La Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese hanno iniziato, il 21 ottobre scorso, le loro esercitazioni congiunte nel Mare di Okhotsk, l’area marittima più adatta a colpire le basi nel Pacifico degli Usa.

 Strano a dirsi, ma non certo strano a chi guardi con occhi attenti la questione, vi è stata negli stessi giorni una azione navale-aerea-terrestre congiunta sino-russa nel Mare del Nord.

 Chi ha occhi per vedere, osservi.

 L’operazione congiunta tra Pechino e Mosca in Asia è scattata dopo la verifica delle dichiarazioni del Presidente Trump all’ONU, il 19 settembre scorso, in cui egli sosteneva di poter “distruggere totalmente” la Corea del Nord e le sue postazioni nucleari.

 Più Trump si pone in un contrasto velatamente militare con Pyongyang, più Cina e Russia, due delle maggiori flotte militari dopo quella Usa, ma questa valutazione non è più del tutto sicura; più insomma Putin e Xi Jinping si muovono alla difesa indiretta di Pyongyang, asse terrestre della loro sicurezza rispetto alla possibile penetrazione Usa dalla penisola coreana e dalle aree vicine.

 La Corea del Nord è il punto in cui la sicurezza territoriale di Mosca e di Pechino sono più deboli, almeno per ora; e quindi, indipendentemente dalle valutazioni del leader della Corea Settentrionale, Putin e Xi Jinping danno segnali incontrovertibili agli Usa.

 Non toccarci il nostro confine a Nord della Corea del Sud, troppo piena di militari Usa e di qualche bomba N di troppo.

 Non a caso, le operazioni di addestramento congiunte russo-cinesi sono iniziate, su entrambi i territori nazionali, proprio il giorno 18 settembre scorso.

 L’Esercitazione congiunta, iniziata formalmente il 18 Settembre scorso, giorno in cui Trump ha riunito i leader mondiali per discutere della riforma dell’Onu, è stata organizzata in una successione di operazioni a meno di 100 miglia dalle coste della Corea del Nord.

 Il tutto mentre le navi cinesi arrivavano nella baia di Pietro il Grande, fuori dal porto di Vladivostok; mentre ancora Usa, Giappone e Corea del Sud conducevano operazioni di simulazione di un attacco aereo sulla Corea del Nord con i bombardieri B1B e quattro, solo quattro F-35 dal Giappone e altri due da Guam.

 Altri quattro F-15K sudcoreani si sono poi aggiunti all’operazione già in corso, ma l’ambasciatore Usa in Cina ha riportato, prima della riunione del Consiglio di Sicurezza Onu e dopo le esercitazioni bilaterali Usa-Giappone-Corea del Sud e russo-cinesi, che Pechino “non accetterà mai una Corea del Nord quale stato nucleare”.

 Stato nucleare no, ma stato-cuscinetto contro la Corea del Sud base americana e quasi-nucleare, certamente sì.

 Il che vuol dire, in Cina, che non si vuole una minaccia strategica ai propri confini ma non si desidera nemmeno un depotenziamento strutturale e una denuclearizzazione totale di Pyongyang, che aprirebbe le porte ad una egemonia Usa e sud-coreana (che è uno stato nucleare de facto) sulla Cina Meridionale e sul confine marittimo sud-occidentale della Federazione Russa, breve ma di assoluta rilevanza strategica per Mosca.

 La Cina non ha accettato, ufficialmente, che Washington prema proprio su Pechino per una “forte convinzione” sulla Corea del Nord al fine di abbassare la soglia del programma militare di Pyongyang.

 Pechino è attenta alla forma, e non vuole certo diventare il “secondo” degli Usa nella penisola coreana.

 Il progetto cinese, quello vero,  è invece quello di diminuire l’ombrello nordcoreano, missilistico, nucleare e batteriologico-chimico (cosa di cui gli Usa si dimenticano, forse perché ne sanno meno degli altri) per creare uno scudo amichevole verso le sue postazioni meridionali; il che garantirebbe anche una piena autonomia strategica anche a Pyongyang.

 Non bisogna nemmeno dimenticare che la Cina rappresenta il 90% dell’interscambio economico nordcoreano.

 Gli Usa hanno peraltro una base stealth che si trova in Giappone.

 Da essa possono partire aerei solo parzialmente protetti e coperti dai radar nordcoreani e cinesi.

 Sempre gli Stati Uniti possiedono una base a Kadena, nell’isola giapponese di Okinawa; ma Cina e Russia, come hanno dimostrato nelle loro manovre congiunte, possono mostrare subito ben 5 navi maggiori, due sottomarini nucleari e alcune navi di supporto.

 I cinesi, tradizionalmente prudenti nelle manovre di dimostrazione della forza, hanno inviato tre navi di superficie e due sottomarini di supporto.

