La nuova strategia globale della Corea del Nord, nella fase immediatamente successiva alla fine delle XXIII Olimpiadi Invernali di PyeongChang, un sito posto nella Corea del Sud, è molto più innovativa di quanto non si possa immaginare.

 Solo i più ingenui analisti infatti, che sono quasi sempre degli occidentali, si sono meravigliati della “apertura” di Kim Jong-Un per i giochi d’inverno nella Corea alleata degli Usa.

 E, in effetti, il quadro delle nuove relazioni internazionali di Pyongyang si sta rapidamente trasformando, dopo la presenza della sorella di Kim Jong-Un, Kim Yo-Jong, alla cerimonia di apertura dei Giochi e la nutrita missione nordcoreana di ben 550 tra atleti, cheerleaders e altri.

 La Corea del Nord ha, e ciò aumenterà in futuro, una presenza significativa in Angola, nella Repubblica Democratica del Congo, in Eritrea, oltre naturalmente alle note buone relazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran e il Pakistan.

 In futuro, Pyongyang si muoverà nell’America Latina e nel Sud est asiatico, autonomamente dalla Cina ma senza impedire gli interessi di Pechino o, sempre in un prossimo futuro, di Mosca.

 Il primo punto da analizzare, nella nuova distribuzione dei potenziali strategici intorno alla Corea del Nord, è quello, classico, rappresentato dal Giappone.

 La prima osservazione, negli ultimi documenti diffusi da Pyongyang, è rivolta al primo ministro giapponese Shinzo Abe e al suo ministro degli Esteri, Kono, che hanno messo in allerta i vari Paesi contro la Corea del Nord quando hanno visitato l’Europa e l’emisfero nordamericano, oltre che al Pakistan e all’Arabia Saudita, contro le pericolose “mire belliche” del regime nordcoreano.

 In primo luogo, la tensione tra i due Paesi è storica e etnica.

 In Giappone, lo ricordiamo, dopo il cessate-il-fuoco (non era, infatti, un vero e proprio armistizio secondo le attuali norme internazionali) tra Nord e Sud, siglato del 27 luglio 1953, ci furono quasi un milione di coreani che rimasero nell’arcipelago nipponico.

 Il generale coreano trattava, lo ricordiamo, anche a nome dei cinesi, che avevano partecipato al conflitto contro le forze Usa e australi in gran numero.

 Molti di questi coreani residenti in Giappone ritornarono nella Corea del Sud, ma tutti gli “Zainiki korean” soffrirono l’emarginazione, la perdita della cittadinanza giapponese, la dura esclusione dal mercato del lavoro.

   Quei coreani, rimasti nel Sol Levante, che si riconoscevano nella nuova Corea del Nord crearono però una associazione, la Chongryon, mentre si costituiva anche la Mindan, l’associazione che difendeva i coreani vicini allo stato del Sud.

 Oggi, vi sono continue tensioni tra gruppi di destra e l’associazione Chongryon, che peraltro funge ormai da tempo come missione diplomatica de facto di Pyongyang a Tokyo.

 La Corea settentrionale ha poi, anche recentemente, ripetutamente accusato il governo giapponese di tramare per eliminare alcuni dei dirigenti della Chongryon.

 Ecco, questo è il punto: la questione bilaterale tra Pyongyang e il Giappone è anche una questione etno-nazionale, un elemento da non dimenticare mai nell’attuale politica estera della Corea del Nord.

 La tutela della tradizione e della etnia coreana è un punto irrinunciabile per il regime di Pyongyang.

 In anni più vicini a noi è venuta infine alla ribalta la questione del nucleare nordcoreano, una fase in cui, dal 2007 in poi, il Giappone si è dichiarato contrario a fornire petrolio a Pyongyang a causa dell’annosa questione dei “rapimenti” di cittadini giapponesi ma di etnia coreana.

 E questa fornitura era collegata ai Six Party Talks.

