Sulla base del lungo e attento discorso dell’ultimo Capodanno scorso del Presidente cinese Xi Jinping, è utile oggi identificare il tracciato della sua linea politica e della trama concettuale della sua azione di statista.

 Da quel che leggiamo oggi sui più diffusi mass-media occidentali, la linea di Xi si riduce o a una semplice e meccanicista “concentrazione del potere” nelle mani del Presidente o, peggio, alla scoperta di un “nuovo autoritarismo” cinese, condito dalla solita e banale richiesta di una qualche “apertura” da parte delle strutture del Partito e dello Stato cinesi.

 La banalità del bene, potremmo quindi dire, parafrasando, con qualche necessaria ironia, il titolo di un famosissimo volume di Hannah Arendt.

 Che la teoria occidentale della rappresentanza politica non possa mai andare oltre ad una ingenuo, rozzo e fenomenologico pluralismo o al timore, puerile, del potere nelle sole mani di un Capo, è davvero strano.

 Ennesimo esempio di una crisi concettuale e filosofica dello Stato moderno in Occidente che prefigura più gravi, e materiali, destabilizzazioni.

 Certamente, la migliore teoria politica del pluralismo liberale, da Dahl a Lipset fino a Giovanni Sartori, non è mai stata così sciatta e superficiale.

 Ma è bene, quindi, capire dove si inserisce la filosofia di Xi Jinping e il suo nuovo approccio alla questione del rinnovamento e dello sviluppo, economico, politico e culturale della Cina.

 Il 2 Aprile 2017, infatti, è arrivata in Occidente la notizia che la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese aveva incorporato il “pensiero di Xi Jonping”.

 Una linea, questa, alla quale si aggiunge lo specifico “pensiero sugli affari esteri” dello stesso Presidente Xi, concetti citati in un articolo della rivista teorica del Partito Seeking Truth il 16 Luglio del 2017.

 Il Pensiero del Presidente sarà quindi associato ufficialmente all’”ideologia guida” del Partito, senza però dimenticare il fatto che l’attuale Capo della Cina è il primo, dopo Mao Zedong, a marcare con il proprio esplicito dettato ideologico e politico la storia, i testi e la linea ufficiale del Partito Comunista Cinese.

 Sia nella fase dell’arrivo e del consolidamento al potere, sia nel momento di massima espansione della egemonia di Xi e dei suoi collaboratori più stretti.

 Le precedenti revisioni della Costituzione cinese si sono susseguite però ogni volta prima di un Congresso del Partito, fin dalla sua fondazione a Shangai nel 1922.

 Nel Settimo Congresso infatti, tenutosi nell’anno 1945, si citava un dato ancora molto importante per capire l’oggi:” il PCC acquisisce il Pensiero che integra il Marxismo-Leninismo con la pratica della Rivoluzione Cinese-il Pensiero di Mao Zedong- (il corsivo supra è mio) come il principio guida in ogni sua attività”.

 Il dato riflette la vittoria di Mao sui suoi avversari interni, ottenuta nel 1943.

 Nel 1956, anno-chiave nella storia dei regimi comunisti, e siamo all’Ottavo Congresso del PCC, il “marxismo-leninismo” diviene “guida per l’azione” senza alcun riferimento al Pensiero di Mao Zedong.

 O questa è una acritica accettazione della destalinizzazione proclamata dal XX Congresso del PCUS nello stesso 1956 o, più probabilmente, si tratta dell’indicazione di una rottura sotterranea nella leadership del partito.

 Il fallito “Grande Balzo in Avanti” è, è noto, il punto di rottura tra Mao e il suo Partito, il momento in cui il Grande Timoniere decide di “sparare sul Quartier Generale”.

 Solo i più completi incompetenti (e ce ne sono ancora tantissimi) ritengono, infatti, che i regimi comunisti siano stati o siano ancora totalmente monolitici.

 Chi lo pensa, anche riguardo alla Cina contemporanea, dovrebbe leggersi, ancor oggi, quel piccolo capolavoro che fu il volume su “I gruppi di pressione in URSS”, edito da Laterza nel 1977, un testo che era stato scritto, in URSS,  da quello straordinario ambasciatore italiano che fu Silvio Fagiolo.

