Il comitato anti-corruzione saudita, nella visione attuale del Principe della Corona Muhammad bin Salman, ha lavorato molto bene.

La nazaha anticorruzione è una organizzazione complessa, con un corpus di norme internazionali e locali molto ampio, e si riferisce esplicitamente sempre alla best practice ONU e, comunque, internazionale.

Non sarà tanto facile designare la lotta contro la corruzione di Mohammed bin Salman come una “operazione ideologica” o, peggio, “primitiva”.

La questione della corruzione è ormai al centro, da anni, del dibattito politico saudita.

Fin dal 2013, il  Riyadh Economic  Forum aveva posto al centro dell’azione governativa saudita la questione della corruzione pubblica e privata, mentre la  Commissione, nel Regno, nasce ufficialmente con l’Ordine Esecutivo del Re Abdullah del  Marzo 2011  n. A/65.

Un mandato amplissimo, di forte impatto politico, destinato fin dall’inizio ad essere, prima dell’attuale Principe, lo strumento principale del comando del Re sulla sua vasta e caotica classe dirigente, del sangue reale o meno.

Fino ad oggi la Nazaha saudita, equipollente a varie altre agenzie anti-corruzione operanti in tutto il mondo arabo sunnita, ha raccolto dati su oltre 2000 casi sensibili, con una percentuale di sanzionamento, rispetto alle segnalazioni iniziali, di oltre il 94%.

Certo, il Principe Muhammad bin Salman sta usando, come è ovvio, il potere della Nazaha per far fuori i suoi nemici politici, ma questo è del tutto ovvio in una lotta per il potere assoluto che segue le regole machiavelliche (e coraniche) secondo le quali si deve salvare soprattutto la roba dei sudditi.

“Deve nondimeno il Principe farsi temere in modo che, se non acquista l’amore, ‘e fugga l’odio, perché può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, sempreché si astenga dalla roba de’ suoi cittadini, e de’ suoi sudditi, e delle donne loro” (Il Principe, cap. XVII).

Nel Corano, si dice che “Non consumerai i beni di altri ingiustamente né li spedirai come oggetto di corruzione ai governanti, in modo che essi ti possano aiutare a consumare una parte dei beni dei popoli nel peccato, qualora tu sappia che ciò è ingiusto” (sura Al Baqara, “La vacca”, v. 188).

La dottrina muhammadica sulla corruzione contiene, peraltro, molti altri versetti coranici e della Sunna, che qui non è molto utile ai nostri fini citare.

Ma la tradizione giuridica islamica è comunque molto severa: un hadith del Profeta infatti condanna semplicemente la concessione di tangenti, sia per chi le dà che per chi le riceve, insieme al loro mediatore, tutti posti dal Profeta sullo stesso piano.

La concessione di beni illegali per favorire una successiva transazione è comunque una offesa al diritto divino, non solo societario, nel senso in cui noi occidentali diamo al concetto di “diritto civile”.

La base dottrinale su cui, quindi, si fonda la Commissione saudita è teologicamente ampia e sufficientemente complessa.

Ma, per capire la logica politica di questa commissione saudita, occorre vedere soprattutto chi e come è stato colpito dalle sanzioni emesse, su ordine reale saudita, dalla Nazaha di Riyadh.

Mentre scriviamo, sono stati già ben 512 i cittadini sauditi colpiti a vario titolo dagli strali della Commissione del principe Muhammad bin Salman.

Sono stati inoltre congelati a tutt’oggi 1286 conti correnti, sia di privati che di società.

E’ poi da notare che diversi personaggi del regime saudita colpiti da questa operazione anticorruzione, che è più razionale definire un golpe bianco, fanno parte delle tre branche in cui si compone il Servizio di intelligence di Riyadh.

In primo luogo, è noto, vi è il GIP, General Intelligence Presidency, ovvero il Mukhabarat al A’amah, di cui è stato messo da parte il vecchio capo Khalid Bin Alì al Humaidan.

Gli altri Servizi, quello interno di polizia e, soprattutto, il mabahit, che si occupa di controspionaggio e di sicurezza interna e politica, sono stati egualmente decapitati dalla attuale azione dell’Erede al Trono.

Muhammad bin Salman, il principe al potere, vuole soprattutto consolidare l’attuale luna di miele con la Presidenza Trump, oltre che evitare il golpe che, probabilmente, attendeva Salman e suo figlio Mohammed.

