Ci è giunto un documento, direttamente dalla dirigenza di Pyongyang, che ci sembra essenziale per definire una possibile uscita dall’impasse tra la Repubblica coreana del Nord e il sistema USA che l’ha circondata nei decenni che vanno dal 1953 ad oggi.

Il primo dato che il governo di Pyongyang vuole mettere in chiaro è che con il lancio, che ha avuto ottimo successo, del Hwasong 15 del 29 Novembre ultimo scorso, la Corea del Nord ha raggiunto una sostanziale parità strategica con gli USA.

Inizia una nuova storia, per la Corea di Kim Jong Un.

Parità nell’area, naturalmente, ma con una capacità di “seconda salva” su alcune città o sedi militari nordamericane sul loro territorio.

Il che garantisce Pyongyang sulla dimensione dell’arsenale Usa rispetto al suo.

Prima sarebbero, sempre colpite dai coreani del Nord, ma solo dopo un attacco da parte di Washington, le basi USA come Guam, vero asse portante della presenza militare nordamericana verso la Corea del Nord, poi successivamente le postazioni nordamericane sempre più vicine al territorio nazionale USA a partire dalla zona intorno alla Corea Settentrionale.

Lo Hwasong-15 è quindi davvero un successo tecnologico e strategico di Pyongyang.

Da non trascurare o ridicolizzare mai, come troppo spesso gli occidentali fanno con tutto ciò che non esce dalle loro fabbriche o arsenali.

Il 29 Novembre scorso con un volo 53 minuti, all’altezza 4475 chilometri, lo Hwasong 15 ha infatti raggiunto una distanza dal punto di lancio di 950 chilometri.

Se l’angolo di lancio fosse stato non ampio ma di tipo standard, il missile avrebbe potuto raggiungere i 13.000 chilometri di gittata.

E’ dal 29 Novembre scorso che data, quindi, una nuova fase della difesa integrata nordcoreana.

E quindi della sua strategia globale.

Il vettore di quest’ultimo missile può montare, dicono le fonti di Pyongyang, una “testata pesante e larga”, di forte impatto sull’obiettivo nemico.

L’analisi di Pyongyang è quindi chiara: con 40.000 militari USA in Giappone e 35.000 in Corea del Sud; e con entrambe le aree fortemente nuclearizzate, la Corea del Nord percepisce da sempre una minaccia esistenziale alla propria indipendenza.

E’ vero quello che dice la lettera in nostro possesso: questa forza USA e degli alleati, più o meno felici di esserlo, in Asia meridionale, serve a determinare il futuro economico, militare, politico della Corea Settentrionale.

Che poi il sistema nordamericano oscilli, come suo solito, dal sogno di uno strike nucleare unico e devastante per Pyongyang all’idea di un accordo globale come quello quasi raggiunto nei Six Party Talks del 2005, la questione, in fondo, non cambia.

La possibilità di un attacco strategico nordcoreano verso obbiettivi USA è allora il contrappasso per l’accerchiamento che Pyongyang percepisce, ma può anche verificare, da parte degli Stati Uniti; ed è proprio questo il modo con cui, equalizzando i potenziali nucleari, la Corea del Nord vuole costringere gli Stati Uniti ad una trattativa stabile.

E Kim Jong Un lo sa. L’equalizzazione oggi è però un fatto, non una pretesa di Pyongyang.

Cosa vogliono gli USA, ora, dopo il 29 Novembre?

Non lo sappiamo ancora.

Da una parte vi è la richiesta degli Usa alla Cina e alla Federazione Russa di “occuparsi della questione”, dall’altra una scelta ancora indefinita tra lo strike nucleare-convenzionale e una lontana ipotesi di trattativa sul disarmo e gli aiuti economici.

Bene: Mosca non ha nessuna intenzione di lasciare il suo confine, soprattutto marittimo, con la Corea del Nord privo di garanzie o alla mercé di nuovi o vecchi alleati degli USA.

La Cina rappresenta il 90% dell’interscambio economico della Corea del Nord e non vuole affatto avere al confine, dopo la fine della Corea del Nord stessa (che sarebbe un disastro politico e umanitario, peraltro) 35.000 soldati Usa più altri 625.000 militari della Corea del Sud, con 3 milioni e 100.000 elementi della riserva.

Quindi, Cina e Russia sosterranno Pyongyang.

Ma potrebbero collaborare ad una trattativa basata su un concetto semplice e chiaro: la progressiva riduzione del potenziale nucleare del Nord a partire da una sostanziale demilitarizzazione nucleare e convenzionale delle aree in Corea del Sud, a Guam e nelle isole del Pacifico, in Giappone e nel resto del Pacifico americanizzato.

Il documento venuto da Pyongyang non vuole inoltre più la defamation che gli Stati Uniti hanno diffuso per decenni, in tutto il mondo, rispetto alla Corea del Nord.

La qualità della “guerra psicologica” statunitense è spesso piuttosto semplicistica, e colpisce debolmente le masse mentre lascia intatte le élites.

Ma, in un contesto culturale e psicologico orientale, il continuo “perdere la faccia” è un errore che toglie ogni possibilità di dialogo e crea odio e rancori difficilmente estinguibili.

