L’erario europeo, singolarmente o come Unione, finora, ha concluso al massimo ribasso ben 72 accordi con grandi aziende globali.

 La concorrenza fiscale, peraltro, è ancora molto attiva, basti pensare alla tassa sulle imprese USA che, con le ultime riforme, arriva ad un massimo del 26%, più di un terzo meno del tasso precedente, con una media, sempre americana, della corporate tax che si colloca oggi sotto tutti i livelli OECD e G7, con attitudini simili però che si stanno sviluppando in Argentina, Colombia, Lussemburgo, Canada e perfino in Giappone.

 Al contrario, sono aumentate le tasse sulle imprese in Turchia, Portogallo e Taiwan, con ulteriori aumenti, ma non di rilievo, in India. Sono aumenti selettivi, per favorire alcune aziende, straniere o meno, rispetto ad altre.

 Siamo, a livello mondiale, arrivati a ben undici giurisdizioni che valgono, da sole, il 27% del totale fiscale corporate mondiale che aumentano oggi le imposte sulle imprese, mentre tutti gli altri Paesi, minori e maggiori, continueranno a fare una durissima concorrenza fiscale ai loro vicini.

 Insomma, la tecnologia ha reso obsolete tutte le antiche tecniche fiscali.

  Oggi, infatti, la concorrenza tra i sistemi fiscali UE costa ai Paesi più deboli 60 miliardi di euro l’anno.

 Nove delle venti imprese a maggiore capitalizzazione, nel mondo, ricordiamolo, sono digitali.

 Tra le tecniche più usate per evitare la tassa “peggiore” per l’impresa, vi sono il “sandwich olandese”, le scritture lussemburghesi, venute recentemente alla luce con lo scandalo LuxLeaks, oppure la specifica politica fiscale irlandese.

 Il sandwich olandese si basa, in prima istanza, sulla norma nazionale dell’Aia secondo la quale i dividendi e il plusvalore di una azienda-madre possono essere trasportati senza spese fiscali sulle aziende-figlie.

 Si possono allora far transitare qualsivoglia capitali, nelle società aventi sede nei Paesi-Bassi evitando, così, tutta la fiscalizzazione di questa liquidità.

 Il Lussemburgo, invece, tende a stabilire accordi bilaterali, tipo Stato-Azienda, con le grandi imprese, cosa che fanno tutti ma, in quel Granducato, le transazioni con le aziende sono sempre particolarmente favorevoli al privato.

 L’Irlanda, poi, appone una tassa sulle imprese che vale, al massimo, il 12,5% del totale dichiarato. Per le società puramente finanziarie, la tassa è solo del 10%.

 Oggi, la politica fiscale UE si basa ancora sul criterio della destinazione, applicando quindi l’IVA solo là dove avviene il consumo.

 E’ una tecnica, questa, che risale a quando l’Unione ebbe a che fare con il boom delle vendite su Internet.

 Ma, in quel caso, si trattava di vendere beni tradizionali in modo nuovo, oggi il web vende beni nuovissimi in modo ancora più inconsueto.

 Per le imprese informatiche, però, la questione è ancora più complessa, visto che esse possono realizzare qualsivoglia giro di affari ovunque senza avere nessun tipo di organizzazione stabile presente là dove si vende o si compra (o, magari, si produce il bene).

 Tanto per ricordare i dati più recenti, Google ha messo da parte ben 3,7 miliardi di Euro con il suddetto sistema del “sandwich olandese”, su un totale da tassare di ben15,9 miliardi di euro.

 E, questo, nel solo 2016.

 Basta passare, come fanno tutte le web firms, da una società sussidiaria irlandese dell’impresa californiana a una azienda olandese senza personale o operazioni in corso, per poi inviare alla fine i capitali ad una società fondata nelle Bermuda, ma a partire da un’altra società iscritta nei registri olandesi.

 In tre anni, la notissima e monopolistica internet firm della California ha risparmiato, per usare questo termine, circa 34,2 miliardi di Euro, con un aumento annuale di circa il 7% sui “risparmi”.

 Si potrebbe solo, a questo punto, definire una formula giuridica universalmente valida di sede sociale o di organizzazione di impresa, oltre a quella del luogo materiale o immateriale dove si genera il fatto impositivo.