E muove, inoltre, verso l’egemonia assoluta nel mondo sunnita contro le operazioni sciite iraniane che, al massimo, verranno tollerate nell’Asia Centrale e mai nel Golfo Persico.

Se il Sovrano saudita avesse, come pensava da tempo, abdicato in favore di suo figlio Muhammad, avrebbe subito messo da parte il principe Muhammad bin Nayef, ministro degli interni e erede diretto, nella linea di successione tradizionale del regno saudita.

Bin Nayef è stato infatti sostituito il 21 giugno 2017 proprio da Muhammad bin Salman.

Ma vediamo meglio la lista dei principali accusati di corruzione: abbiamo già notato, come tutti, la presenza in questa lista di Muhammad al Walid bin Talal, insieme al presidente della MEBC, Middle East Bradcasting Centre, ovvero Walid Ibrahim al Ibrahim,  il quale  aveva evitato a suo tempo di vendere le sue emittenti proprio a Mohammed Bin Salman, il principe ereditario.

E’ stato, Al Ibrahim, anche presidente dell’UPI (United Press International) fino all’annus mirabilis del vecchio potere saudita, il 2000. Quello dell’ambiguità binladiana.

Ma ne parleremo ancora.

Ha fondato inoltre Al Arabiya, in alternativa alla qatarina al Jazeera, ancora in mano ai “Fratelli Musulmani”

Tutti i colpi di stato, oggi, è bene notarlo, nascono e si concludono nella proprietà o nel controllo dei mass media.

Tra gli arrestati abbiamo anche Mutaib bin Abdullah, già ministro della Guardia Nazionale saudita fino all’arresto del quattro novembre scorso.

Diplomato tenente all’accademia britannica di Sandhurst nel 1974, già rappresentante della Ford Motors Co. Nel suo Paese, è stato al vertice delle organizzazioni militari saudite.

Ancora, tra gli imputati si trova Turki bin Abdullah al Saud, governatore di Riyadh fino al 2015, si presume che abbia compiuto attività corruttive nella sua gestione della metropolitana, ancora da terminare, della capitale saudita, è settimo figlio di Re Abdullah, poi studente di “studi strategici” all’Università di Leeds in Gran Bretagna, è inoltre dirigente della Fondazione Re Abdulaziz e organizzatore di vari affari con società britanniche e statunitensi.

Un altro principe Turki, Turki bin Nasser al Saud, è stato ancora arrestato nella azione del 4 Novembre.

Si tratta di un principe della famiglia reale e soprattutto del capo del Servizio Meteorologico Nazionale saudita.

L’agenzia si occupa anche di protezione ambientale e di lotta all’inquinamento.

E questo è un segno importante: coprire gli affari ecologicamente scorretti di alcune imprese saudite?

E’ probabile, ma non è certo per questo che Nasser al Saud è stato colpito.

Molte sono le notizie anche riguardo ai suoi affari in Libano, dove ha ricevuto fondi da un politico locale, Mohammed Safadi, oltre ad essere stato posto sotto osservazione dall’Ufficio antifrode britannico già nel 2005.

Vecchie storie sulla famiglia reale saudita che tornano fuori nel momento in cui fanno più comodo al nuovo Principe della Corona.

Ancora, è stato arrestato Fahd bin Abdullah al Saud, già viceministro della Difesa del Regno.

Ha studiato all’US Naval Staff and and Command College, già comandante delle Forze Navali saudite, ha sempre avuto un ruolo primario negli equilibri interni all’élite del Regno e alla famiglia al Saud, gestendo molte carriere militari e civili.

Ancora, il 4 Novembre è stato arrestato Abdul Aziz bin Fahd, il figlio di Re Fahd, che si dice sia stato ucciso durante l’arresto di questo mese, ma il governo nega che sia stato colpito dalla polizia.

Viveva soprattutto in Svizzera, e si recava in Arabia Saudita solo per le riunioni ufficiali.

 Sollevato dai suoi incarichi già nel 2011, era soprattutto un uomo d’affari: era la longa manus della Saudi Oger, una società di costruzioni immobiliari.

Inizialmente era di proprietà di Rafik Hariri, il leader libanese assassinato nel 2005; ed è poi fallita il 31 luglio 2017.

