti tematiche di carattere giuridico: chi è il responsabile di un attacco AI o cyber? Posso basarmi sulla analisi probabilistica delle operazioni avversarie o ci sarà una “dichiarazione di guerra informatica” o robotica?

 Peraltro, la AI è un modo di riformulare e ridurre la spesa militare, con tecnologie più smart, elastiche e con un migliore rapporto tra qualità e costi; quindi avremo la fine progressiva del mercato oligopolistico delle acquisizioni tecnologiche e militari, una cosa da mondo industriale tradizionale, e l’arrivo di una qualche economia di mercato, aperta anche ai più piccoli Stati, nel vecchio complesso politico-militare, quello che Eisenhower accusò, già negli anni ’50, di dirigere le politiche estere dell’Occidente.

 Qui si determinerà lo spazio specifico, nel mercato delle acquisizioni strategiche, per algoritmi di origine commerciale ma applicabili anche all’universo militare; ma, in quello che abbiamo denominato come “terzo livello” di AI, ovvero l’integrazione tra governo, tutto il governo, e le operazioni strategiche, avremo a che fare con algoritmi che razionalizzeranno sia la burocrazia che il decision making, sia governativo che nelle operazioni.

  Ciò avverrà anche per quello che abbiamo definito il Quarto Livello, ovvero la dimensione dell’ecosistema tra politica, tecnologia e tutto il resto della società, quello che normalmente non è interessato alle operazioni militari.

 Qui, la AI si occuperà, come abbiamo già notato che avviene  per la Cina e la Federazione Russa, di prevenzione sociale (che è il nuovo modo di evitare il mix postclausewitziano tra scontro e rappresentanza politica) e della resilienza sociale, la stabilità delle “società civili” e delle loro infrastrutture critiche. Per non parlare della contropropaganda.

 Era la guerra breve di tradizione napoleonica, come occorre qui ricordare.

 Ma che non sarà più sostenibile, economicamente e politicamente, in futuro, dati i limiti economici, sociali, di equipollenza delle Forze militari che, già oggi, sperimentiamo. Il nesso, allora, tra il Quarto Livello AI-Difesa e i precedenti, sarà tra Deep Learning, nuove banche-dati a massima ampiezza, computer ad altissima velocità e elevatissima performance.

 Nell’ambito delle attuali dottrine di difesa dei Paesi NATO, la massima attenzione è stata data, dai principali attori militari della AI, alle tecnologie informative e informatiche che mettono insieme in modo rapido e facile gli “effettori”, coloro o le cose che eseguono le operazioni, in gergo NATO le Network Enabled Capabilities, con i “sensori”.

 Umani o artificiali.

 Come rispondono, però, le vecchie e nuove superpotenze alla sfida della Artificial Intelligence militare?

 Per quanto riguarda la Cina, il Paese che regge meglio il confronto con gli Usa in questo campo, essa ha costituito il Laboratorio Nazionale per il Deep Learning, operativo dal febbraio 2017.

 L’azienda di Pechino Baidu e gli altri giganti cinesi di Internet sono stati poi incaricati di lavorare, con lo Stato, in settori quali la ricognizione visuale automatica e a vastissima banca dati evolutiva, la ricognizione vocale, i nuovi modelli di interazione tra Uomo e Macchina, automatizzati, e la proprietà intellettuale nell’ambito proprio del deep learning.

 Tutto, in questo campo, si basa sui supercomputer, che la Cina può oggi elaborare da sola, dopo che gli Usa hanno bloccato la vendita dei processori Intel Xeon, arrivando fino alla produzione del loro superprocessore autonomo, presente nel computer evoluto Sunway Taihu Light, fino ad oggi l’elaboratore più veloce del mondo, almeno nel campo delle reti di computers complesse.

 Il 13° Piano Quinquennale Cinese prevede, peraltro, una espansione del mercato nazionale della AI di 100 miliardi di renmimbi, con due piani specifici: il China Brain Plan, ovvero una pianificazione militare-civile AI per le reti unmanned, ovvero senza alcun operatore umano; e inoltre, poi, la cybersecurity e il governo della società complessa.

 L’altro livello, il secondo programmato da Pechino, è quello dell’uso della Intelligenza Artificiale solo per la superiorità militare e strategica.

 E’ la linea di Xi Jinping, quella della progressiva “fusione civile-militare”.

 Le FF.AA. cinesi hanno, peraltro, definito un Unmanned Systems and Systems of Systems Science and Technology Domain Expert Group, oltre a lavorare molto nel settore del riconoscimento visuale per la Marina; soprattutto per le operazioni nelle “acque disputate”, oltre a occuparsi specificamente del comando-controllo degli UAV ad ampio raggio.

 Altro settore di rilievo, nella politica militare cinese dell’Artificial Intelligence, sono i missili.

 Soprattutto per rispondere al recentemente dispiegato programma USA Long Range Anti-Ship Missile, il sostituto dell’Harpoon.

 Il tutto, a Pechino, è inserito nella più vasta teoria della Remote Warfare, che si basa sui droni e le reti missilistiche evolute.

 Ed è alla base di molte scelte strategiche cinesi, oggi.  Colpire obiettivi, quindi, e a qualsiasi distanza, che rappresentino per la Cina un pericolo maggiore, e non sostituibile o rimandabile nella riposta, per le Forze sul campo e per il nesso politica-guerra.

 Le FF.AA. di Pechino sono, e saranno sempre, “a difesa del Partito”.

