Le sanzioni attualmente operanti contro la Federazione Russa, statunitensi ed europee, sono state istituite dopo che la Russia aveva sostenuto i “separatisti” (non vi è altro termine specifico) delle aree orientali di Donetsk e Lugansk, in Ucraina, aree etnicamente russe, che volevano separarsi, o più probabilmente rendersi autonome, lo ricordiamo, dal resto del Paese.

 E’ difficile dire se abbiano iniziato prima lo scontro ucraino i militanti pro-occidentali di Euromaidan, o se uno dei due o il primo abbiano usato modi violenti, perché la questione delle sanzioni, qui come altrove, è eminentemente politica: costringere, con delle limitazioni commerciali obbligatorie extra omnes, o comunque per i paesi aderenti alle primarie organizzazioni internazionali, a ridurre il potenziale politico, economico, finanziario e quindi militare di un Paese-bersaglio.

 Con quattro, ad oggi, Executive orders,  gli USA determinano una cascata di sanzioni contro Mosca, mentre non è ancora chiaro se il regime sanzionista non colpisce sempre integralmente il Paese-bersaglio, o se riesce a direzionare i suoi raggi negativi solo sul settore geopolitico da colpire.

 E’ sempre un classico, nella lunga storia delle sanzioni, l’eccesso di punizioni verso il Paese-bersaglio che riesce poi, senza volerlo, a creare un sostegno di massa al leader “cattivo” o al partito “pericoloso”, non importa se populista, sovranista, “razzista” o altro.

 Oggi le vecchie ideologie del Male non si “portano” più, e bisogna allora inventare un nuovo labelling per la defamation globale, oltre il solito totalitarismo, oppure va bene anche la creazione, ad arte, di molte occasioni da mass-media che, spesso, se fotografate, non hanno nessuna relazione effettiva con i delitti perpetrati, così si dice, dallo Stato-obiettivo.

 In un certo senso, le sanzioni sono in sostanza l’esclusione programmata del Paese-bersaglio dal mercato-mondo: nel caso della Russia, per quanto riguarda le sanzioni USA, esse sono finalizzate a limitare l’accesso di Mosca ai servizi finanziari internazionali, all’industria globale Usa dell’energia e, naturalmente, all’industria militare.

 Gli obiettivi per questo fine sono raggiungibili sia segnalando che bloccando i movimenti personali e finanziari precise personalità, come imprenditori, finanzieri, dirigenti dello Stato-bersaglio posti in specifici elenchi, spesso ormai pubblici.

 Oppure si bloccano i beni e i capitali.

 Oppure ancora, sempre secondo tra tradizione operativa americana, possono venir molto limitate le potenzialità di indebitamento di una impresa dello Stato-nemico, ma solo sul mercato internazionale, oppure ancora vi è la proibizione della disponibilità per il “Bersaglio” di determinati beni, servizi e tecnologie.

 Per la Federazione Russa, in sostanza, tutto ciò riguarda ancora la estrazione e la raffinazione del gas naturale e dei petroli.

 Ancora, le sanzioni USA contro Mosca sono finalizzate a limitare l’export di produzioni militari russe e comunque il blocco per i pezzi di ricambio o di costruzione di sistemi d’arma che si possano utilizzare, alla fine, anche in Russia.

 Le misure economiche sanzioniste sono amministrate, negli USA, dall’OFAC e i controlli sull’esportazione sono gestiti dal  US Department of Commerce, Bureau of Industry and Security, oltre allo US Department of State, Directorate of Defense Trade Controls.

 Senza ulteriormente complicare il quadro, la Direttiva n. 1 dell’OFAC riguarda il settore finanziario e dei servizi dell’economia russa.

 Essa proibisce ogni transazione, per oltre trenta giorni, con tutti i soggetti designati dalle liste riguardanti persone di origini russe o comunque operanti a favore del governo russo.

 La Direttiva n.2 impedisce ogni tipo di transazione economica o finanziaria per figure che si occupino, o offrano, realizzino transazioni da parte del sistema russo su gas naturali e petroli provenienti dal territorio di Mosca.

La Direttiva 3 si occupa, con la stessa procedura delle transazioni suddette, di controllo e esclusione della Federazione Russa dal mercato globale delle tecnologie militari.

 La Direttiva 4 riguarda infine la proibizione di normali relazioni commerciali con Mosca per quanto riguarda il petrolio e il gas dell’Artico e le “aree vicine”, non meglio esplicitate.