 Insomma, il “braccio lungo” della Marina Usa non può molto contro la sintesi delle forze navali russe e cinesi nell’area che, se arrivasse una azione definitiva nordamericana difenderebbero Pyongyang come se fosse il loro territorio metropolitano.

 Russia e Cina sono vicini, Gli Usa e il Giappone no.

 E la Corea del Sud, aggiungiamo, non vuole sacrificarsi definitivamente per “democratizzare” Pyongyang.

 Quindi, Mosca e Pechino non accetteranno mai una operazione militare occidentale e giapponese “seria” sul territorio coreano, lo hanno detto in tutte le lingue militari possibili; ma intendono, come hanno sottolineato Xi jinping e Putin nel loro incontro a Mosca del 5 luglio scorso, “raffreddare il programma nordcoreano” in relazione ad una sostanziale denuclearizzazione della Corea del Sud e, soprattutto, delle aree giapponesi nell’Oceano Pacifico.

 Washington ha 35.000 militari nella Corea Meridionale, 40.000 in Giappone, dislocati su undici basi, molte delle quali vicinissime alla Corea del Nord e, soprattutto, alle coste cinesi.

 Il tour di Trump nella zona è stato preso, come era facilmente immaginabile, come segnale poco amichevole da parte della Corea del Nord.

 La leadership di Pyongyang parla sempre, e non è solo propaganda, della “esorbitante potenza statunitense nell’area” e ricorda la lunga storia del contrasto irresolubile sul 38° Parallelo, che fu una prova di forza dell’esercito coreano e delle forze cinesi, dell’abbattimento della nave spia Usa “Pueblo”, catturata nel 1968 e i cui marinai furono liberati dopo una lunga trattativa tra Pyongyang e Washington il 23 dicembre dello stesso anno.

 La propaganda della Corea Settentrionale continua con altri esempi di debolezza Usa nello sfidare le sue acque e i suoi cieli, ma qui non ci interessa la sequela delle vittorie di Pyongyang.

 Quello che qui occorre notare è gli Usa devono accettare, alla fine, una quota di difesa tous azimuts della Corea del Nord, in relazione alla protezione che la Russia, non sempre coordinata con la Cina, vorranno dare al loro stato cuscinetto nella penisola coreana, mentre Pyongyang dovrà alla fine concordare una area di protezione ampia per il suo apparato di difesa, il che significherà una integrazione soprattutto con le economie russe e cinesi.

 Gli Usa si occuperanno del confine con la Corea Meridionale, ormai trapanato da numerosi tunnel nuovi, oltre quelli che ormai visitano i turisti, mentre l’asse Pyongyang-Mosca-Pechino controllerà, con possibilità di minaccia credibile e di retaliation, tutto il Mar Cinese Meridionale e il Pacifico del Sud, disattivando le basi Usa nell’area e minacciando il pur razionale riarmo delle “Forze di Autodifesa” giapponesi.

 La riforma della costituzione “pacifista” giapponese è, per Shinzo Abe che l’ha voluta, un delicato equilibrio nel far capire agli Usa che il Giappone è una ottima proxy army nel Pacifico, mentre loro se ne dovranno presto andare, o per crisi economica o altro; e che è soprattutto, Tokyo, il vero bastione, se si riarma, contro la Cina.

 Tokyo ragiona, paradossalmente, come Pyongyang: non si fida più di un vecchio equilibrio settantennale e vuole equilibrare militarmente in proprio l’integrazione economica con la Cina e il Sud-Es asiatico.

 In cui Washington ha tutt’altre mire, oggi, da quelle di Tokyo.

 Per contrastare questo progetto, occorrerebbe ben altro che la polemica del Presidente Trump contro le “armi di distruzione di massa” nordcoreane, un copione fallimentare già visto all’opera contro Saddam Husseyn in Iraq.

 Dopo averlo depotenziato, peraltro, il dittatore di Baghdad, con una guerra decennale contro l’Iran di Khomeini, quando pure Washington aveva costretto lo Shah a “elezioni democratiche”, che lo avrebbero allontanato dal trono, eppur mentre emissari del Dipartimento di Stato ordinavano all’Artesh, l’esercito di Teheran, di fare un colpo di Stato contro lo stesso Shah-inShah.

 La lezione che Kim Jong-Un ha imparato dagli Usa è quella dei Balcani e dell’Iraq; ed è molto difficile che qualcuno possa fargli cambiare idea.

 Occorrerebbe una aperta dichiarazione di riconoscimento dello Stato della Corea del Nord, per aprire peraltro un canale di pressione contro Cina e Russia a Pyongyang; e poi una trattativa sul nucleare come quella dei Six party Talks, esattamente dove si sono chiusi nel 2007, quando la Corea del Nord ha accettato di chiudere le sue strutture nucleari in cambio di combustibile e di “passi avanti” verso il mutuo riconoscimento tra Pyongyang, Usa e Giappone.