 Naturalmente, occorre anche immaginare il potere di ricatto tacito delle maggiori corporations che operano nella Rete, le quali hanno banche-dati utilissime per tutti i governi e, particolarmente, a quello Usa; e quanto di questa asimmetria informativa e fiscale sia utile alla egemonia Usa sui mercati globali.

 Ecco il tema geopolitico: la supremazia fiscale delle maggiori web firms è un elemento irrinunciabile della nuova egemonia Usa, ovvero del New American Century.

 Qualcuno ha anche pensato, per limitare le unghie fiscali delle majors, alla formula della “interazione significativa” con gli utenti, ottenuto attraverso canali digitali diffusi.

 Ma c’è la possibilità che una parte almeno del fatturato on line venga prodotto attraverso canali peer-to-peer tra l’impresa e alcuni settori della clientela, oppure attraverso un frazionamento della mediazione informatica tra piccole imprese, compiuta per fasce di clienti.

 Con la scusa dei contenuti “dedicati”, si sfugge al fisco e si limita artificialmente la fatturazione visibile in un solo Paese.

 Una ipotesi più rapida, rispetto a quella della “interazione significativa”, sarebbe quella di colpire solo le imprese che fatturano i servizi intermedi (pubblicità ed altro) a quelle maggiori.

 Ma se le majors della Rete si comprassero anche questi intermediari, torneremmo direttamente alle pratiche olandesi e del Granducato.

 I dati attuali parlano peraltro, in Italia e altrove nella UE, di una imposta media del 3% per le imprese di servizi alle majors della Rete.

 La Commissione Europea prevede, in quest’ultimo caso, entrate per soli 5 miliardi di Euro per tutta l’area UE a 27.

 Se si fa, comunque, la media delle tasse attualmente in vigore in ambito europeo, i grandi di Internet pagano imposte sui redditi del 9,2%, rispetto alla media comunitaria del 23,3%.

 Ma è razionale che le imprese siano tassate in base alla sola fatturazione annuale e unicamente autodichiarata?

 In sostanza, le norma attualmente in vigore non possono quindi tassare utilmente la vendita di dati o di User Generated Content.

 Qui, la UE ha proposto due diversi livelli di tassazione, ritenendo però la piattaforma digitale una “presenza” d’impresa e, quindi, una “stabile organizzazione”.

 I criteri di cui si discute saranno: il superamento di una soglia di 7 milioni di ricavi in un solo Stato membro EU, la presenza di oltre 100.000 utenti sempre in uno Stato membro, durante un solo esercizio fiscale, la presenza di oltre 3000 contratti per servizi digitali conclusi tra impresa e utenti, sempre in un solo esercizio annuale.

 Allora, per contrastare la norma europea, la major di Internet può basarsi, per la sua “stabile organizzazione”, anche con apparati fuori dalla UE, può inoltre frazionare i suoi utenti tra varie micro-aziende, non necessariamente aventi stabile organizzazione nel Paese che le utilizza, infine può fatturare diversamente i 3000 contratti minimi.

 Una seconda proposta, sempre in discussione tra i dirigenti dell’Unione Europea, riguarda la “imposta temporanea” sulle attività digitali che, peraltro, non sono attualmente tassate in alcun modo dalla UE.

 Quindi, sarebbero tassati, secondo questo progetto, i ricavi derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari riguardanti beni o servizi diversi dal tramite che viene usato.

 Oppure, sarebbero oggetto di imposta i ricavi derivanti dalla vendita di dati basati sulle informazioni fornite, gratis, dagli utenti.

 L’imposta sarà raccolta, ovviamente, dagli Stati membri in cui si trovano gli utenti.

 Ma siamo sicuri che non si possa utilizzare un servizio online senza farsi tracciare? E’ la norma, in quello che si chiama oggi dark web.

 Se il contrabbando è la risorsa di tutti quelli che, nella vendita, non vogliono pagare le tasse, allora il dark web potrebbe diventare, con dei device informatici massificati, la nuova Tortuga delle majors internettiane.

 Per quello che riguarda l’Italia, la nuova Legge di Bilancio prevede una imposta sulle transazioni digitali, a partire dal 2019, ma relative unicamente alla prestazione di servizi a soggetti residenti in Italia, sia da parte di aziende nazionali sia tramite imprese non residenti.

 In termini più specifici, ogni operazione sarà tassata del 3% al netto dell’IVA, allentando peraltro il nesso giuridico tra presenza dell’impresa e fornitura di servizi, ovvero tra “stabile organizzazione” e attività commerciale online.

