Sta aumentando il potere di una organizzazione pubblica cinese di recentissima costituzione, precisamente l’otto novembre scorso, il Financial Stability and Development Committee.

 Si tratta di un importante organismo, direttamente sotto il controllo del Consiglio di Stato; anzi esso è un ufficio del consiglio stesso, che si occuperà soprattutto della stabilità finanziaria cinese e di tutte le questioni che riguardano lo sviluppo economico e la stabilità monetaria e dei capitali.

 Il Comitato, più specificamente, lavorerà per stabilire i maggiori programmi nazionali di regolamentazione del sistema finanziario, organizzare con la Banca di emissione la politica monetaria, definire le politiche fiscali e le connesse azioni fiscali e industriali.

 Sempre questo Comitato avrà l’incarico di analizzare sia le situazioni finanziarie internazionali che nazionali cinesi, indicando i maggiori pericoli sistemici finanziari globali, studiandone le condizioni e, infine, definendo i modi della stabilità finanziaria.

 Sarà presieduto, scelta importante, da Ma Kai, il Vice Premier cinese.

 L’idea di questa struttura era stata suggerita direttamente da Xi Jinping durante la Conferenza Finanziaria, nella sua sessione del 14-15 luglio scorso.

 Il Comitato, peraltro, rafforzerà le politiche macro-sistemiche della banca di Stato cinese, si tratta infatti di regolare e rendere stabile un mercato finanziario cinese da 40 trilioni di Usd, uno dei più grandi del mondo.

 Ma Kai, il presidente della Commissione e il vice-premier, è nato nel 1946 a Jinshan, distretto di Shangai.

 Viene eletto, alla metà degli anni ’90, vice presidente della Commissione Nazionale della Pianificazione.

 Vice-capo del Consiglio di Stato dal 1998 al 2003, è stato anche ministro dello sviluppo nazionale dal 2003 al 2008. Presidente della Scuola Nazionale di Amministrazione, poi è divenuto capo dell’ufficio per lo sviluppo delle piccole e medie imprese.

 In effetti, si tratta, sempre per il Comitato, di coordinare le politiche fiscali e finanziarie con i tempi lunghi del sistema industriale; mentre la collaborazione tra il Comitato e la Banca del Popolo Cinese permetterà la regolazione dei 15 trilioni oggi investiti, in tutta la Cina, in prodotti finanziari.

 Non saranno più permessi, con il Comitato, investimenti altamente rischiosi e a debito, oppure il massiccio prestito bancario per acquistare titoli, mentre sarà obbligatoria la messa da parte del 10% dei guadagni dei gestori.

 La Cina sta passando, oggi, dal suo vecchio ruolo di “fabbrica mondiale” a quello di una moderna economia consumer driven.

 Ecco quindi la necessità di regolare la finanza d’impresa e quella al dettaglio.

 Ci sono poi tre problemi alla base della nuova regolazione finanziaria cinese: a) il boom dei prestiti, con la maggioranza dei crediti che sono chiesti dalle imprese e dai governi locali, b) la complessità, dato che i creditori rischiosi si sono allontanati dalle banche, data la complessità delle norme, per dirigersi verso prodotti meno strutturati: mentre le banche cinesi offrono oggi, soprattutto, prodotti finanziari per la gestione a lungo termine dei risparmi delle famiglie e delle imprese.

 Poi vi sono le c) garanzie. Spesso le banche cinesi offrono perfino compensazioni ai loro clienti che abbiano perso con determinati investimenti, per mantenere la loro fama, il che porta i clienti a calcolare male la loro quota di rischio.

 Un sistema bancario, quindi, estremamente frazionato e di difficile controllo.

 Il rischio sistemico cinese è da tenere bene sotto controllo: gli asset finanziari sono cresciuti di quattro volte nell’ultimo decennio, dal 310% fino al 510% del PIL, il quale, comunque, è cresciuto, nell’ultimo decennio, di ben 2,5 volte rispetto a quello iniziale.

 L’espansione del credito è stata diretta dal settore pubblico e dalla stessa sua scarsa regolazione, con l’espansione delle banche-ombra, del credito non-ortodosso e dei prodotti finanziari particolarmente rischiosi, ma accattivanti per l’investitore privato.

 Ora, la crescita del credito si è già ridotta, mentre si è ristretto sensibilmente anche l’accesso corporate ai capitali.

 Ma, per il Partito, la fragilità del sistema finanziario nasce dall’eccesso di leverage, di investimenti a debito e dal debito eccessivo in molti settori dell’economia reale; mentre il credito si è espanso troppo rapidamente nel settore finanziario.

 La media nazionale del leverage è arrivata ad essere dl 247%, alla fine del 2016, mentre il leverage delle imprese è arrivato, nello stesso periodo, al 165%.

 Decisamente troppo indebitamento per le imprese e per i privati, ben oltre lo standard internazionale.

