L’attuale principe Muhammad bin Salman, di trentadue anni, erede al trono della Corona Saudita, vuole in primo luogo “sradicare le radici dell’”estremismo islamico” il prima possibile; e questo significa che, da oggi in poi, lo scontro tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita sarà derubricato da scontro di civiltà infraislamico al suo normale e naturale standard di guerra regionale.

 Le aperture pubblicitarie di Muhammad, il Principe designato, dopo tanti anni, da suo padre, come la guida concessa alle donne, sono segnali chiarissimi che il Regno degli Al Saud non vuole più essere una isola fondamentalista nel Medio Oriente, e quindi non vuole più essere un partner silenzioso degli Usa o di altri.

 Il che implica, la fine dello scontro di civiltà sunniti-sciiti, che Riyadh accetti di mettere da parte il suo ruolo tradizionale da quello di leader di una lotta senza quartiere con la “setta di Alì” capitanata da Teheran.

 Non facciamoci prendere dalle prime reazioni alle dichiarazioni ufficiali saudite.

 La guerra al Qatar è soprattutto una lotta contro i “Fratelli Musulmani” e lo scontro con una potenza del gas naturale, il Qatar appunto, contro un potere necessariamente petrolifero, Riyadh.

 Altri cicli economici, altri compratori, altre linee di sviluppo geostrategiche e militari, tra l’Emirato qatarino degli Al Thani e il Regno degli Al Saud.

  E, quindi, l’Arabia Saudita vuole evitare, d’ora in poi, di generare una guerra radicale e globale dentro tutto il Medio Oriente per destabilizzarlo e conquistare, così, l’egemonia antica e moderna insieme, dell’Islam interno al Grande Medio Oriente.

 Non più sogni di gloria panislamici, ma la protezione degli interessi nazionali del Regno saudita.

 Due quindi i vincitori della attuale tenzone: il primo è Israele e poi quei Paesi, esclusi gli Usa, che vorranno riformulare la loro presenza amichevole in tutta la vecchia Mezzaluna Fertile.

 Si noti, peraltro, che il principe al Walid, arrestato da Muhammad bin Salman, era un feroce nemico dell’attuale Presidente Usa.

 Gli Usa di Donald J. Trump si sono, lo ricordiamo, consegnati al progetto di “NATO sunnita” ovvero la Islamic Military Alliance to Fight Terrorism, diretta dal generale pakistano della Riserva Raheel Sharif.

 Il Quartier Generale della “Nato sunnita” è proprio a Riyhadh, il che presuppone ancora una linea dura contro l’Iran, ovviamente, contro l’India e il sostegno, ancora, alla lotta contro i Taliban afghani.

 E se la “Nato sunnita” fosse il progetto di una internazionalizzazione strategica e economica delle petromonarchie,  isolando Teheran in un  futuro mercato petrolifero sempre meno remunerativo?

 Dopo i sei Re sauditi, dal 1932 in poi, Muhammad Bin Salman ha ereditato il potere de facto nel Regno proprio  dal padre, il principe Nayef, sostituendo il fratellastro, che comunque rimane  membro del clan che detiene il vero potere nella famiglia saudita, i “Sette Sudairi”.

 L’attuale uomo forte del regime saudita, il principe ereditario, è stato elevato al rango di secondo in linea di successione, nella prima metà del 2015, si tratta infatti di un personaggio che è diventato una figura importante nelle cronache mondiali quando, dieci anni fa, ha destabilizzato, forse definitivamente, la rete di Al Qaeda nel Regno e, l’anno scorso, ha deciso, insieme al cugino Mohammed Bin Nayef, di 55 anni, di esercitare la massima pressione sui ribelli Houthy in Yemen, una rete di sciiti legati all’Iran.

 Chiudere le porte all’Iran nella sua area di influenza significa, per il Regno degli Al Saud, garantirsi una pacifica internazionalizzazione fuori dall’universo islamico regionale.

 E garantirsi, inoltre, la definitiva stabilità sociale e religiosa del Regno.

 La guerra tra Repubblica Iraniana sciita e Regno wahabita e sunnita è destinata quindi a mantenere caldo il quadrante del Grande Medio Oriente e a tentare di controllare i passaggi nel Golfo Persico, mente si ridefiniscono all’esterno della Siria e del Libano i perimetri della nuova sicurezza globale mediorientale.

 Un sistema che il potere in emersione, la Federazione Russa, manterrà fuori dalle linee di controllo Usa, mentre Mosca si espanderà ancora in Libia, in Libano, naturalmente nel resto del Maghreb, per non parlare del Corno d’Africa e dell’Egitto.

 E’ questo un nuovo ridisegno degli equilibri di potere occidentali verso quelli russi e cinesi, un nuovo sistema che si delinea nei nuovi campi periferici esterni, ma ormai essenziali, del Grande Medio Oriente.

 Ma c’è un elemento simbolico e politico essenziale che non bisogna certo dimenticare nella Reggia shakespeariana di Riyadh.