 Nel 2009, inoltre, le già difficilissime relazioni bilaterali tra Giappone e Corea settentrionale si sono ulteriormente inasprite; soprattutto dopo il lancio di un satellite spaziale da parte di Pyongyang, una azione che ha provocato la ulteriore estensione delle sanzioni economiche di Tokyo alla Corea del Nord, già durissime, e una chiusura a tutte, nessuna esclusa,  delle esportazioni da quel Paese.

 Nemico economico n. 1 di Pyongyang, possibile sostegno primario degli Usa per una reazione militare contro le proprie basi nucleari; il Giappone viene quindi visto dalla Corea del Nord come il nemico strategico e militare n.2, dopo quindi gli Stati Uniti, della sopravvivenza politica e economica di Pyongyang.

 D’altra parte, senza gli Usa, le “Forze di Autodifesa” giapponesi sarebbero inani contro un attacco dalla Corea del Nord.

 Per questa congiuntura strategica attuale contro il Giappone, la Corea settentrionale vuole sottolineare soprattutto la attuale completezza delle proprie armi nucleari e la precisa volontà di “minacciare gli alleati degli americani”.

 Se, quindi, il Giappone colpirà Pyongyang, la reazione militare sarà durissima e a “seconda salva” nucleare.

 Tokyo ha poi un nuovo trattato militare bilaterale con gli Usa, proprio quello che Abe ha cercato di rafforzare ulteriormente proprio durante la visita a Washington del novembre 2017.

 Si ripropone, tra il Sol Levante e le Coree, lo stesso scontro strategico, etnico, culturale che caratterizzò l’invasione nipponica della Corea, per costruire lo “Spazio di Coprosperità” dal 1910 in poi.

 Nella storia e in geopolitica nulla si crea e nulla si distrugge.

 Il Giappone ha inoltre prospettato una nuova alleanza trilaterale militare con Corea del Sud e, appunto, gli Usa, vuole poi comprare la rete americana di missili antimissili THAAD (Terminal High Altitude area Defense) e rafforzare la sua Forza di Autodifesa.

 Ma la rete dei missili ICBM (InterContinental Ballistic Missile) di Pyongyang lascia oggi senza difese credibili sia il Canada che, perfino, la stessa Unione Europea.

 E non vi è allora una strategia razionale contro l’arma N nordcoreana oggi possibile: se quindi si accetta la linea del futuro e necessario scontro militare, come ha adombrato il Presidente Trump, si destabilizza tutta la penisola nordcoreana; con l’altissima probabilità che la Cina e la Federazione Russa decidano un loro appoggio alla Corea democratica del Nord.

 Malgrado tutto. Piuttosto che confinare con un Paese pieno come un uovo di basi militari Usa, una Corea del Sud estesa anche all’attuale Nord, Mosca si muoverebbe, secondo il modulo delle sue attuali operazioni in Siria.

 Lo stesso farebbe Pechino, malgrado che tra Xi Jinping e Kim Jong-Un non sia mai corso buon sangue.

 Se, invece, il Giappone schierasse i suoi ipotetici e futuri ICBM, autonomi da Washington, avremmo allora la sostanziale equipollenza degli assetti.

 Che sarebbe presa sommamente sul serio a Pyongyang.

  La Corea del Nord non vuole, soprattutto, il coupling nucleare e convenzionale tra Usa, Giappone, Corea del Sud.

 In alternativa, la Corea settentrionale può accettare unicamente una politica di normalizzazione economica, politica e militare tra gli Usa, che dovrebbero riconoscere ufficialmente il regime di Pyongyang, e gli altri due paesi asiatici.

 I quali dovrebbero accettare lo status quo del Nord coreano e ricostruire una rete politica e economica “normale” intorno alla Corea Democratica.

 Ma gli Usa, oggi, pensano che la strategia globale di Pyongyang, anche dopo i Giochi Invernali, sia quella di soggiogare subito la Corea meridionale, estromettere totalmente le forze di Washington prima dal quadrante coreano e poi da quello giapponese, infine minacciare direttamente il territorio statunitense.

 Alcuni analisti, infatti, soprattutto tra Canada e Usa, pensano addirittura di poter riattivare la guerra convenzionale tra le due Coree, per eliminare il potenziale nucleare di Pyongyang.

