Il 4 Novembre scorso, nelle more della grande “purga” all’interno dell’élite saudita, il primo ministro libanese Saad Hariri si è dimesso, affermando che la sua vita era in pericolo.

 Era in visita a Riyadh e l’intervista che ha rilasciato faceva intuire un qualche rimaneggiamento.

 Saad Hariri, figlio di Rafik, il politico e uomo d’affari legati ai sauditi assassinato con una bomba ad alto potenziale il 14 febbraio 2005 insieme ad altre 21 persone, era andato al potere l’anno scorso, nell’ambito di un accordo che vedeva Michel Aoun, cristiano gradito a Hezbollah e ai siriani, salire alla presidenza della repubblica.

 Proprio il 4 novembre scorso, nella sua succitata intervista alla televisione saudita, Hariri aveva polemizzato duramente contro l’Iran e il presidente Aoun aveva chiamato al telefono Hariri per “aspettare le modalità delle sue dimissioni”.

 Michel Aoun, cristiano maronita, era stato comunque eletto con il consenso dell’Arabia Saudita.

 Lo stesso giorno 4, altro dato da non dimenticare, gli Houthy, i ribelli sciiti dello Yemen, hanno lanciato un missile a lunga gittata diretto a Riyadh.

 I ribelli sciiti Houthy hanno già inviato circa 120 missili verso l’Arabia Saudita, ma nessuno era finora arrivato nei pressi della capitale.

 Saad Hariri ha un rapporto complesso sia con l’universo saudita che con quello iraniano e sciita.

 Nel 2010, quando era stato incaricato per la prima volta quale primo ministro libanese, Saad Hariri polemizzava spesso, in presenza di alcuni dirigenti americani, contro le pressioni saudite volte a chiudere il contenzioso di Beirut con il regime siriano.

 Saad sembrava molto autonomo dai sauditi e indipendente rispetto agli iraniani, che pensava forse essere utili per riequilibrare l’influsso di Riyadh a Beirut.

  Tutto ovvio, quindi: Riyadh non voleva l’accensione della miccia in Siria, non desiderava la destabilizzazione del Libano, inevitabile dopo quella del regime di Damasco, non accettava infine l’espansione dell’Iran tra gli Houthy e, comunque, riteneva che tutti questi fuochi fossero facilmente controllabili, se tenuti separati tra di loro.

 Nel gennaio 2011, non a caso, proprio nell’anno delle “primavere arabe”, Saad Hariri fu esautorato, pochi minuti dopo aver partecipato ad una photo opportunity con Barack Obama.

 Hariri ha poi rassegnato le dimissioni, il 4 novembre scorso, in funzione delle elezioni politiche previste nel maggio prossimo.

 Il partito di Saad può vincere sulla base di un criterio fondamentale, ovvero il rifiuto di accettare l’ulteriore espansione di Hezb’ollah in Libano, diffusissimo tra gli elettori sunniti, mentre oggi invece Hariri appare sempre più vicino al “partito di Dio” sciita del Libano.

 Né si devono dimenticare le ormai scarse risorse, personali e politiche, di Saad, ormai consumatesi in anni di elezioni, propaganda, welfare di partito.

 E’ quindi evidente che, oggi, i sauditi non hanno più nessuna necessità di uno stato cuscinetto come il Libano, dove creare governi di larghe intese con gli agenti dell’Iran ma, casomai, vogliono lo scoppio politico e territoriale del Libano e il suo frazionamento tra aree filosaudite e zone di egemonia sciita.

 Peraltro, Riyadh ha fatto sommessamente sapere di volere il ricambio di Saad Hariri con suo fratello Bahaa, più legato, tra affari e politica, al nuovo equilibrio che il principe della corona ha impresso all’élite del potere saudita.

 Quindi, abbiamo a che fare con una guerra fredda regionale tra sciiti e sunniti, tra Iran e Arabia Saudita, in cui entrambi i contendenti maggiori muovono sullo scacchiere mediorientale i loro alleati minori, con gli Usa che sostengono Riyadh, senza però capire bene cosa accada, e la Russia, il nuovo e vero player globale nell’area, che ha rapporti stabili con Teheran, ha vinto in Siria, mantiene ottimi rapporti con i sauditi e che ha trattato con la Turchia la soluzione della questione curda.