La Oger Communications, comunque, continua a fornire servizi di telefonia mobile, internet, telefonia fissa in Turchia, Arabia Saudita, Libano, Giordania e in Sudafrica.

Il potere, oggi, passa soprattutto da internet e dalla telefonia mobile.

Possiede, Al Fahd, un portafoglio “riservato” di almeno un miliardo negli USA, come è stato verificato dalla Corte Suprema di New York, con altre proprietà immobiliari a Minneapolis, che son o recentemente fallite.

E’ (era) proprietario di fatto della già citata MEBC.

Tra i non titolati arrestati, figura poi, lo abbiamo già notato in altre analisi, Khaled Al Tuwajiri, capo della Corte Reale saudita con Re Abdullah.

Egli aveva duramente polemizzato, nel 2012, con il processo di “occidentalizzazione”, secondo lui in atto in Arabia Saudita;  ed è stato allontanato dalla Corte, sulla quale aveva un fortissimo influsso, tramite il vecchio Re Abdullah e suo figlio Miteb, ministro della Guardia nazionale.

Poi abbiamo a che fare con Adel Fakeih, già sindaco di Gedda, poi ministro del Lavoro,  e poi ancora della Salute e, dall’aprile 2015, ministro dell’economia e della pianificazione.

Ha lavorato, fuori dal suo servizio pubblico (anche se questi due mondi non sono troppo ben distinti nel Regno saudita) nel gruppo Al Marai, sempre alimentari, costruzioni e finanza, poi come presidente della Banca Aljazira, poi nella Compagnia Vetraria Saudita e amcora come massimo dirigente del Savola Group, una azienda alimentare che vende zucchero, olii alimentari, latticini e basi per la ristorazione in Africa, naturalmente Arabia Saudita, tutto il Medio Oriente e in Africa e Turchia.

Tra parentesi, tra poco osserveremo vasti movimenti economico-politici in Turchia, proprio a seguito di questo “golpe bianco” saudita.

Poi, Fakeih è stato anche responsabile, presso la Saudi British Bank, dei mercati globali e dei mercati mediorientali.

Quella rete bancaria che avrebbe organizzato, con ogni probabilità, il golpe contro Salman e suo figlio, sulla base del “ritorno alle tradizioni” e, magari, per buon peso, sollevando la vecchia tematica della giustizia sociale.

E ancora, tra i “purgati”, quasi come in un colpo di palazzo vetero-sovietico, c’è Amr al Dabbagh, presidente e fondatore del Al Dabbagh Group, che controlla 57 società, si è laureato in management in California ed è molto attivo nel no profit.

Al Dabbagh group controlla imprese nel food, nel sistema petrolifero, nel mercato delle automobili, nell’immobiliare e nel packaging.

Che Mohammad bin Salman voglia proprio colpire la vecchia “impresa globale” saudita, per evitare sovrapposizioni di potere e finanziarie e, quindi, in un’élite fortemente imprenditorializzata, il potere politico?

E’ un’ ipotesi  molto probabile.

Ancora, tra gli arrestati del 4 Novembre 2017, figura Ibrahim Abdulaziz Al Assaf.

Già ministro delle finanze saudita e ministro di Stato del regno saudita.

E’ stato arrestato con l’accusa di aver acquistato terreni, usando il suo ruolo pubblico, intorno alla Grande Moschea della Mecca, nelle more della sua programmata espansione.

Già rappresentante dell’Arabia Saudita al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, poi vice-governatore dell’Autorità Monetaria saudita, Al Assaf è ancora membro del consiglio di amministrazione della Saudi ARAMCO, il “boccone reale” della futura privatizzazione caldeggiata dal Principe Muhammad Bin Salman oltre ad essere, prima dell’arresto, presidente del Fondo Saudita per lo Sviluppo.

Aveva partecipato al recente G20 di Amburgo, ma non gli ha portato bene.

Da non dimenticare poi, tra gli arrestati del 4 Novembre, Khalid Abdullah al Mohem.

Ingegnere elettrico per formazione statunitense, poi è stato direttore generale di Saudia, le linee aeree commerciali del regno.