 Nel Congresso del PCC dell’Aprile 1969, inoltre, la Costituzione recitava che “il Partito prende il marxismo, il leninismo (separati e senza trattino, N.d.R.) e il Pensiero di Mao Zedong come la (sola) fondazione teoretica della sua ideologia guida”.

 Mao diventa così un Padre della teoria comunista come i due tradizionali fondatori tedeschi.

 La particolarità della costruzione del socialismo in Cina non è più un caso a margine dei sacri testi di Karl Marx, ma una loro evoluzione autonoma e con pari dignità rispetto alla Terza Internazionale e ai suoi precetti.

 Nel 12° Congresso poi, tenutosi nel 1982, si affermava invece che “il Partito Comunista Cinese prende come proprie linee-guida per l’azione (il corsivo è sempre mio) il marxismo-leninismo e il Pensiero di Mao Zedong”.

  Si trattava, qui, di scrivere in chiaro, nel testo costituzionale, che “il Pensiero di Mao Zedong era l’unico possibile adattamento dei principi della rivoluzione comunista alla specifica situazione della Cina”, così come erano stati applicati da tutta la direzione del Partito, non dal solo Mao.

 Un Mao Zedong che salva la Cina dall’abbraccio pericoloso dei sovietici e sostiene una sua autonoma politica estera, in cui non  c’è spazio per quella “tigre di carta” che è la guerra fredda.

  Ancora nel 15° Congresso del PCC, tenutosi nel 1997, venne aggiunta una osservazione che citava il Pensiero del defunto Capo Deng Xiaoping nell’applicazione dei dettami marxisti-leninisti alla realtà cinese definita come “in piena evoluzione”.

  Quindi, la linea del PCC era allora determinata dal marxismo-leninismo (ora di nuovo con il trattino, sempre N.d.R.) il Pensiero di Mao Zedong e, inoltre, la Teoria di Deng Xiaoping”.

 La Teoria di Deng Xiaoping era, è bene notarlo, secondo le formule cinesi, “il prodotto risultante dalla integrazione delle leggi-base del marxismo-leninismo con la prassi attuale della Cina e le forme del nostro Tempo, ovvero l’eredità e lo sviluppo del Pensiero di Mao Zedong sotto le nuove condizioni storiche, un nuovo stadio dello sviluppo del marxismo in Cina, ovvero il marxismo della Cina contemporanea e una cristallizzazione (altra concessione al pluralismo nascosto dentro il Partito) della saggezza collettiva del PCC”.

 Deng diviene quindi come Mao e, anzi, sempre Deng diviene l’unico interprete della Tradizione marxista-leninista-maoista all’interno di una nuova Cina, quella che ormai si delinea stabilmente dopo le “Quattro Modernizzazioni”.

 Definire come irreversibili le Modernizzazioni, farle rientrare nel marxismo di Mao, porle come una base per i futuri sviluppi era quindi l’obiettivo di queste formulazioni, apparentemente sibilline ma chiarissime, se solo le leggiamo come progetti concreti di una autonomia cinese in economia e in politica estera.

 Nel 2002 allora, proprio all’inizio del 16° Congresso del Partito, si delinea la nuova formula centrale cinese, che integra le trasformazioni avvenute dopo la morte di Deng e la cristallizzazione delle quattro modernizzazioni.

 Ovvero, i principi ideologici del Partito sono oggi “il marxismo-leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping e l’importante pensiero delle Tre Rappresentanze”.

 Non si cita direttamente Jiang Zemin ma si fa riferimento, sottolineandone l’importanza, al suo Pensiero, appunto, delle Tre Rappresentanze.

  Il Partito, qui, rappresenta pienamente lo sviluppo delle Forze Produttive, rappresenta inoltre gli orientamenti di una cultura avanzata e rappresenta infine gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo cinese.