 Il Bureau of Industry  and Security, che abbiamo già citato, ha implementato e migliorato, nel 2014, creando le misure “contro il settore industriale russo”, quelle sanzioni che impongono una specifica licenza verso la Russia per alcune tipologie commerciali, soprattutto se l’esportatore “sa se ciò che vende ai russi può essere utilizzato, direttamente o indirettamente, per l’estrazione gasiera e petrolifera o se questo export possa essere utilizzato per l’esplorazione, in deepwater, in acque russe o comunque dell’Artico.

 Inoltre, il suddetto BIS blocca qualsiasi prodotto in esportazione che possa, comunque, contenere parti che possano essere utilizzate negli attuali sistemi d’arma.

 Le sanzioni UE per la Russia, dopo i “fatti” di Crimea, sono piuttosto diverse da quelle USA, anche se molto spesso possono sovrapporsi.

 Segno di una sovrapposizione politica e strategica che non porta lontano e che, casomai, molte élites militari, anche NATO, ritengono obsoleta.

 E questo non certo per antiamericanismo, ma per una complessa valutazione degli obiettivi strategici e commerciali della UE e degli USA.

 Sovrapposizione di nuove aree di influenza o loro naturale divergenza futura? Interessi naturalmente diversi tra UE e americani in Africa e Medio Oriente o no?

 La questione è complessa e non ancora definita, ne parleremo in altri momenti.

Per gli europei, vi sono comunque sanzioni contro la Federazione Russa più tradizionali, riguardanti individui, che implicano divieti di viaggio o congelamento dei fondi.

 Poi, sono previste misure in UE che limitano l’accesso ai capitali finanziari per specifiche istituzioni finanziarie e di difesa russe.

 Abbiamo anche qui restrizioni all’esportazione di beni dual-use e di intere tecnologie che possano avere un qualche riferimento alle operazioni belliche, altre restrizioni relative a quelle tecnologie contenute nella Common Military List, altre restrizioni, ovviamente, sulle tecnologie petrolifere.

 Quali sono le differenze tra i due regimi sanzionistici? Tante.

 Washington mette sotto osservazione il petrolio e gli operatori del settore, gli europei solo il petrolio.

 Per quanto riguarda le sanzioni UE, però, la Duma propone il blocco della “carta commerciale” emessa da GAZPROM, il che implicherebbe che le imprese petrolifere europee potrebbero essere sanzionate, se comprassero ora titoli di pagamento GAZPROM, che pure sono extraterritoriali.

 Per la UE, le società Rosneft, Transneft e Gazpromneft sono le sole, oggi, ad essere state sanzionate.

 Non vi sono peraltro, in nessuno dei due testi sanzionistici, riferimenti espliciti al “gas naturale”, si parla sempre e solo di petrolio.

 La legislazione UE non è poi extraterritoriale, mentre quella USA, se verifica un passaggio tra “sospetti” su banche americane e in dollari, può trattare l’operazione come se fosse sul suo territorio nazionale.

  Quindi, forse che gli USA hanno costruito la complessa trama delle sanzioni antirusse, dal 2004 ad oggi, per indebolire la concorrenza europea?

 Altra ipotesi probabile. Lo vedremo.

 Oltre, appunto, a danneggiare gravemente l’economia europea, che alcune importanti fonti di stampa indicano come un “buco” di oltre 100 miliardi per l’intera UE, oltre a due milioni di posti di lavoro persi per la logica sanzionistica, per gli Usa gli effetti sono ancora più complessi.

 Per la Federazione Russa, comunque, gli effetti sanzionistici sono piuttosto complessi, pur essendo qui essa un semplice “Paese-bersaglio”.

 L’economia russa si è contratta subito, del 2,8%, nel 2009, seguendo la classica regola che le economie sottoposte a regime sanzionistico sono più sensibili agli shock asimmetrici che vengano da fuori.

 L’anno dopo, però, la crescita russa è stata del 4,5%, mostrando segni di ripresa che indicano una reazione centralizzata e programmata sia alla crisi mondiale che alle operazioni di guerra economica, ovvero le sanzioni, contro di essa.

 Calano ancora gli investimenti esteri in Russia, e i prestiti dall’esterno, da 225 miliardi a 103, ultimi dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea.

 Non molti effetti pericolosi, quindi, salvo l’ingigantimento delle oscillazioni negative dei mercati internazionali.