E’ infatti oggi che, dopo molti anni, il Principe Muhammad bin Salman eredita direttamente il Trono dal Padre, merito anche di un istituto giuridico-politico voluto dal Re Salman, “il Consiglio della Ereditarietà”, ovvero il “Consiglio Dinastico”, (Council for Allegiance) creato dal monarca di Riyadh nel 2007 e destinato a regolare, d’ora in poi, le squilibrate e, appunto, shakespeariane storie dei passaggi di potere interne alla reggia saudita.

 Nato nel 1985, il 31 Agosto, il principe ereditario Mohammed ha quindi 37 anni, ed è già stato il più giovane ministro della Difesa al mondo.

 Ma anche oggi, data la forte autonomia di Mohammed Bin Salman, l’istituzione dinastica fondata nel 2007 ci sembra non ancora in pieno esercizio.

 Mohammed Bin Salman ha sostituito il cugino nel giugno di questo anno 2017, nel quadro di una grande trasformazione del sistema politico e strategico interno alla famiglia reale saudita.

 In totale, tutta la rete di “corrotti” o di “traditori” che è stata designata dal futuro Re saudita, è composta da ben 49 alti ufficiali, principi e ministri, una operazione di polizia che devasta tutto il vecchio sistema di equilibri politici, finanziari, strategici che hanno caratterizzato il vecchio patto di “riciclaggio dei petrodollari” che sancì l’unione tra Washington e Riyadh, nella fase in cui Kissinger trattò, in perfetto segreto, tutta l’operazione, alla fine della “guerra dello Yom Kippur”.

  La scelta di Muhammad come erede al trono è stata accettata, su proposta del Re Salman, da ben 31 dei 34 membri del Consiglio Ereditario.

 La linea è quindi ormai chiara: il Regno si candida a comandare due linee evolutive parallele: l’uscita dalla oil dependent economy, che il Principe Muhammad Bin Salman ha previsto nel suo programma Vision 2030.

 E, poi, la costruzione di una sua egemonia regionale fuori dalla dipendenza, petrolifera, dagli Usa che ormai sono autonomi dal petrolio mediorientale con il loro shale oil.

 Nel suo progetto, già noto, la base dell’egemonia futura di Riyadh è quella che riguarda l’accettazione di due novità: l’autonomia energetica futura degli Usa, appunto, con lo “oil and shale gas”; e quindi l’uscita della Arabia Saudita da un equilibrio garantito, militare e economico, con Washington e, inoltre, lo storico collasso dei prezzi del barile, che va lasciato interamente, secondo i dirigenti sauditi, alla povertà sciita e quindi all’Iran.

 “Vision 2030” vuole, quindi, ridurre la dipendenza dell’economia di Riyadh dal petrolio e, in correlazione naturale, in quel contesto, la dipendenza dell’economia nazionale dal settore pubblico.

 Inoltre, si tratta di mantenere la capacità, da parte della famiglia reale, di distribuire risorse selettive ma, comunque, rilevanti, a quei settori della popolazione saudita politicamente più importanti, momento per momento, per il sostegno del regime.

 Non ci sono più soldi per lo spasso lussuoso, quello che c’è, nelle casse statali di Riyadh, va speso per mantenere un sostegno popolare che, oggi, non è più garantito.

 Senza panem et circenses, è infatti difficile immaginare, in futuro, una ragionevole stabilità della famiglia reale saudita. E saranno pani e circhi che, sempre di più, andranno sempre meno a caricarsi sui conti nordamericani.

  Gli equilibri futuri del dollaro, la fine dell’Euro come moneta globale, la cessazione dell’uso del petrodollaro da parte di Mosca e Pechino ci fanno pensare che la nuova classe dirigente a Riyadh sarà sempre meno filo-Usa e sempre di più multilaterale.

 Ed è proprio la famiglia reale come tale, non nella varietà dei suoi vari gruppi, che dovrà farsi carico delle dazioni alle masse, della carità pubblica che sempre più dovrà coprire le spese della “liberalizzazione”, dei bassi salari e della privazione di tutele sindacali, politiche, claniche.

 Se Riyadh infatti non programma la sua futura “carità pubblica”, farà la fine dell’ampliamente liberalizzato Libano, o degli Stati che, dopo la crisi del mercato dei grani e delle basi alimentari del 2008-2010, hanno dovuto fronteggiare quelle rivolte che poi, manipolate da altri, sono diventate le “primavere arabe”.

 La soluzione, probabile, del futuro Re Mohammed sarà, in questo caso, la maggiore democratizzazione delle scelte per sostituire una diminuzione del reddito.

 Una soluzione “europea”.

 La “Visione 2030” saudita implica inoltre una liberalizzazione finalizzata specificamente alla creazione di posti di lavoro e occasioni per le imprese nel terziario e, in particolare, nelle aziende del turismo e dell’entertainnment.

 Ma chi sono poi i “purgati” da parte del nuovo regime saudita?

