Le elezioni politiche generali si sono tenute, in Libano, il 6 maggio scorso.

  Erano state previste per il 2013 ma, per i fallimenti ripetuti delle elezioni presidenziali, dal 23 aprile 2014 al 31 ottobre 2016, dove nessun candidato era riuscito ad avere la richiesta maggioranza dei due terzi.

 Il massimo del proporzionale elettorale coincide con il massimo della destabilizzazione di un Paese.

 Finalmente, ma comunque alla quarantaseiesima tornata elettorale presidenziale, quella del 31 ottobre 2016; e dopo 29 mesi di elezioni e trattative, è stato eletto Michel Aoun.

 Cristiano maronita, come prescrive la costituzione del Libano, è stato capo delle Forze Armate fino dal 1984 e, dal 1988 alla metà dell’ottobre 1990, è stato anche primo ministro, con la paradossale conseguenza di avere, in quel momento, due governi libanesi, quello di Aoun e l’altro, presieduto da Selim Hoss, apparentemente filoccidentale, autonominatosi capo del governo.

 Cristiano maronita il presidente, islamico sunnita il capo del governo, sciita il presidente del Parlamento. E’ questa la norma fondamentale, tra le altre, dello Stato dei Cedri.

 Il testo della costituzione del Libano però non definisce, come accade anche in altri Paesi del Medio Oriente, dei gruppi politici tradizionali, ma partiti settari di filiazione religiosa.

  Fino ad ora, con l’elezione di Aoun, si fronteggiavano a Beirut due coalizioni, la prima essendo quella del 14 Marzo 1971, una alleanza diretta da Saad Hariri, già uomo dei sauditi e in pienissima crisi finanziaria e quindi politica; e si tratta qui di una alleanza politica realizzata oggi insieme ai cristiani di  Samir Geagea, dal gruppo di  Sami Gemayel, capo della Falange maronita, oltre che da Walid Jumblatt, storico capo dei drusi.

  Tutta la coalizione del “14 Marzo” era legata a doppio filo e fin dagli inizi agli interessi sauditi.

 E’ bene però ricordare che il Libano è il terzo stato più indebitato al mondo, con il 150% rispetto al PIL, un totale di 79 miliardi netti di Usd di indebitamento e una crescita del rapporto debito/Pil che, secondo il Fondo Monetario, potrebbe portare il governo di Beirut al 180% in tre anni.

 In una prossima conferenza, da tenersi a Parigi, il governo libanese chiederà investimenti esteri mirati, per le infrastrutture, pari ad almeno 16 miliardi di usd, mentre le banche non forniscono liquidità ad alcuno.

 Le infrastrutture e i servizi pubblici, come dimostra la crescita dei partiti grassroots, locali e sui temi della gestione urbana, sono il vero puto debole dello Stato libanese.

 Il 70% della spesa pubblica libanese va solo in salari e stipendi e, in particolare, per il servizio del debito, mentre ben il 10% va per i sussidi alle spese elettriche e energetiche della popolazione più povera.

  Quindi non c’è spazio, per nessun governo, per ridurre la spesa pubblica di Beirut in modo consistente.

 C’è quindi sempre un rapporto, strettissimo, tra disfunzionalità dei sistemi politici e indebitamento dello Stato e, infine, tra rigidità della rappresentanza elettorale e impossibilità di controllare il nesso tra debito e Pil.

 Da studiare per chiarire ulteriormente il “caso italiano”.

 La coalizione del 8 marzo 1957, invece, è stata formata da Hezb’ollah, il partito sciita che fu fondato, “come se fosse la luce dei suoi occhi”, dall’Imam Khomeini nel 1982, oltre che dal movimento, anch’esso sciita, Amal (speranza) di Nabih Berri e, infine, proprio dal partito cristiano maronita di Michel Aoun.

 Secondo quanto si afferma oggi a Beirut, l’accordo tra le due grandi fazioni prevede il “via libera” della coalizione 8 marzo alla futura premiership di di Saad Hariri, uno dei capi dell’altra coalizione.

  Ma chi è Michel Aoun? Il capo militare, soprattutto, che riuscì a bloccare, al comando dell’ottava brigata delle Forze Armate libanesi, l’offensiva del capo druso Walid Jumblatt, a capo delle milizie filosiriane, in quel momento.