 La norma italiana del 2019 riguarda, comunque, le sole operazioni business to business, escludendo esplicitamente sia quelle riguardanti l’e-commerce o il nesso finale business to consumer.

 Ma molti contenuti in Rete possono passare facilmente dal B2B, business to business, ad altre tipologie di vendita o offerta.

 L’applicazione del prelievo dovrebbe essere, allora, quella della ritenuta alla fonte sui ricavi, il che induce una differenza tra aziende residenti e non, cosa che potrebbe non andare a genio al sistema UE.

 Quindi, sempre per quanto riguarda l’Italia, la nuova imposta sarà neutrale rispetto al luogo di origine della transazione, ma i ricavi possono quindi essere sottoposti non solo al prelievo del 3%, ma anche alle altre tassazioni.

 Peraltro, potrebbero essere possibili anche manovre sui prezzi dell’offerta informatica, con una sorta di nuovo dumping sulle imprese UE o italiane da parte delle grandi majors di Internet.

 D’altra parte, la web tax italiana si affida unicamente alla autocertificazione. Saranno guai.

 Se poi si modella la nostra web tax e le altre imposte sulla Rete sul modello dell’IVA, ci si scontra con il fatto che il regime transitorio della imposta sul valore aggiunto, definito in ambito europeo fino al 1997, dura invece ancora oggi.

 Senza contare il fatto che il trasferimento di capitali via web è del tutto incontrollabile dagli Stati o dalle unioni di Stati, e che il dislivello informativo tra Stati e Aziende è tale, in questo campo, che tutto si regge sulla “buona volontà” dei tassati. Troppo poco.

 Una soluzione sarebbe quella di dotare la UE di un sistema informatico stabile capace di controllare, almeno, una buona parte delle transazioni commerciali via web, ma questo è quasi fantascientifico.

 Altrimenti, occorrerebbe una normativa stringente e rapida per la chiusura senza complimenti dei “paradisi fiscali” sia in UE che altrove ma, a parte le inevitabili lungaggini, il risultato sarebbe comunque che i Paesi che sono oggi tax haven chiederebbero in cambio qualcosa, anzi molto, a quelli che non lo sono.

  O, magari, si potrebbe stabilire con estrema franchezza che il mercato UE non accetta, in questo settore, la libera circolazione dei capitali.

 Ma ciò favorirebbe le aree geopolitiche che volessero utilizzare questa che, ai loro occhi, sarebbe giudicata una debolezza degli europei.

 Ma, qui come altrove, ci sarebbe da ripensare davvero l’architettura del sistema economico e finanziario mondiale.

 Esso deriva dall’anarchia irrazionale, tutta di origine geopolitica, che ha visto l’Eurasia soccombere all’unipolarità Usa, che non esiste più oggi, almeno nei termini degli anni ’90.

 Ci sarebbe da importare, qui come altrove, l’idea di un grande liberista, un allievo di Luigi Einaudi che, negli anni ’50 del secolo scorso, immaginò l’”esercito del lavoro”.

 Mi riferisco proprio a Ernesto Rossi che, ipotizzando un sistema pubblico di utilizzazione della immane massa di disoccupati postbellici, teorizzò chiaramente, e da liberale, “un inserimento netto di elementi socialisti nell’economia di mercato”.

 Abolire la Miseria fu scritto nel 1942, al confino nell’isola di Ventotene, pubblicato nel 1945 e poi riedito nel 1977.

 Niente “ammortizzatori sociali”, per il liberale toscano, ma piuttosto la costruzione di un esercito del lavoro da reclutare in alternativa al servizio militare.

 L’esercito assicura a tutti i suoi membri i servizi essenziali, con dignità e autonomia, ma i “militari del lavoro” devono lavorare sia alle infrastrutture pubbliche che alle attività di mantenimento del territorio; ovvero a tutte quelle azioni produttive che, come diceva Keynes, non possono chiamare il capitale privato, che non ne avrebbe sufficienti e rapidi ritorni.

 E se inserissimo, allora, meccanismi francamente socialisti nel sistema finanziario attuale, e non solo attraverso i sistemi fiscali, lasciando giustamente le attività ad alto reddito al capitalismo privato?

 Sarebbe, finalmente, la fusione dei due migliori filoni intellettuali e tecnici della democrazia italiana, il cattolicesimo sociale e il liberalsocialismo laico.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France