 Qui il Pensiero di Jiang Zemin, espresso nel 2000, vuol dire sostanzialmente tre cose: a) che le forze produttive ovvero, marxisticamente, la capacità lavorativa degli uomini, le conoscenze impiegate nella produzione, la somma delle macchine e degli utensili impiegati nella produzione, le infrastrutture non diminuiscono, quindi, durante la costruzione del socialismo cinese, b) che il Partito ha sempre e comunque un ruolo di massa, che deve mantenere anche perdendo di purezza ideologica astratta, 9) che, infine, il marxismo-leninismo deve essere sempre integrato con la “cultura contemporanea”.

 In altri termini, il discorso ufficiale di Jiang Zemin sulle “Tre Rappresentanze”, tenuto il 1 luglio del 2001, voleva dire una cosa molto semplice: che nel PCC potevano entrare esponenti qualificati dei vari strati sociali, quelli emersi nelle Modernizzazioni, perfino gli imprenditori privati.

 Ancora è da notare che i comunisti cinesi volevano integrare nel loro apparato di potere le forze più dinamiche della società; e questo proprio per evitare di fare la triste fine del PCUS e dei partiti comunisti dell’Est europeo, che la Cina studiava con estrema attenzione.

 La circolare ufficiale interna al PCC che interpretava, ci perdonerete il gioco di parole, le Tre Rappresentanze, specificava comunque che Jiang Zemin era la sola figura più autorevole del Partito; mentre il testo diffuso dai giornali cinesi riprende soprattutto la elaborazione teorica di Hu Jintao, soprattutto affermando che, come dice Hu, “occorre costruire un Partito che serve gli interessi del pubblico e governa per il popolo” dando “la più alta priorità alla salute e alla sicurezza della gente comune” (tema che rivedremo oggi con Xi Jinping) per mezzo del “raggiungimento e del mantenimento dello sviluppo degli interessi fondamentali (tema questo tipico di Deng, lo abbiamo visto) delle masse del popolo”.

  Jintao lo ripeté dieci volte nel discorso, quest’ultimo passaggio.

  Ed era proprio Hu Jintao che voleva utilizzare questi criteri astratti che, però, nella semantica del PCC hanno un preciso significato, soprattutto per combattere la corruzione, migliorare i controlli sui suoi dirigenti, aumentare il prestigio e il buon nome del Partito tra le masse.

 Tre temi che rivedremo esplicitati nel contesto attuale del Pensiero di Xi Jinping.

 Nel 2012, poi, il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese, dopo il ritiro di Hu Jintao, si riferisce ufficialmente “al marxismo-leninismo-pensiero di Mao Zedong (tutto insieme; e ciò accade per la prima volta) Teoria di Deng Xiaoping, l’importante pensiero delle Tre Rappresentanze e il concetto dello sviluppo scientifico”.

 E’ la prima volta che appare questa terminologia nei testi ufficiali del PCC; e ciò non è certo un caso.

 Il concetto dello “sviluppo scientifico” è, per il nuovo PC cinese, “una teoria scientifica che ha la stessa origine di quella del marxismo-leninismo e delle altre già citate, ma è anche la creazione concentrata della visione marxista del mondo e della metodologia che riguarda lo sviluppo, esso è quindi l’ultimo risultato della sinicizzazione del marxismo, (il corsivo è mio) ed è la cristallizzazione della saggezza collettiva del Partito Comunista Cinese”.

 Per la prima volta, il pensiero del PCC va quindi esplicitamente oltre la tradizione della Terza Internazionale, affermando a pari merito con le altre filiazioni comuniste la prassi della cinesizzazione autonoma, che ha le stesse origini della teoria di Karl Marx.

 E qui si riafferma, ancora, l’unità del Partito e la sua sapienza collettiva, una saggezza unitaria vista come elemento di controbilanciamento della tendenza, di origine sovietica, al culto della personalità.

 Si noti bene, poi, che il concetto dello sviluppo scientifico era già stato incorporato nella Costituzione dal 2007, anche se allora non faceva parte della ideologia guida del Partito.

 Qui infatti appare, per la prima volta, il criterio tipico del 17° Congresso, secondo il quale occorre “mettere insieme tutta la saggezza del PCC per elaborare una prospettiva di sviluppo scientifico”.