 Negli anni successivi alla sua nomina a capo del governo, lo abbiamo visto, Aoun si scontra soprattutto sia con i gruppi sciiti e drusi che con le milizie maronite della “Falange” di Samir Geagea.

 Come è accaduto anche in Irlanda del Nord e in Spagna, con il movimento basco, dalla rivoluzione politica si passa facilmente alle attività illecite.

 Nel 1989, dopo la firma dell’accordo di pace interlibanese, discusso a Taif in Arabia Saudita, un patto settario che pone fine proprio alla guerra civile libanese, fu proprio Michel Aoun che si barricò nel palazzo presidenziale, rifiutando di cedere comunque il potere.

 Fu quindi, inevitabilmente, l’esilio in Francia, per il vecchio capo delle FF.AA. libanesi. Dopo la vittoria delle forze siriane, entrate in Libano per stabilizzare la “provincia” di Beirut.

  Fu quello un periodo in cui Aoun svilupperà rapporti molto stretti sia con l’intelligence di Parigi che, soprattutto, con i Servizi israeliani.

 Il Libano, in quegli anni, diviene un pieno e assoluto protettorato siriano.

  Ma Aoun ritorna sulla scena politica e in Libano nel 2004, quando l’ONU vota la Risoluzione n. 1559, che obbliga tutte le FF.AA. di Damasco ad uscire dalla Siria.

 Il che accade l’anno successivo quando, con le immani manifestazioni succedute all’assassinio di Rafik Hariri, garante della ricostruzione libanese, ma con i soldi sauditi, dopo le immani distruzioni della guerra civile, i siriani davvero se ne vanno.

 Fu da quel momento che Aoun, da tempo ritornato segretamente e poi visibilmente in Libano, inizia il suo rapido avvicinamento ai nemici di sempre, gli sciiti di Hezb’ollah e di Amal.

  Amal, il movimento ormai antico di Nabih Berri, ha combattuto contro Hezb’ollah per il controllo di Beirut sud nella “guerra civile libanese” ed è stato però fondato dall’Imam Mussa Sadr, colui che stabilì l’appartenenza allo sciismo degli alawiti, e quindi della èlite oggi al potere in Siria e fu ucciso, molto probabilmente da alcuni operativi di Gheddafi, a Roma, nel 1978.

 Come si vede, la politica libanese è sempre stata un gioco di ombre e di paradossi.

 E’ però nel 2008 che Aoun fallisce il suo primo progetto presidenziale, mentre si ricostituisce il rapporto con il suo vecchio nemico maronita, Samir Geagea, che, nel 2016, si ritirerà dalle elezioni presidenziali facendo convergere i suoi voti proprio su Aoun.

 Ma la vera vittoria presidenziale Aoun l’ha pregustata solo quando Saad Hariri, indebolito dalla crisi finanziaria della sua impresa operante in Arabia Saudita e pressato dall’Ambasciata di Francia per altri e urgentissimi problemi finanziari, gli ha dato il suo appoggio, certo in cambio di un futuro da Premier, abbandonando quindi Aoun il candidato cristiano della sua coalizione, Suleiman Frangieh jr.

 Aoun, comunque, è anziano, ha 82 anni. Dovrebbe preparare la strada al genero e attuale ministro degli Esteri, Gebrain Bassil.

 Peraltro, le due coalizioni, entrambe eredi della guerra civile, sono sempre meno votate dai giovani e da tutti coloro che vogliono allontanare lo spettro del frazionismo politico e militare del Libano. Che sono tanti.

 Non a caso, alle ultime elezioni le due coalizioni si sono perfino unite per battere il nuovo movimento civico ed ecologista Beirut Madinati (“Beirut la mia città”) che, però, ha vinto, inaspettatamente, in uno dei tre distretti elettorali di Beirut.

 Un movimento, Beirut Madinati, nato dopo la rivolta del 2015 contro la mancata raccolta della spazzatura nella capitale libanese. Nulla distrugge la rappresentanza politica quanto il disastro nei servizi pubblici di base.

 E nulla ha sostenuto Hezb’ollah quanto la sua offerta di welfare settario, che sostituisce uno Stato che non ha più né i soldi né le norme, stupidamente “liberalizzate”, per aiutare i poveri negli ospedali, nelle scuole, sul lavoro.