 Finora, Mosca ha poi reagito alla chiusura di alcuni mercati occidentali con una mossa geopolitica brillante e imprevista, immaginiamo, da Washington: il rapprochement con la Cina.

 Sul punto, gli effetti sono, fin qui, chiari: l’avvicinamento ha favorito il blocco della crisi ucraina, che diventa secondaria nello scenario del Cremlino, ha inoltre facilitato l’entrata, anche informale, di una grande massa di capitali cinesi in Russia, ha infine aggiunto un valore strategico al rapporto economico tra Mosca e Pechino.

 Il riavvicinamento ha favorito non solo il flusso commerciale, che pure era in caduta, tra i due Paesi, dal 2015, ma ha soprattutto dato la stura a vecchi e nuovi progetti bilaterali: una pipeline, altre reti infrastrutturali, aree di libero scambio transfrontaliero.

 Ancora, Mosca e Pechino, del tutto estranee e anzi avverse alla logica sanzionistica, stanno costituendo istituzioni finanziarie e commerciali secondo i loro autonomi criteri, che saranno certamente immuni dal sanzionismo USA e UE.

 Il problema è, e Putin lo sa bene, che la relazione con la Cina è del tutto asimmetrica, fin da oggi, e rischia di generare una dipendenza russa da Pechino.

 Mosca, peraltro, non è interessata alle tensioni tra Cina e USA e non vuole essere “tirata dentro” la concorrenza commerciale bilaterale tra Pechino e Washington.

 Elementi positivi per Mosca: le armi russe vanno molto bene per il mercato cinese e i progetti per la pipeline siberiana tra Russia e Cina sono ancora in piedi, Shangai e Hong Kong diventeranno presto le basi finanziarie per molte società russe, l’area vasta commerciale che così si crea, tra Corea del Sud, Vietnam, Taiwan, crea già un piccolo “sistema UE” asiatico che può fare da importante stimolo per il rilancio dell’economia russa.

 Pechino, d’altra parte, non ha mai apprezzato la mossa russa sulla Crimea, anche se non si è mai espressa ufficialmente a questo riguardo.

 Mai provocare il nemico ad Est per poi colpire quello ad Ovest, per Pechino oggi non ci sono le condizioni per esigere, sul piano militare e strategico, quello che i “diavoli occidentali” possono dare già su quello economico.

 Il suicidio strategico dell’Ovest va già bene così, peraltro.

 E ancora, la pratica sanzionista degli USA e poi, sempre a seguire, degli europei ha permesso a Pechino di evitare che si realizzasse il suo scenario peggiore nello Hearthland: l’integrazione finale, economica e politica, tra Mosca e l’Europa dell’Est nella UE.

 Peraltro, questa espansione ad Est della Federazione Russa corrisponde a una serie di contro-sanzioni che culminano, per i russi, con la proibizione all’entrata per la frutta e la verdura europee, un settore, quello agricolo, sistematicamente messo in ginocchio dalle politiche russe, che hanno creato una potente pressione politica, da parte dei coltivatori, per un rilascio delle sanzioni alla Federazione.

 Uso politico di una scelta economica, quella della costrosanzione dove il “nemico” europeo è più debole: ovvero nel mondo dell’economia protetta e sussidiata dell’agribusiness europeo.

 La risposta russa è stata nell’espansione della produzione interna, con il forte supporto della Bielorussia che sostiene la “quota mancante” della nuova “produzione interna”.

 Contromisura del consumatore russo: i prezzi sono aumentati, certo, ma lui compra di meno, cade anche il consumo di pesce.

 Ma, se torniamo all’architettura generale delle regole sanzionistiche contro la Federazione Russa, osserviamo molti altri fatti.

 Che, per esempio, a parte la debole giustificazione storica e informativa, con molti degli “atti violenti” artatamente provocati da militanti di incerta natura, le sanzioni petrolifere sono dirette ad un solo scopo: far comprare agli europei, che per troppo tempo hanno “tradito” i produttori nordamericani, il buon shale oil and gas che sono finalmente in grado di produrre, peraltro già in una situazione di quasi totale autosufficienza energetica.

 Sanzioni costruite quindi in Usa per fare concorrenza al Nord Stream 2 tra Russia e Germania, che passa attraverso il Baltico e abbatte il costo del gas naturale a livelli tali che si può fare solo del dumping dagli Usa per imporre il suo gas contro quello che si trova vicino a noi.