 E Seoul sarebbe d’accordo? E Tokyo accetterebbe? Dubitiamo fortemente.

 Non si capisce bene, qui, quale sia il nesso logico e strategico tra la guerra convenzionale dal Sud verso il Nord coreano e l’eliminazione delle testate della Corea del Nord; ma questo è il livello attuale del pensiero strategico nordamericano.

 Credono forse, nei think tank Usa, che la Corea del Nord sarebbe facilmente sconfitta in un conflitto convenzionale, o che, se si usassero da Sud armi N, essa non sarebbe capace di infliggere danni insopportabili agli Usa e alla Corea meridionale?

 E se gli Usa e l’asse tra Corea del Sud e Giappone perdessero infine la guerra? Non è affatto da escludere.

 O se Pyongyang decidesse di creare una escalation missilistica tale da distruggere, in fasi differenti, le forze di autodifesa giapponesi e le basi nordamericane nel Pacifico?

 No, la Corea del Nord esercita la sua pressione con le armi N per essere riconosciuta internazionalmente e evitare la pressione americana nelle sue vicinanze.

 Ecco il dato strategico da cui partire.

 E, inoltre, Pyongyang usa la sua rete N per ricostruire la sua economia che, peraltro, cresce ed ormai integra il settore privato con quello statale.

 Non è affatto un caso, quindi, che Jo Yong Sam, direttore generale del ministero degli esteri della Corea settentrionale, abbia sottolineato recentemente che non ci sarà nessun contatto possibile tra la delegazione di Pyongyang e quella statunitense, alle olimpiadi invernali.

 I coreani del Nord vogliono tranquillizzare Seoul, non altri.

 Altro elemento da notare è che la Corea del Nord vuole trattative paritarie, sostanzialmente paritarie, tra il proprio governo e quello di Washington; e il monito sulle olimpiadi ha proprio questo significato.

 Pyongyang non si accontenterà mai di retrobottega, intermediari o contatti rapsodici.

 Vuole l’apertura delle trattative, piena, ufficiale, e multilaterale.

 L’amicizia tra le due Coree, manifestatasi con le XXIII Olimpiadi, infatti, lo ripetiamo, non ha niente a che fare con le future, eventuali, trattative tra Pyongyang e Stati Uniti.

 La Nuclear Posture Review nordamericana del 2018 parla, poi, della “provocatoria ricerca” nordcoreana delle armi atomiche e dei sistemi missilistici, mentre Washington pensa anche che Pyongyang sia “a pochi mesi” dal raggiungimento di una capacità di strike nucleare efficace sul territorio degli Stati Uniti.

 Sempre secondo la Nuclear Posture Usa di quest’anno, la Corea del Nord mostra “una retorica e delle attività estremamente pericolose”; e quindi la dirigenza politico-militare statunitense vuole una “eliminazione totale, completa, verificabile e irreversibile” del programma nucleare della Corea settentrionale.

 Che viene letto a Washington come la minaccia n. 1 alla pace internazionale.

 E come lo si elimina, allora?

 Gli statunitensi pensano, credo erroneamente, che la dottrina di Pyongyang sia quella del first use dell’arma nucleare in supporto a operazioni convenzionali.

 La NPR del 2018 ritiene inoltre che la Corea del Nord possa iniziare a svolgere autonome provocazioni di rilievo, compresi attacchi di precisione) e lanci di missili sul Giappone.

 Non è così. Infatti non è mai accaduto, a parte i lanci ICBM artatamente fatti cadere in mare prima di colpire obiettivi in Giappone o a Guam.

 Le armi N di Pyongyang saranno casomai utilizzate in eventuali azioni joint sul Giappone e, in primis, sul territorio Usa; ma se e solo se vi sarà una invasione dal Sud con sostegno nordamericano.

 In quel caso, le operazioni missilistiche nucleari nordcoreane saranno dissuasive, certamente, ma anche del tutto operative e mirate direttamente contro le basi Usa a Guam e in Giappone.

 Mentre Tokyo verrà messa in condizione, con azioni ICBM controforze, di non rispondere o di reagire scarsamente.