 Le regole della privatizzazione distruggeranno, anche in Occidente, la rappresentanza politica.

  Ma il punto centrale del sistema politico del Paese dei Cedri è però oggi, come è facile immaginare, la rete dei Servizi.

 Aoun, anche come capo militare, è ancora al centro del sistema di intelligence del Libano.

 Egli è il garante e il mitigatore sia delle richieste delle alleanze sciite, da Hezb’ollah, alleato proprio di Aoun fin dal 2005, referente storico di Damasco e, soprattutto, dell’Iran, che del variegato ma potente mondo delle milizie sunnite.

 Un’area politicamente in crescita, i sunniti, che non tollera più né le sconfitte dei “fratelli jihadisti” in Siria e Iraq né, tantomeno, il percepito strapotere di Hezb’ollah e di Amal.

 Il Libano, comunque, ha quattro agenzie di intelligence: la “Sezione di intelligence delle Forze di Sicurezza dell’Interno” (in sigla IS-ISF) il “Direttorato Generale della Sicurezza Generale” (sempre in sigla, GDGS) il “Direttorato dell’Intelligence Militare” (MID) e, quindi, il “Direttorato della Sicurezza dello Stato” (SSD).

 La prima struttura si occupa di controterrorismo, antidroga e investigazioni criminali, il GDGS lavora sui visti e i passaporti, la censura, i controlli portuali e aeroportuali, poi ancora sul controspionaggio e in ambito controterrorismo.

 Il MID opera, invece, nell’ambito dello spionaggio militare, della protezione dei siti delle FF.AA., nella prevenzione dei rivolgimenti politici.

 Il SSD, infine, protegge gli uffici pubblici e le personalità di rilievo.

  Il gen. Antoine Suleyman Mansour ha poi recentemente sostituito, per esempio, il suo pari grado Camille Daher come capo del MID.

 Mansour è nato nella valle della Bekaa e ha seguito corsi antiterrorismo in Usa, in Francia ma, soprattutto, in Siria.

 La Beqaa è l’asse del potere economico e strategico di Hezb’ollah.

 E’ in quell’area, essenziale anche per la difesa di Israele, che il “partito di Dio” organizza i suoi traffici di droga ed è lì che si trovano i suoi principali depositi, segretissimi, di armi.

 Il “tracciato sciita” che va da dall’Iraq fino a Teheran e infine a Beirut Sud, così come lo si immagina oggi, è vitale per la stessa sopravvivenza di Hezb’ollah, ma anche del sistema di potere iraniano.

 Ed è la minaccia più evidente contro il sistema israeliano, soprattutto se la mettiamo in relazione con le operazioni iraniane nella Striscia di Gaza e nei Territori.

 Il generale Daher ha, poi, trattato direttamente con i sauditi una fornitura di armi, pagata da Riyadh, da tre miliardi di Usd di armi francesi nuovissime, ma la trattativa non si è chiusa bene e le armi vennero, successivamente, acquistate da Riyadh per le sue forze armate.

 E’ facile capire cosa questo abbia significato per l’equilibrio politico interno del Libano.

 Daher, così si dice, paga la sua vicinanza al gen. Kahwahj, già capo di Stato Maggiore a Beirut e, soprattutto, nemico giurato e rivale interno di Aoun.

 Il gen. Karaa e  Abdou Fattou, il primo capo del SSD e l’altro il responsabile dei fondi riservati del Servizio, sono stati sostituiti rispettivamente da Tony Saliba e da Wafiq Jizzini. Karaa aveva indagato sulla rete di comunicazioni evoluta e riservata di Hezb’ollah, nel 2008, che è potentissima e segreta, mentre Abbas Ibrahim, che dirige il GSDS, è sostenuto esplicitamente dal “partito di Dio” e, quindi, è rimasto al suo posto.

  Ibrahim, inoltre, ha svolto le recenti e complesse trattative tra Daesh-Isis, Al Nusra  e  Hezb’ollah per il trasferimento, e di qui l’aumento recente della violenza settaria libanese, di terroristi sunniti verso la Siria, sotto la protezione diretta di Hezb’ollah e del Servizio libanese.