Se gli Usa vogliono dialogare con Pyongyang, devono cominciare a rispettare i loro avversari, senza disegnarli puerilmente come mostri o madman, pazzi.

La propaganda che, nel secondo dopoguerra europeo, dipinse Hitler come un “pazzo”, serviva evidentemente a recuperare la massa dei tedeschi e a celare le vaste responsabilità internazionali che avevano portato il Fuehrer al potere a Berlino.

Kim Jong Un, per non parlare dei suoi antenati diretti, è stufo di ascoltare discorsi sulla Corea del Nord che sono solo vignette o battute da bar.

Quindi, come ci dice la lettera da Pyongyang, occorre che gli Usa tolgano immediatamente la Corea del Nord dalla lista dei “Paesi sponsor del terrorismo”.

La Corea del Nord non ha, in effetti, mai compiuto atti terroristici veri e propri; e ci dispiace che la categoria del “terrorismo” sia così universale nella attuale teoria politica nordamericana.

Pyongyang ha sempre compiuto atti di guerra asimmetrica sul proprio territorio o altrove, ma non di semplice “terrorismo”.

Quindi gli Usa, secondo la lettera che abbiamo ricevuto dalla Corea del Nord, devono cessare di “strangolare” l’economia di Pyongyang o “organizzare la sua chiusura internazionale”.

Il nuovo nucleare nordcoreano serve anche a globalizzare rapidamente l’economia di Pyongyang.

In altri termini, la Corea del Nord cerca un Paese europeo, o più, che si allontanino dal diktat nordamericano e comincino a trattare, sul piano strategico come su quello commerciale, con loro.

Sulla questione politico-internazionale, nessun Paese UE riuscirà mai a uscire dal “pensiero unico” della geopolitica di Washington.

Sul piano economico e commerciale, invece, le cose potrebbero essere ben diverse.

Ma occorrerà presto, in una nuova fase della globalizzazione, accorgersi che Trump fa da solo, e poco si cura dei suoi vecchi alleati europei, altro noioso residuo della Seconda Guerra Mondiale.

Secondo la nostra lettera da Pyongyang, la prospettiva di attacco-destabilizzazione della Corea del Nord da parte degli Usa e della Corea meridionale dura ormai dagli anni ’70.

Lo spiegamento, che il documento fa notare, di sottomarini nucleari, forze navali di superficie, movimenti di terra al 38° Nord, la quantità e la qualità delle forze Usa o a comando degli statunitensi sono tali, dice sempre la nostra lettera, da aver fatto ragionevolmente pensare a Pyongyang che fosse l’inizio di un attacco; mentre è stato finora il tentativo di erodere la Corea del Nord, con una lunga azione combinata da Sud che è infatti cessata con il lancio dell’ultimo missile.

Quindi, il documento che ci è arrivato da Pyongyang è un richiamo alle forze europee, che hanno vissuto in pace per 70 anni grazie alla loro progressiva integrazione, a favorire una ulteriore integrazione, senza cessioni di sovranità, tra le varie aree della penisola nordcoreana, con un maggior tasso di autonomia di Pyongyang da russi e cinesi e una maggiore indipendenza, da parte di Seoul, dagli americani.

Sempre dalla lettera che ci è arrivata deduciamo che, per i coreani del nord, la tensione che c’è nella penisola è stata creata artificialmente dagli Usa, in una lunga presenza che è anche il prodotto di una frattura tra le varie aree della regione, frattura che ha creato una corsa del Nord e del Sud a cercarsi protettori internazionali.

La tensione militare stessa favorisce gli Usa, e crea la sua egemonia in Asia Sud-Orientale.

La guerra si autoalimenta, per gli amici di Pyongyang; e la scelta dell’armamento nucleare è stata, secondo la lettera dal Nord, costretta appunto dalla guerra circolare che gli Usa avevano innescato nella penisola.

Altro messaggio che ci arriva dalla Corea Settentrionale è che il nuovo potenziale strategico nucleare di Pyongyang non è né sarà mai diretto contro l’Europa.

In altri termini, la Corea settentrionale vuole escludere i Paesi UE, che vede come referenti primari per l’interscambio economico e come “forza di sostituzione” politica di quella Usa.

Pyongyang vuole concentrare tutte le sue forze con gli Usa, non è interessata a una banale “lotta contro l’Occidente”, vuole entrare razionalmente nei vari contenziosi che vi sono oggi tra le due sponde dell’Atlantico e ridurre progressivamente la Forza Usa ad un ruolo marginale nel Sud-Est asiatico.

Progetto a cui la Russia e la Cina sono interessati, naturalmente.

Quindi, la lettera che abbiamo ci chiede, come europei, di evitare di unirci agli Usa nella polemica globale contro la Corea del Nord; e la lettera chiede inoltre di far cessare la chiusura economica del mondo nei confronti di Pyongyang.

Secondo noi, è un’ipotesi da studiare bene e da valutare anche a breve termine, perché lo stato delle relazioni transatlantiche è destinato ormai a peggiorare, con una America “first” che si muove autonomamente nei mercati e nelle aree vicine alla UE, in Medio Oriente e in Europa dell’Est, ormai autonoma anche sul piano energetico, e una Europa Unita che arranca ed è ormai priva di prospettive globali e di appoggi internazionali efficaci.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France