 Se poi l’Iran deve occuparsi delle tensioni in Libano, difendendo il potere politico e militare di Hezb’ollah, “la creatura amata dell’Imam Khomeini”, non può però mantenere lo stesso standing economico e militare in Siria e non può neanche sostenere con le stesse forze di prima la ribellione Houthy.

 Si tratta di una guerra per procura; e quindi l’equazione strategica si basa sulla possibilità di consumare le risorse dell’avversario deviandole dai veri obiettivi verso i quali si intende colpire.

 L’Iran vuole lo Yemen perché è un modo di controllare strategicamente, sullo stesso territorio della penisola arabica, il regno sunnita e le linee commerciali che vanno verso il Golfo Persico e i canali di Suez.

 L’Arabia Saudita vuole il Libano, o parte di esso, per premere sui confini siriani e interrompere la linea che Teheran sta costruendo, ovvero quella che mette in collegamento, a Sud della Siria, i confini iraniani con quelli tra Damasco e Beirut.

 E’ un collegamento che, sotto gli occhi della Federazione Russa, permette all’Iran di arrivare tranquillamente al Mediterraneo e di controllare i suoi confini indiretti  con il Regno sunnita.

 Ecco perché Riyadh vuole far pagare, proprio oggi, il conto a Saad Hariri: il ministro per gli Affari del Golfo ha affermato, pochi giorni fa, che il leader sunnita libanese “non ha fatto abbastanza” per “rimandare nelle caverne” Hezb’ollah.

 Il “partito di Dio” non ha alcuna intenzione, peraltro, di scontrarsi direttamente con i sauditi, ma potrebbe ripetere, nelle prossime settimane, quell’azione contro Israele che, nel 2006, portò a Hezb’ollah un vastissimo consenso in Libano.

 In questo caso, si tratterebbe di vincere le elezioni con una guerra, costringendo anche Hariri e gli altri piccoli partiti sunniti a venire a patti con gli sciiti del Libano meridionale, che ormai tengono in mano le Forze Armate e buona parte della burocrazia.

 Mentre, se andiamo a vedere le linee di tendenza dell’elettorato del partito di Hariri, “Movimento il Futuro”, Tayyar Al Mustaqbal, si nota una polarizzazione antisciita e un rifiuto esplicito della “tutela” saudita per il Libano.

 Vincerà, nelle prossime elezioni a Maggio, chi, in Libano, saprà sottolineare l’indipendenza nazionale e un nuovo progetto di welfare state.

 Ironia della sorte, è stato proprio Hezb’ollah a mettere in atto, secondo il tribunale internazionale dell’Aia nel 2014, l’attentato a Rafik Hariri, il primo vero atto destabilizzante in Libano.

 Ma, come disse quel nobile russo che, dopo la distruzione della sua famiglia da parte dei bolscevichi, accettò di fare il capo del cerimoniale di Mosca alla Conferenza di Versailles: “se tua madre muore sotto un tram, non è che tu smetti di prendere il tram”.

 Intanto, dopo le dimissioni di Saad, evidentemente obbligate da un Regno saudita che non poteva accettare che ci fossero, nel governo del più stabile amico di Riyadh in Libano, ben due ministri di Hezb’ollah, si deforma e si complica l’offerta politica libanese.

 Naturalmente, il gruppo sciita tenterà di formare un nuovo governo, che avrà una maggioranza instabile.

 In questo caso, i sauditi costringeranno il gruppo sciita a destabilizzare, involontariamente, il loro stesso Paese.

 A meno che il “partito di Dio” non inizi una campagna contro lo Stato Ebraico, il che distoglierebbe l’attenzione dagli equilibri politici interni alla guerra esterna; e farebbe sì che il gruppo sciita avesse dietro di sé la grande maggioranza del popolo libanese.

 Se quindi la Siria è ormai parte dell’asse di Teheran, Riyadh vuole il Libano, possibilmente tutto, per chiudere l’egemonia sciita nel cul-de sac siriano, tra la Turchia, Israele e, appunto, l’Arabia Saudita.