 Ma come si vota, dunque, in Libano? Nel giugno 2017 le varie forze religioso-politiche hanno infatti raggiunto un accordo sulle modalità elettorali.

 Il sistema è proporzionale, voluto soprattutto dal mondo maronita, e, in particolare, dal movimento di Aoun, il Free Patriotic Movement, oltre che dai suoi alleati sciiti.

 Tra i 6,2 milioni di abitanti del Libano, i musulmani sono il 54%, di cui 27% sunniti e 27% sciiti, con quest’ultimi in forte crescita, i cristiani il 40,5%, di cui il 21% di maroniti, l’8% di greci ortodossi, il 5% di greci cattolici, il 6,5% di altre tipologie cristiane, mentre i drusi sono il 5,6%.

 Hezb’ollah, era facile prevederlo, è oggi il vero vincitore delle ultime elezioni libanesi.

 Insieme ad Amal, con una lista unificata chiamata Al Amal wal Wafa (“Speranza e Lealtà”) i due partiti sciiti, insieme ad altre liste amiche, hanno raccolto 13 e 15 seggi rispettivamente.

 Prima, i due partiti filo-iraniani, con una lunghissima storia di lotta violenta tra di loro, avevano 13 seggi ciascuno, nel Parlamento libanese, che comporta in tutto 128 seggi.

 Sono state poi verificate ben settemila violazioni, chiaramente documentate, delle procedure elettorali, con meno del 50% di frequenza ai seggi da parte degli elettori. Molte operazioni di manomissione della volontà popolare, quindi, qualunque cosa voglia dire ciò in Libano.

 Il movimento di Aoun è passato da 18 a 22 seggi, mentre il gruppo di Geagea, gli avversari maroniti storici di Hezb’ollah e oggi alleati di Aoun, almeno per stavolta, sono passati da otto a 14 seggi.

 Ha vinto qualche posto anche lo Azm Party dell’ex-primo ministro Najib Mikati, da uno a quattro seggi.

 Azm è stato fondato da Mikati, appunto, storico premier della coalizione 8 Marzo, con il sostegno di Hezb’ollah, Aoun e dei loro alleati locali.

 Il Partito Socialista Nazionale Siriano e il Tashnag, il gruppo politico di riferimento per la comunità armena libanese, hanno conseguito rispettivamente due e tre eletti.

 Il Kollouna Watani, “noi siamo tutti per la Nazione”, un recente gruppo politico, non ha però ricevuto nemmeno un seggio.

 Il partito di Saad Hariri, che non sembra più stare a cuore nemmeno ai suoi amici sauditi, è passato da 33 seggi a soli 21. E a Beirut, nei seggi storici del Movimento per il Futuro, di Saad, hanno vinto gli sciiti.

 Il partito druso di Walid Jumblatt, il Progressive Socialist Party, ha perso due seggi, da 11 a 9.

 Qui conta la demografia, più che la politica militante. E la grande emigrazione libanese dei borghesi, in Europa e Stati Uniti.

 Il Kataeb, la vecchia Falange maronita di Sami Gemayel, passa comunque da cinque a tre parlamentari.

 Il Marada, il vecchio movimento di Frangieh, rimane con tre seggi.

 Certo, la prorogatio dei mandati parlamentari è iniziata fin dallo scoppiare dei tumulti nel 1975, a parte la nomina straordinaria di 40 eletti nel 1991; e quindi la permanenza della compagine parlamentare del 1975 è durata, appunto, fino al 1991.

 Il parlamento appena cessato era stato eletto nel 2009, per soli quattro anni, ma è stato prorogato quattro volte di seguito.

 L’elezione alla presidenza di Suleiman, il 25 maggio 2008, inoltre, fu resa possibile solo dal Dialogo Interlibanese tenutosi a Doha solo il 21 maggio del 2008, poco dopo la dimostrazione di forza (militare) tenuta da Hezb’ollah a Beirut Ovest, proprio nell’area sunnita della capitale.

 Le elezioni del giugno 2009 seguono quindi direttamente l’arrivo alla presidenza di Michel Suleiman.

 Quattro anni dopo le elezioni, già da tempo pianificate per il 7 giugno 2013, vengono ancora posposte.

 Il parlamento rinnova continuamente il proprio mandato fino al 2014, poi fino al giugno 2017 e, ancora, fino al 2018. Un messo malato tra Presidenza e rappresentanza locale.