 Decoupling tra Usa, Corea del Sud e Giappone, decoupling tra penisola nordcoreana e aree vicine.

 Né, tantomeno, è possibile pensare ad una strategia efficace Usa di red nose contro le postazioni N della Corea del Nord.

 Si tratterebbe, in altri termini, e solo per gli americani, di colpire solo alcune postazioni ICBM e nucleari nordcoreane, per segnalare una eventuale escalation qualora la situazione peggiorasse o, magari, ma la cosa non è chiara, generare un “rallentamento” dei programmi nucleari e missilistici di Pyongyang.

 Rallentamento che non ha nessun significato strategico, per la Corea del Nord.

  E’ questo un altro grave errore geopolitico: la Corea del Nord non ha nessuna fretta di utilizzare il proprio arsenale convenzionale e ABC, mentre il red nose degli Usa potrebbe innescare una reazione di Pyongyang contro gli alleati regionali degli Usa, che sarebbero efficacemente dissuasi dall’intervenire in un futuro scontro nella penisola coreana.

 La strategia di imporre “costi insostenibili” al regime della Corea del Nord, quindi, secondo le affermazioni della NPR 2018 Usa, può essere a doppio effetto, creando onde di potente avversione agli Usa in Giappone e in Corea del Sud, onde tali da inibire le future reazioni degli stessi Stati Uniti.

 Per Pyongyang, questa linea strategica significa unicamente che Trump vuole una guerra nucleare limitata con la Corea del Nord.

 Ma può essere solo limitata e non danneggiare la Corea meridionale?

  Se le armi N degli Usa sono, si dice,  ad alta precisione, limiteranno probabilmente la risposta di Pyongyang; ma se, invece, lo scontro implicherà, anche sul piano unicamente convenzionale, Seoul, allora la Corea meridionale sperimenterà una opposizione interna e una crisi politica e militare tale da mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

 Washington vuole questo?

 Certo, i coreani del Nord affermano anche che il loro sistema nucleare è stato pensato per proteggere il Paese per “oltre cento anni”, ma siamo sicuri che i Servizi Usa sappiano davvero dove colpire, o conoscano analiticamente la geografia dei siti nascosti e sotterranei? Lo dubitiamo.

 Forse, gli Usa possono rafforzare ulteriormente le sanzioni economiche, le più pesanti finora, contro Pyongyang, come è stato infatti annunciato da Trump lo scorso 24 gennaio.

Alla Corea del Nord le sanzioni non creano molti danni.

  In linea di principio, riesce ad evitarne gli effetti utilizzando per i suoi commerci navi di Paesi amici o Terzi, africani, del Caribe, di Hong Kong.

 Navi che spesso cambiano nome.

 Ma, se le sanzioni non avranno effetto, allora, dice Trump, si “passerà ad una seconda fase”.

 Che potrebbe essere il già visto ma disastroso effetto red nose, infantile risorsa che potrebbe solo aggravare la situazione.

 Oppure a Washington potrebbero pensare a una operazione convenzionale da Sud, mettendo in mezzo, come possibile ricatto per il Nord, proprio il territorio della Corea del Sud. Un alleato, o sbaglio?

Quindi, è necessario per i coreani del Nord un netto miglioramento delle reazioni tra le due Coree, contro la possibilità di un aggravamento delle operazioni, reali o previste, degli Usa contro Pyongyang.

 Ecco il senso del comportamento di Kim Jong Un prima e durante le XXIII olimpiadi invernali.

 Ci sarebbe però una ulteriore soluzione, chiara e semplice: riprendere le trattative dei Six Party Talks, magari con una nuova composizione dei Paesi occidentali, aprire le trattative tra Washington e Pyongyang per il mutuo riconoscimento diplomatico, impostare una trattativa anche per la riduzione delle forze convenzionali in entrambe le Coree, aspettare (e verrà) una dichiarazione in questo senso di Kim Jong Un.

 Qualsiasi scenario di guerra nucleare sarebbe, infatti, autodistruttivo e inefficace.

 Per tutti.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France