 Israele è stato, poi, il primo Paese, anche prima degli Usa, a porre in guerra robot completamente automatizzati, autoveicoli militari senza pilota, oltre a costruire Harpy, l’UAV anti-radiazioni che cerca, punta e distrugge i centri radar nemici senza alcun controllo e supervisione umana.

 Nel prossimo futuro, i decisori dello stato ebraico intendono mettere in azione battaglioni “misti”, con robot e soldati umani operanti insieme.

 E le FF.AA. israeliane hanno già messo in atto, poi, il sistema denominato Automatic Decision Making, che impiega robotica, IA e deep learning e che opera con velocità, strategicamente inevitabile per Gerusalemme, quasi istantanea.

 La Aeronautics Ltd, un contractor dell’IDF, ha già costruito una serie di UAV (Unmanned Aerial Vehicles) che contengono complessi algoritmi di Intelligenza Artificiale.

 Poi, sono già operanti in Israele sistemi IA di supporto alla decisione politica, delle tecniche di trasferimento immediato dei dati dall’una all’altra piattaforma informatica, infine le tecnologie AI per il camuffamento delle reti e degli operatori, umani o meno.

 Nella Federazione Russa, l’Intelligenza Artificiale militare ha un limite, quello della disponibilità dei processori ultraveloci per i supercomputer, un problema, comunque, in via di risoluzione.

 Mosca ha oggi interesse, soprattutto, a sviluppare gli UGV, Unmanned Ground Vehicles; oltre alle piattaforme robotiche per l’integrazione dei vari aspetti del campo di battaglia.

 Nel gennaio 2017, il presidente Vladimir Putin ha ordinato la creazione di “complessi robotici autonomi”, per usare la terminologia del governo russo, ma per il solo utilizzo militare.

 Con la creazione del National Center for the Development of Robotic Technologies and Basic Robotic Components Mosca sta operando una attenta politica di acquisizione e di ricerca autonoma nel campo della Intelligenza Artificiale militare. Una rete che opera già, per le acquisizioni, in tutto il mercato-mondo.

 Si tratta di una organizzazione che opera dal 2015-2016.

 Poi, i russi hanno già sviluppato elicotteri non guidati dall’uomo e l’uso, comandato da piattaforme remote, di robot-“terminators” che si dirigono da soli, sempre senza supervisione umana, sugli obiettivi che hanno autonomamente selezionato per livelli di gravità della minaccia e di reazione alle azioni sul campo.

 Infine, Mosca ha interesse, dopo i buoni risultati delle sue piattaforme operative unmanned in Siria, nello sviluppare sistemi AI per la protezione delle frontiere, con una serie di reti neurali che si rapporta automaticamente alle telecamere, ai sensori sismici, a quelli umani e alle reti di UAV, per una immediata risposta alle minacce.

 Per gli Usa, poi, il primo Paese a impegnarsi stabilmente nel settore della IA militare, gli sviluppi prossimi venturi saranno in questi settori: a) macchine per il deep learning autonome, che potranno determinare i dati e elaborare le scelte, soprattutto nell’ambito della attuale “guerra ibrida”, poi b) lo sviluppo delle dottrine strategiche di intelligenza artificiale nordamericane sarà nell’ambito della collaborazione uomo-macchina, con la definitiva messa in opera della rete Centaur, c) la creazione di unità congiunte di combattimento uomo-macchina, d) le armi semi-automatiche collegate alla rete, per sopravvivere ai cyberattacchi.

 Tutti questi sistemi saranno posti in rete tra di loro, naturalmente.

 Ma, naturalmente, per tutti i maggiori operatori della Artificial Intelligence strategica, oggi, vi è la necessità di usare queste reti per la cripto-preservazione dei dati dell’intelligence vera e propria, nonché della loro classificazione, poi anche per la prevenzione dei conflitti che, come dicono i cinesi, deve essere “predittiva, preventiva, partecipatoria tra i decisori politici e quelli militari”.

  Inoltre, tra gli obiettivi delle nuove reti militari AI vi è la “resilienza sociale”, ovvero la stabilità dei non-militari, dei membri della “società civile”, rispetto agli eventuali shock imprevisti e alle azioni di “guerra coperta” o “ibrida”.

 L’Italia? Non abbiamo un vero e proprio documento sulla Sicurezza Nazionale, da aggiornare eventualmente ogni anno o per le crisi maggiori.

 Già questo è un grave limite. I “libri bianchi” già redatti in Italia sono, comunque, sempre un documento politico e governativo, sono spesso scritti da “esterni” al meccanismo della Difesa, o magari, dallo Stato Maggiore; ed essi si occupano più di piani di spesa e linee, piuttosto vaghe, di Grand Strategy, quando ci sono, che di dottrina geopolitica e militare in senso proprio.

 Poco Interesse Nazionale, molta fedeltà non richiesta ad obiettivi stabiliti da altri.

 Vi è inoltre, alla Farnesina, un Gruppo di esperti che opera sulle sfide della politica estera italiana nel limite temporale del 2020.

 A parte le specifiche attività dei Servizi, non vi è dunque una dottrina o un progetto di utilizzazione interna, anche per stimolare le nostre ormai scarsissime industrie del settore informatico-AI, delle tecnologie di Intelligenza Artificiale, nel nostro Paese.

 Altra grave carenza, tra le molte, dei nostri criteri di difesa e, anche, di integrazione con le altre FF.AA. NATO e Alleate.

 

Giancarlo Elia Valori

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France