 Ancora un buon inizio.

  A cui aggiungere alcune note economiche che potrebbero integrare la Corea del Nord verso i mercati europei, oltre che verso quelli giapponesi e russo-cinesi.

 Occorrerebbe valutare appieno la formula produttiva di Pyongyang, per inserirla nella matrice di internazionalizzazione economica che caratterizza oggi tutto il Sud-Est asiatico, con diverse e simbiotiche strutture produttive.

 In questo senso, va analizzata la lettera inviata dalla Corea del Nord al Presidente del Consiglio di Sicurezza, poi rubricata come documento A/72/545-S/2017/882 sia per il Consiglio di Sicurezza che per l’Assemblea il 28 ottobre scorso.

 In questo testo, Pyongyang fa notare come le operazioni marittime e aeree organizzate dagli Usa e dai suoi alleati nel Pacifico sia catalogabili come “atti di guerra”.

 Il che, da un certo punto di vista, è giuridicamente lecito.

 Il suddetto documento della Corea del Nord è stato distribuito come documento ufficiale del Consiglio il 30 ottobre successivo.

 Peraltro, un ulteriore documento ufficiale della Corea del Nord indica che non sarà accettata, da Pyongyang, l’accusa recente di “lavaggio di denaro sporco” indirizzata alle strutture del proprio paese, in quanto, se le operazioni finanziarie sono finalizzate all’acquisto di tecnologie o di parti militari finalizzate “all’autodifesa”, non vi è nessuna infrazione alle norme FATF (Financial Action Task Force) stabilite, proprio per la Corea del Nord, nella riunione di quell’organismo a Buenos Aires dall’uno al tre Novembre scorsi.

 Gli Usa, sul piano delle sanzioni contro Pyongyang, possono oggi colpire i tessili, le banche, la pesca.

 La Cina, peraltro, si dice abbia consigliato alle proprie banche e società finanziarie di bloccare gli scambi con la Corea del Nord.

 L’Europa, per non farsi mancare nulla, ha aggiunto alle sanzioni già decise dall’ONU anche un comico blocco degli scambi per i beni di lusso e i cavalli di razza.

 Ironia della sorte, l’economia nordcoreana cresce da quest’anno del 4%, il ritmo più elevato da sette anni in qua.

 Certo, la rete del mercato “coperto” cinese è stata ampiamente utilizzata in questi anni di sanzioni, mentre le banche cinesi hanno fatto di tutto, tramite le aziende di Pechino, per collegare Pyongyang con il mercato globale.

 Su questo piano, non c’è speranza per un regime sanzionistico efficace contro la Corea del Nord.

 Troppo importante per la Russia, inevitabile per la Cina, che vorrebbe vederla abbastanza potente per chiudere il suo confine a sud ma non troppo nuclearizzata, lo ripetiamo, per obbligarla a trattare con Pyongyang.

 Quindi, o si accetta la Corea del Nord come potenza nucleare regionale, oppure la si distrugge con un tappeto atomico.

 Peraltro, la stessa propaganda Usa, che sottolinea talvolta la necessità di un “attacco nucleare preventivo” contro Pyongyang è essa stessa la dimostrazione, secondo la propaganda uguale e contraria della Corea Settentrionale, della “necessaria” autonomia militare della Corea di Kim Jong-Un.

 E Pyongyang ritiene peraltro che la stessa presenza di basi militari Usa, sia nella Corea meridionale che altrove nel Pacifico, sia di per sé una minaccia per la autonomia strategica della Corea del Nord.

 E’ vero anche questo, ma qui Kim Jong Un parla a nome della Cina e, in parte, della Russia, meno interessata al Pacifico del Sud, ma che ritiene la libertà non-egemonica dell’area una tutela necessaria per le operazioni russe tra le isole Kurili e la Siberia.

 La Corea del Nord, dicono i suoi documenti ufficiali, “sta attenta nell’osservare i movimenti Usa e il rinnovamento delle forze americane e dei suoi alleati nel Pacifico”.

 Bene, questo è il momento in cui si deve ripensare a un  nuovo “Six Party Talks” per stabilire: a) i limiti dell’egemonia diretta Usa nel Pacifico meridionale, b) i limiti della potenza nucleare nordcoreana, se ancora questa potrà avere un ruolo di reale tutela, c) i rapporti ufficiali tra gli Usa e Pyongyang, e anche con il Giappone, d) il sostegno economico verso la differenziazione del sistema produttivo nordcoreano, che potrebbe trovarsi meglio nel mercato-mondo piuttosto che come subfornitore di Russia e Cina.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France