 Come ha fatto notare Xi Jinping, è stato gravemente carente il controllo della massa monetaria aggregata.

  Poi, sempre per Xi, è mancato il controllo generale delle istituzioni finanziarie, lo Stato si è concentrato solo sui singoli frammenti della catena delle verifiche finanziarie.

 Poi, vi è stata una incapacità di controllo da parte dello Stato sulle imprese finanziarie maggiori, sempre per Xi Jinping.

  L’interesse del governo cinese per le questioni finanziarie, peraltro, non è mai stato trascurabile.

  Già nel 1997, fu creato la National Financial Work Conference.

  Poi, sulla base delle analisi di questo gruppo ristretto, è stato creato il primo fondo sovrano cinese, la China Investment Corporation, nel 2007.

 Una struttura che, oggi, ha capitali per 813,5 miliardi di Usd.

 Mentre la quinta Conferenza sul Lavoro Finanziario si è tenuta nel luglio 2017, in contemporanea con la creazione del Comitato.

 Il tutto, per dirla con il PCC, al fine di elaborare la “sicurezza nazionale finanziaria”, soprattutto per sostenere gli obiettivi del 13° Piano quinquennale.

 Sempre per Xi Jinping, il nuovo organismo dovrà occuparsi di a) economia reale, b) di far andare in armonia lo sviluppo sociale con quello economico.

  La finanza, secondo Xi, non è mai separata dal contesto sociale in cui opera poi, c) la regolazione finanziaria è sempre finalizzata all’eliminazione del rischio sistemico e d) alla stabilità finanziaria nazionale.

 Prima la stabilità e poi lo sviluppo, per il Presidente cinese.

 Inoltre, i governi locali dovranno, sempre secondo il Presidente Xi, seguire le regole unificate del governo centrale; e ogni mancanza nel riportare il rischio finanziario sarà calcolata come irregolarità amministrativa.

 Tutto questo verrà molto utile, data la guerra commerciale in corso tra Usa e Cina.

 Pechino ha, infatti, fatto ricorso al WTO contro i dazi di Trump.

 Gli Stati Uniti, lo ricordiamo, hanno applicato dazi del 25% sulle merci cinesi importate, per un valore complessivo di 50 miliardi di Usd.

 Tali dazi sono stati applicati finora solo nei settori dell’alluminio e dell’acciaio.

 La risposta cinese è stata immediata: dazi di pari valore su prodotti Usa come la soia, la carne di maiale e le verdure.

 La contromossa statunitense è arrivata immediatamente, con un raddoppio dei dazi, 100 miliardi. Sempre sugli stessi prodotti, alluminio e acciaio.

 Uno dei motivi dello scontro attuale è certamente la vicinanza delle elezioni di mid-term, dove Trump vuole continuare a sedurre l’elettorato protezionista della rust belt che lo ha mandato alla Casa Bianca.

 Peraltro, molti dei prodotti cinesi tassati dagli Usa provengono, secondo il sistema universale delle supply chains, dalla Corea del Sud, da Taiwan, perfino dall’Unione Europea.

 Quindi la pressione cinese potrebbe recare danno agli agricoltori americani e alla intera classe media Usa, oltre che ad alcuni dei migliori alleati di Washington.

 Se, quindi, l’accesso al WTO da parte di Pechino non ha rallentato la postura aggressiva dell’economia cinese verso gli Usa e l’UE, allora lo scopo dei dazi attuali è quello di costringere la Cina a rivalutare la propria moneta, in modo da riequilibrare il disavanzo tra Cina e Usa, con gli americani che hanno già oltre 375 miliardi di Usd di deficit commerciale con la Cina.

 Tra le righe, Trump vuole una diminuzione dei dazi cinesi sulle sue automobili, che poi aumenti l’acquisto di semiconduttori Usa da parte di Pechino e, in ogni caso, vi sia una fetta maggiore per le aziende Usa nell’immenso mercato cinese.

 Poi la proprietà intellettuale, che Pechino mette in crisi nei settori evoluti dell’informatica e dell’Intelligenza Artificiale.

  Infine si tratta di colpire, per gli Usa, l’innovazione cinese e il progetto “Made in China 2025”, che dovrebbe assicurare a Pechino una superiorità strategica globale nei prodotti di punta, robotica e infrastrutture evolute.

 Se tutto va come dovrebbe andare, la Cina imporrà, alla fine di questa guerra commerciale, agli Stati Uniti, una rete di joint venture e di aperture selettive per i prodotti Usa sui mercati cinesi.

Ecco quindi a cosa serve la nuova autorità finanziaria cinese: a raccogliere capitali per i progetti primari dello Stato e a proteggere la finanza di Pechino dalle turbolenze che potrebbero essere indotte dagli squilibri monetari e economici indotti dall’entrata di liquidità straniera nel mercato cinese.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France