 Ancora una formula non-marxista che richiama, fuori appunto dal classico marxismo-leninismo e dalla tradizione dei leader dello Stato e del Partito cinesi, una autonoma teoria che permette proprio la via cinese al socialismo e, addirittura, una via cinese a qualcosa che va persino oltre il socialismo stesso; e si tratta di una via alla potenza, alla autonomia strategica e al benessere del popolo cinese.

 Anni dopo, nel 2012, il 18° Congresso del PCC unificherà il concetto scientifico elaborato da Hu Jintao con la “guida ideologica” da parte del Partito.

 Nel caso quindi di Xi Jinping, gli ultimi cinque anni hanno visto, nei media cinesi, l’apparire del “pensiero di Xi Jinping” e del “pensiero sulla costruzione del Partito” sempre attribuito a Xi, oltre al formulario riguardante il “pensiero di Xi Jinping sugli affari esteri”.

 Si possono notare anche alcune citazioni sparse sul “pensiero militare di Xi”, ormai diffuse periodicamente in molti quotidiani cinesi.

 Dal 2013 ha fatto, inoltre, la sua apparizione l’espressione “lo spirito della serie di discorsi importanti del compagno Xi Jinping”, interventi raccolti nel testo intitolato “il governo della Cina”, che è stato pubblicato per la prima volta nel settembre 2014.

 Ma quali sono allora i discorsi significativi, sul piano pratico e teorico, del Presidente Xi?

 Nel Febbraio 2017, per esempio, il leader cinese ha formulato “linee nuove, nuovi concetti, nuove strategie che riguardano la politica interna ma, soprattutto la politica estera, le questioni militari e le forze armate”.

 Se i suoi predecessori parlavano di economia e di sviluppo delle forze produttive in relazione ai bisogni delle masse, Xi pensa soprattutto all’espansione economica del Suo Paese in relazione alla politica estera e alle questioni militari.

 E’ questo un passaggio estremamente importante.

 Mentre, lo ripetiamo, la tradizione dei Pensieri dei predecessori di Xi, a parte alcune osservazioni di Mao, riguarda essenzialmente lo sviluppo economico e il benessere delle masse, con Xi Jinping il focus della “linea del Partito” si concentra spesso sulla politica estera e sulla strategia globale.

 Che diviene quindi un modo per realizzare la potenza anche economica interna della Cina attuale.

 La linea del Presidente, peraltro, riguarda sempre più spesso “l’approfondimento comprensivo delle riforme”, ovvero l’unione tra politica interna ed estera e l’eredità delle riforme, da Deng a Xi, riforme oggi brandite dal Presidente contro gli interessi della burocrazia del Partito e dello Stato.

 Se c’è quindi un aspetto che unisce la linea, oggi, di Xi Jinping con quella di Mao Zedong, è proprio la volontà di andare contro alcuni fortissimi interessi della gerarchia del Partito, ieri con l’eredità del modello sovietico e lo scontro tra PCC e Mao dopo il fallimento del “grande balzo in avanti”; oggi con la lotta tra il gruppo di Xi e la vasta rete della corruzione.

 Sempre per il Presidente Xi, oggi la Cina si apre a una nuova era e a una nuova “opportunità strategica” che, maturata proprio dopo il 19° Congresso del PCC, diviene la nazione leader dei Paesi già detti “terzi” e, simultaneamente, quella maggiore tra le sviluppate.

 Se il marxismo-leninismo è stato, da sempre, una teoria politica che serviva a bruciare le tappe sul piano economico e militare, oggi la Cina di Xi afferma il suo ruolo egemone e, quindi, ha bisogno di nuovi modelli teorici, ben oltre il marxismo della Terza Internazionale e la chiusura inevitabile delle sue prospettive strategiche, militari, geopolitiche.

 Sempre per il Presidente, la trasformazione futura della Cina si articola in alcuni settori-chiave.

 Il primo è la profonda riforma del PCC.

 Per realizzarla, sempre secondo la Linea di Xi, occorre in primo luogo rafforzare la disciplina interna del Partito, non solo per quanto riguarda la lotta alla corruzione, ma anche nel proporre come modello universale la vita austera e priva di lussi dello stesso Xi Jinping.

 La ricostruzione del Partito è allora essenziale per capire il Pensiero del Presidente, che si basa proprio sulla riforma interna del PCC.