 Macron, il presidente francese, ha poi discusso attentamente la questione libanese nella sua visita a Dubai il 9 Novembre scorso.

 Da un lato, il leader di Parigi ha sottolineato lo sforzo francese per l’unità del Libano e la sua stabilità, dall’altro Macron teme il programma iraniano sui missili balistici.

 Dovevano pensarci prima, quando il P5+1 firmò l’Accordo sul Nucleare con l’Iran, dato che gli ICBM, anche se non hanno testate Nucleari, possono essere esiziali in un confronto bellico.

 La psicosi nordamericana sulle armi nucleari ha evitato di pensare bene alle altre tipologie di minaccia, non meno gravi di quelle atomiche.

 Naturalmente, ogni Paese occidentale che si limiti alla retorica del “dialogo” o della banale equidistanza, e rinunci a porre sul tappeto i suoi specifici interessi nazionali, è destinato a “ruinare”, come i profeti disarmati descritti dal Machiavelli.

 Cosa si potrebbe fare, invece?

  Stabilire, per esempio, una serie di punti sulla costa del Persico in cui impiegare una Forza Internazionale, che dovrebbe regionalizzare e limitare i conflitti dell’area fino a farli diventare ininfluenti.

 Hariri, peraltro, con le sue dimissioni, potrebbe riaffermare sottotraccia la sua fedeltà al nuovo corso della monarchia saudita inaugurato dal Principe della Corona, mentre la società di Saad, la Saudi Oger, lo abbiamo notato in un precedente testo, è stata duramente colpita dalle recenti sanzioni del Principe Muhammad bin Salman.

 Accettare il diktat di Riyadh per salvare sé stessi e la propria “roba”, sempre per utilizzare il linguaggio machiavelliano, è una scelta razionale e comprensibile, visto peraltro che le elezioni in Libano costano, e molto.

 Né si può escludere che, facendo pressione sugli sciiti a Beirut, i sauditi non vogliano creare le condizioni per un accordo con Teheran in un’area che a loro fa molto più comodo del Libano, ovvero l’Iraq, alleato necessario per il petrolio e inevitabile baluardo nella regionalizzazione della Siria di Bashar el Assad.

  Regionalizzazione che potrebbe convenire anche all’Iran.

 Quindi, il “partito di Dio” può scegliere di accettare un compromesso sul governo libanese, per disinnescare lo scontro con i sauditi, oppure può creare un fronte ampio con le altre minoranze religioso-sociali, mandando all’opposizione Saad e quindi i sauditi, oppure ancora può accettare un governo “tecnico” che porterebbe Beirut alle elezioni di maggio, in un contesto in cui tutti hanno le mani libere, e quindi anche l’Iran e l’Arabia Saudita.

 Né è da escludere che Hezb’ollah non voglia magari continuare l’alleanza con Saad, mettendo in difficoltà le operazioni politiche saudite in Libano.

 Intanto, e il fatto non è affatto casuale, il governo libanese ha approvato, per la prima volta quest’anno dal 2005, il bilancio dello Stato.

 Che non è quello di un Paese in crisi finanziaria immediata.

 Il deficit pubblico dovrebbe essere di 5,2 miliardi di Usd; e non dimentichiamo qui che la lira libanese è collegata, a cambio fisso, con il Dollaro Usa.

 Un deficit previsto del 9,54% del Pil, mentre il PIL, appunto, dovrebbe crescere del 2,2% nel 2017 con un rapporto debito/Pil ancora tragico, ovvero del 149%.

 Crisi dei migranti dal confine siriano (un milione e mezzo di persone, finora) lo scontro per la distribuzione di risorse tra le varie aree politico-religiose, tutti motivi per cui la spesa pubblica è scoppiata negli ultimi quattro anni.

 Questo ci fa pensare che l’Iran o l’Arabia Saudita avranno tutto l’interesse, in futuro, a finanziare il debito pubblico libanese in cambio di favori politici e militari.

 Esilarante infine l’assenza dell’Unione Europea, che ormai pensa che la politica estera sia un lusso.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France