Dirigente della ormai consueta Saudi British Bank, poi della già citata AlMarai, una grande impresa di latticini e alimentari, innumerevoli cariche nell’alimentare, nelle telecomunicazioni, nella HBSC, nella Banca di investimenti saudita, nel cemento, nel catering e nelle linee aeree del Regno.

Né è da dimenticare, tra gli arrestati sauditi, Saleh Abdullah Kamei, fondatore del Dallah al Baraka Group, una multinazionale che si occupa di salute (ospedali privati) investimenti finanziari, immobili, banche, trasporti e logistica.

Presidente del Consiglio Generale delle Banche Islamiche, si è occupato della fondazione del Pensiero Islamico e della Camere di Commercio saudite.

Altro tycoon troppo potente per essere tollerato dal nuovo erede al trono.

Che non vuole più l’islamismo detto ingenuamente “radicale”, ma il perseguimento degli interessi nazionali sauditi.

E’ finito, con il “golpe bianco” di Muhammad bin Salman, il nesso geopolitico tra interessi sauditi e jihad globale.

D’ora in poi, la “guerra santa” sarà regionale o duvunque si dirigano gli interessi di Riyadh, almeno per quanto riguarda la quota di jihad finanziata dai sauditi.

Qui il nome è già famoso: è stato arrestato infatti anche Bakr bin Laden, il vero “re di Gedda”, come dicono, e inoltre fratellastro del più famoso Osama.

Non si tratta di “antiterrorismo”, sia ben chiaro.

Bakr lavora oggi in Qatar per la sua impresa di famiglia, l’immobiliare tradizionale, ma è ancora uno dei primari legami economici tra gli Usa e il mondo saudita.

Né si deve dimenticare, tra gli arrestati, Abdullah bin Sultan bin Mohammed al Sultan, il fondatore della già citata AlMarai.

E’ anche con la distribuzione del cibo e la sua organizzazione che si controlla un Paese e, soprattutto, la formazione della sua classe dirigente.

E’ stato anche ammiraglio della Marina Reale saudita.

E poi vi è, nell’elenco del 4 Novembre, Mohammad al Tobaishi, già capo del protocollo alla corte reale di Riyadh.

E’ un antico partner di “Valia Investments” con sede a Boston e Dubai, una banca di affari che si occupa di venture capital tra Tunisi, la Costa Ovest della California, Rabat e Casablanca.

Una rete di dominance saudita, insomma, tra il Medio Oriente e gli USA.

Forse gli americani dovrebbero analizzare meglio cosa significa questo “golpe bianco” per i loro nuovi equilibri in Medio Oriente.

Né dobbiamo dimenticare, tra gli arrestati, Saoud Al Dawish.

Già CEO della “Saudi Telecom Company”, già condannato per concussione, almeno per dirla nella nostra tradizione giuridica, nel 2012, è l’ennesimo segnale che il Principe della Corona sta prendendo nella sua rete sia i leader economici che più gli interessano, ovvero le telecom, le banche, l’immobiliare e il retail, che i vecchi corrotti e concussi già ben noti alla casa reale saudita e al suo popolo, con il quale Muhammad bin Salman vuole ricostituire un legame carismatico.

E’ un effetto pubblicitario, certo, ma ben studiato, indipendentemente dalle reali colpe degli arrestati.

Per ultimo, non dobbiamo dimenticare Nasser Al Tayar, presidente e CEO del Gruppo turistico Al Tayar.

Per colpire le relazioni tra sauditi e resto del mondo, occorre mettere in crisi la gestione anche delle imprese turistiche.

Tra l’altro, Tayar è anche presidente, o meglio lo è stato fino al 4 Novembre, della Arab Publisher House, di “Medina Press”, ma non dobbiamo dimenticare, del gruppo di Al Tayar, l’immobiliare, l’albergazione, l’aviazione e l’industria alimentare.

Ecco, tra immobili, alimentare, comunicazioni vi è la rete delle operazioni attuali del principe della Corona saudita, che vuole proprio colpire e decapitare i settori primari del consenso economico e mediatico per ricostruire una nuova rete di relazioni in Medio Oriente e rispondere, anche con lo scontro militare, alle operazioni del mondo sciita.

Sarà finalità primaria dell’Occidente, gli Usa in primo luogo e poi per la irrilevante Europa, evitare lo scontro, mediarlo, diluirlo e utilizzarlo per i propri fini.

Non siamo ottimisti.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France