 Altro elemento da non trascurare è quella che Xi definisce spesso “la nuova contraddizione”.

 Secondo il Presidente, infatti, la contraddizione storica che caratterizza la società cinese si è oggi evoluta e trasformata.

 E’, questa contraddizione nuova, quella tra lo sviluppo lento e ineguale delle risorse e i bisogni sempre maggiori delle masse per una “vita migliore”.

 Non quindi forze produttive e rapporti di produzione, in un vecchio modello marxista che presuppone sempre una crisi capitalistica di sovrapproduzione, come in Occidente;  ma una contraddizione tipicamente cinese tra sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione rispetto alle attuali necessità del Popolo.

 Da ciò Xi deriva la sua lotta, da sempre molto esplicita in saggi, discorsi e azioni, per l’eradicazione della povertà in Cina e la costruzione di molte infrastrutture, nelle campagne soprattutto, per eliminare definitivamente la povertà e per permettere la soluzione “cinese” di una antica contraddizione che serpeggia sempre nella teoria marxista, quella tra città e campagna.

 E’ da questo punto di vista che Xi Jinping valuta la questione ecologica, con una campagna di cleaning ambientale che ricalca i modelli adottati nelle sue campagne contro la corruzione.

 Sulla questione del controllo del Partito da parte del Presidente, Xi vuole continuare a controllare l’economia, quella pubblica che sostiene la struttura politica monopartitica, con investimenti strutturali nelle grandi reti di trasporto e nelle industrie pesanti.

 Non si tratta del ritorno i miti staliniani dell’industria di base, ma il problema di Xi Jinping è che l’economia pubblica è, in linea di massima, più efficiente di quella, caoticamente sviluppatasi in breve tempo, in mano ai privati.

  Xi entrerà, quindi, in buona parte dei migliori business generati dai privati negli ultimi dieci anni; e sarà su questi settori moderni, proprio da new economy, che il partito riformato da Xi giustificherà la sua nuova egemonia sociale e politica.

 Li assorbirà e li renderà strumenti di coesione politica e sociale.

 Da questo punto di vista, la Cina di Xi sarà sempre più assertiva, aggressiva e talvolta cinica operatrice sui mercati mondiali e nel confronto con le altre Potenze.

 Xi Jinping vuole oggi soprattutto la supremazia cinese in Asia e, successivamente, nello Hearthland eurasiatico, fino ad arrivare ad un confronto paritario con gli Usa nei vecchi quadranti strategici e asimmetrico, ma sempre con gli Usa, nei nuovi, futuri, scacchieri strategici: Artico, Sud-Est asiatico, Pacifico Meridionale, Antartico.

 La Cina, lo ha  detto Xi al 19° Congresso, è “pronta a donare al mondo la sua antica sapienza e le sue ricette per la salvezza dell’umanità”, essa ritornerà  ad essere allora l’Impero del Centro, con la sua esplicita, lo ha detto Xi, “missione civilizzatrice” sul piano culturale, politico, strategico.

 Xi pensa oggi alla Cina-mondo, mentre i suoi predecessori meditavano sul modo di arrivare allo sviluppo dei Paesi del Primo Mondo prima possibile.

 Vi sarà quindi, sempre secondo il Presidente, ma alla fine della fase attuale di sviluppo, la “rivitalizzazione della razza cinese”, sempre per dirla con Xi Jinping, almeno arrivando allo scadere del Centenario della fondazione del Partito, il 2022.

 Da questo punto di vista, occorre chiarire il concetto, apparentemente semplice, di “socialismo con caratteristiche cinesi”.

 Come è noto, il socialismo, per Marx e Engels, si realizza solo con la massima maturazione del capitalismo.

 La Cina ha inevitabilmente sviluppato, dalla “Lunga Marcia” in poi, il progetto di un socialismo creato a partire da una società semi-feudale e arretrata, sia nelle forze produttive che nei rapporti di produzione.

 Altro che crisi strutturali di sovrapproduzione! La Cina sperimentava da secolo solo carestie di massa.

 In questo senso, i tradizionali teorici del PCC, e Xi non rinnega certo questa teoria, parlano di una transizione, nel caso cinese, dal non qualificato al qualificato, dall’indistinto al distinto.