 E, sul piano militare, da quel momento in poi Hezb’ollah è ormai una unità integrata con il resto della FF.AA. libanesi.

 Esercito siriano, “partito di Dio” e brigare iraniane Al Quds, sono diventati quindi attori sul fronte operativo fin dalla caduta di Aleppo, il 22 dicembre 2016, mentre si è definito un vero e proprio protettorato militare iraniano sul Libano, generato dalla presenza delle suddette tre forze sull’asse dalla Siria del Nord al Libano meridionale, attraverso il Golan.

 Poi, dopo il sostegno evidente del “partito di Dio” ai ribelli Houthy in Yemen, si è rafforzato, anche nel solo Libano, il cleavage, la “frattura” finale tra sunniti e sciiti.

 I sauditi e i loro alleati, dopo la fine del “califfato”, non hanno quindi elementi su cui manipolare l’equilibrio delle forze nell’asse Iraq-Siria-Libano.

 E tutto ciò accade mentre Saad Hariri, insieme ai “nemici” di Riyadh che si trovano ancora nella vasta coalizione dell’8 marzo, si mette d’accordo proprio con Hezb’ollah, per arrivare a un governo di “unità nazionale”. Che serve ad Hariri, in crisi finanziaria, per rimettersi in sesto.

 La politica, diceva un vecchio parlamentare sudamericano, “es muy lucrativa mas muy peligrosa”.

 E’ questo il senso, riguardo ad Hariri, del suo “sequestro” di fatto, attuato dal principe della Corona saudita Mohammed bin Salman nei confronti di Hariri, nel novembre 2017.

 Ecco, questo è il quadrante dei rapporti di potere, tra interno ed esterno, nel sistema politico libanese.

 Quindi, troviamo qui la ratio del nuovo sistema elettorale che è stato previsto dalla legge n. 44/2017 del 17/06/2017.

 Proiettare all’interno gli equilibri esterni che garantiscono la unità e i finanziamenti allo Stato Libanese.

 Per evitare ulteriori momenti di caos, dopo la elezione di Michel Aoun, tutti i collegi elettorali sono stati disegnati per mantenere e stabilizzare il tradizionale elettorato religioso-settario.

 La legge elettorale 44/2017 divide, infatti, il Paese dei Cedri in quindici collegi elettorali maggiori, divisi ulteriormente in 26 cazas, distretti elettorali minori. Mettendo così insieme il sistema proporzionale classico con un meccanismo definito dallo specifico “voto preferenziale”.

 Ovvero, un voto che permette all’elettore di scegliere un solo candidato dalla lista che ha già comunque scelto.

 Questo voto seleziona i candidati solo all’interno della caza, il primo e più piccolo distretto elettorale.

 Ma il voto è valido solo se vengono raccolte le preferenze a livello di tutte le quindici sezioni regionali, con il quoziente elettorale, determinato dal numero dei votanti diviso il numero dei seggi già prefissati per quel seggio.

 Ma il voto di preferenza stabilisce, comunque, la graduatoria, quindi il vincitore a livello di caza.

 In altri termini, tutto ciò avviene per costituire, come accade anche in Europa Occidentale, una sorta di èlite elettorale di contro alla massa degli irrilevanti rappresentanti.

 Il sistema libanese crea quindi un premio elettorale nascosto, ma solo per i candidati più noti.

 Ma la questione vera è un’altra: la divisione oggi è all’interno della coalizione 14 marzo, con la parte sunnita, drusa e cristiana avversa alle mire siriane sul Libano, rispetto a quella dell’8 marzo che è, invece, sempre più legata al regime di Damasco e ai suoi sostenitori esterni.

 Ecco quindi i paradossi locali di un quadro geopolitico ormai chiaro: le “Forze Libanesi” di Samir Geagea sono ostili all’asse sirio-iraniano e vicine ai sauditi, ma sono però alleate con il Free Democratic Movement di Aoun e di suo genero Bassil, che hanno invece siglato un contratto scritto con Hezb’ollah.

 Ecco, si tratta, qui in Libano, di un sistema politico che riafferma e mantiene sine die la destabilizzazione del proprio paese. Ci ricorda qualcosa.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France