 Il dumping è inutile: possiamo fare una economia integrata tra Usa, UE, Russia, con nuove “regole di ingaggio” geopolitiche.

 Sanzioni contro l’Europa, quindi queste USA, per ricostruire manu militari quel mercato transatlantico che non si è potuto rimettere insieme altrove, nemmeno nell’agroalimentare dove, infatti, le legislazioni tra America e UE sono già talmente differenziate da rendere impossibile ogni interscambio.

 Guerra economica tramite le normative.

 E comunque, se il dollaro è salito al 76% contro il rublo dall’inizio delle sanzioni nel 2014, il dollaro rimane comunque escluso dal mercato interno russo, è una vittoria di Pirro.

 Ha insomma ragione Sergei Lavrov, il Ministro degli Esteri di Mosca, che “le sanzioni servono per imporre un regime change in Russia”.

 Tra il 2014 e il 2017, alcuni studi hanno verificato una caduta del Pil russo e una serie di danni alla sua economia di almeno 170 miliardi di Usd.

 L’Italia, da sola, ha perso almeno 1,25 miliardi di Euro, soprattutto per l’agroalimentare e il piccolo artigianato.

 Ma ritorniamo a Lavrov: è lui il mediatore giusto per far cessare, progressivamente e ragionevolmente, il regime sanzionistico imposto da Usa e UE contro la Federazione Russa, di cui è ormai da anni (il 2004) il ministro degli Esteri.

 Lavrov, che pure sa che “non ci sono alternative al dialogo”, sa bene inoltre che la Russia non ha ben chiarito, al di là della difficilmente verificabile verità oggettiva, la piena situazione della Crimea.

 Non si tratta, qui, di disquisire sul diritto delle popolazioni russofone della zona a unirsi alla madrepatria, ma la questione è invece quella di come si fa a creare una Ucraina unita, ma rispettosa realmente delle sue minoranze e, soprattutto, tanto autonoma dalla Russia quanto dalle mire europee e NATO.

 Un trattato trilaterale tra UE, USA e Russia potrebbe costruire una ottima base di partenza.

 Lavrov ha il talento mediatorio e la lunga esperienza che servono per questo lavoro.

 Sul piano strategico, deve essere chiaro che la NATO non si espande più nell’area del Donbass e nel contesto ucraino-georgiano, mentre saranno di converso proibite operazioni russe di influenza, coperta o meno, sui governi di quei Paesi.

 Certo, ritornano le ferite antiche e i nuovi appetiti: la voglia della Polonia di riprendersi quella Ucraina che le manca, la passione degli USA e della NATO per l’accerchiamento della Federazione Russa, che pure da questo accerchiamento è già uscita con la chiara vittoria, a poco prezzo ma che dimostra somma sapienza strategica, in Siria.

 L’accerchiamento della Russia con la potenza NATO e autonoma USA è del tutto irrazionale.

 Le basi Usa accerchiano anche l’Iran, altro alleato inevitabile di Mosca: ma qual è la logica strategica di Washington?

 Occorrerà quindi una mediazione che implicherà la riassicurazione agli Usa che in Ucraina e in Georgia non ci saranno mai regimi “antioccidentali”, ma la Russia deve essere certa che tutte le operazioni UE, polacche, americane e di altri non saranno tali da cercare di convincere ucraini e georgiani ad abbandonare a sé stessa la Russia nell’area.

 E occorrerà chiarire, sempre da parte di Mosca, che la sua politica sta cercando, dopo anni di eredità nefaste della “guerra fredda”, di far entrare di nuovo gli Usa in nuove e vecchie aree, che non bisogna più pensare, a nessun titolo, non più in equilibrio, come si poteva ragionare ai tempi della “guerra fredda” e della infelicissima post-“guerra fredda”, che non ragiona più in termini di pensiero strategico ma di piccoli gagnements territoriali o posizionali.

 Inoltre, gli Usa potrebbero de-scalare la tensione con la Cina tramite i nuovi loro rapporti con Mosca, che farebbe da mediatore efficace proprio perché la Russia non ha, e non avrà mai, interessi strategici e geopolitici comuni con la Cina.

 Se si comincia a pensare in termini multipolari, dove pure gli USA hanno spesso elaborato i loro progetti geopolitici più lunghi e brillanti, tutto diventa più chiaro.

 Ecco, questo potrebbe essere il nuovo lavoro di Lavrov, insieme al suo pari grado nordamericano Tillerson.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France