 Ovvero, il socialismo in Cina deve sperimentare il passaggio da una società arretrata e semifeudale indistinta al capitalismo non sviluppato.

 Che implica il passaggio futuro al socialismo, nei modi e nei termini della antica società cinese.

 Quindi, la Cina ha dovuto sviluppare industrializzazione, commercializzazione, socializzazione e modernizzazione, tutte insieme e ripetendo, al proprio interno, le contraddizioni capitalistiche insieme a quelle tipiche di una società arretrata.

  Ecco quindi la necessità, per i comunisti cinesi, di utilizzare una piena economia di mercato, ma distinguendo sempre tra Stato e mercato, unendo la superiorità del socialismo e della proprietà pubblica con il mercato libero; uno Stato quindi che si mette in concorrenza con il settore privato, che ottimizza quasi automaticamente i costi del pubblico.

 Ma solo se il Partito comanda l’intera società.

 Se infatti i sovietici, utilizzando la contabilità pubblica di Lange, calcolavano figurativamente i costi di produzione e i prezzi; per la Cina comunista il mercato parallelo allo Stato e alla sua economia programmata calcola ottimamente i prezzi esatti e minimi.

 Altro tratto del “socialismo con le caratteristiche cinesi” è quello del nesso tra una forte autonomia strategica (ovvero una economia non dipendente dall’estero) insieme alla massima apertura verso il mercato-mondo.

 Senza la pace nel mondo non vi è autonomia economica e coniugazione ottimale, in Cina, tra Stato e Mercato.

 Quindi, per il socialismo con caratteristiche cinesi occorre: 1) accelerare la velocità della modernizzazione attraverso l’uso degli investimenti esteri, 2) attrarre le tecnologie evolute dall’estero verso il sistema a doppia economia, statale e privatistica, della Cina attuale, 3) favorire la costruzione di zone speciali autonome e libere per l’economia industriale e i commerci internazionali, 4) utilizzare al meglio il capitalismo attraverso la formula, da Hong Kong in poi, di “uno Stato, due sistemi”, 5) combinare socialismo e mercato in modo da superare il gap tra Cina e resto del mondo.

 Peraltro, il Pensiero di Xi Jinping ha avuto inizialmente qualche difficoltà imprevista ad arrivare, come modello teorico, al centro del dibattito cinese, dentro e fuori il PCC.

 La contraddizione, abilmente gestita da Deng Xiaoping in poi nella Cina comunista, tra Stato e Mercato, in cui entrambi sono essenziali per l’egemonia unica del PCC e del suo leader, riguarda, sempre per Xi Jinping, la simultanea tenuta della “linea di massa” (quella che presupponeva con Mao lo slogan “servire il popolo”) e il “rafforzamento della trasformazione dello Stato”.

 Ed è qui che Xi ripropone la sua teoria, già chiara nel 2007, dei “Quattro Grandi”.

 Per il Presidente, si devono “fare grandi lotte, costruire grandi progetti, creare grandi aziende, realizzare grandi sogni”.

 Il ricordo più evidente è quello che viene in mente riguardo alla vecchia frase di Mao Zedong, “è un grande piacere lottare contro il Cielo, guerreggiare con la Terra, scontrarsi con gli esseri umani”.

 Xi, poi, ricorda di “lottare contro gli errori sovversivi” in economia e in politica.

 Non sarà mai accettata dal Presidente Xi Jinping la debolezza del Partito o la sua trasformazione in un elemento secondario per la formazione dello Stato cinese.

 Non è facile però immaginare come tutto questo si materializzerà nella concreta prassi politica e economica cinese, ma è comunque chiaro che il Pensiero di Xi è la formulazione in cui, oggi, la Cina pensa di superare la sua fisionomia tradizionale, sia essa marxista-leninista che nata da una turbinosa e spesso corrotta economia di mercato.

 La nuova sintesi tra queste due funzioni, che Xi non legge più come elementi di debolezza o delle semplici contraddizioni interne, sarà quella in cui si delinea il passaggio da una Cina che si eleva al livello delle altre potenze mondiali ad una Cina che realizza da sola una nuova egemonia globale.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France