  Eccoli: 49 elementi, undici principi, quattro ministri  dal nuovo regime che Muhammad Bin Salman, primo erede designato direttamente dal padre, Re Salman, a dirigere l’Arabia Saudita ha accettato di mettere da parte per sempre.

 Le indicazioni sono del tutto indicative di quanto succederà a breve:

 Non si deve dimenticare, in questo contesto, il ruolo rilevantissimo che assume, nel nuovo quadrante finanziario e politico saudita, l’ emarginazione di Al Waleed bin Talal.

 Forbes gli ha attribuito una fortuna personale di oltre 17 miliardi di Usd.

Gli investimenti del principe Al Walid, figlio maggiore del Re Abdullah Abdulaziz e di Riad El Sohl, prima ministra del Libano negli anni ’50, sono diffusi nelle principali aree dell’Occidente: Twitter, Lyft, Eurodisney, Twentieth Century Fox, una torre a Jeddah, in Arabia Saudita, la più alta del mondo, che si sarebbe dovuta aprire nel 2019.

 Ha venduto uno yacht a Donald Trump, che pure odia, ma ha ancora rilevanti investimenti in Apple, News Corp., la proprietà del Savoy Hotel a Londra, la rete satellitare TV MBC, per non parlare del capo della Saudi Arabian General Investment Authority, altra purga, Amr al Dabbagh, poi Ibrahim Assaf, già ministro delle finanze; e infine Bakr Bin Laden, capo del Binladen Group, ben noto gruppo immobiliare e di investimento.

 Tra gli altri, occorre menzionare un altro ex ministro delle finanze saudite, Adel Fakieh, un riformista della prima ora, oltre a Khaled al Tuwajiri, altro dirigente dell’economia saudita tradizionale.

 Tutti accusati di aver asportato fondi pubblici per trasferirli nelle loro casse private.

 Una fonte di arricchimento e di “consumo visibile”, come avrebbe detto Veblen, della famiglia allargata degli Al Saud.

 Ora la famiglia non è più una sola; e la direzione del governo di Riyadh avrà una logica meno corporativa e, soprattutto, meno personalistica.

 Muore, con quest’operazione di “pulizia”saudita, il vecchio nesso tra internazionalizzazione araba e terrorismo sunnita jihadista, finisce poi, con le riforme di Muhammad bin Salman, la chiusura del Regno saudita rispetto ai flussi del mercato-mondo; mentre si ripropone lo scontro tra sciiti e sunniti in un nuovo Medio Oriente, dove Riyadh ha già stabilito un nuovo rapporto con Mosca e con Gerusalemme, oltre che ripreso efficacemente il modello di Xi Jinping, quello che prevede una trasformazione del regime tramite una lotta alla “corruzione”.

 Fu uno dei leader economici mondiali, proprio al Walid Bin Talal, ad accettare di sostenere Gheddafi prima della sua fine nel 2011, mentre le ombre già si addensavano sul leader libico.

 Tentò infatti, al Walid ibn Talal di vendere, tramite una mediatrice giordana, Daad Sharaf, già vicina a Gheddafi,  un suo Airbus A340 per 120 milioni di Usd.

 Daad doveva avere anche una “mediazione” di 6,5 milioni di Usd, ma il principe Al Waleed vendette ad altri l’aereo, probabilmente già usato per trasportare l’attentatore di Lockerbie al ritorno in Libia, ad altri.

 Una rete in cui gli affari si mescolavano pericolosamente alle operazioni geopolitiche dei sauditi, in quella fase in cui Riyadh, da un lato, sosteneva la vaga “lotta al terrorismo” e, dall’altro, lo fomentava.

 Non è qui il caso di fare la lunga storia, molto significativa, del rapporto tra il vecchio capo dei Servizi Turki al Faisal, figura fortissima dei “Sudairi Seven”, e della rete che portò una parte dell’establishment saudita a giocare la carta, folle ma non insensata, di Al Qaida.

 Per Al Walid, inoltre, vi sono accuse, già ormai note nel quadro finanziario globale, che riguardano atti di corruzione, dazione di tangenti, peculato, trattative occulte.

 La forte reazione della famiglia reale oggi al potere contro quella parte di membri degli Al Saud che hanno partecipato alla folle corsa della fase del petrolio “alto”, in cui era tutto possibile, il guadagno e la illegalità insieme, la crescita economica e la truffa, è un modo molto efficace per creare sostegno tra la popolazione saudita, stanca delle attitudini da rentier fannullone o da “classe opulenta” di certi personaggi della grande famiglia reale.

  Forse, la fine del ciclo tra jihad sunnita e crescita del Regno sarà il punto in cui si ridisegnerà il Grande Medio Oriente: una alleanza di fatto tra Riyadh e Gerusalemme, entrambi uniti dal pericolo sciita, tra il Golan per Israele e lo Yemen del Sud per i sauditi, una nuova alleanza tra i sauditi, Israele e Russia, l’entrata della Cina in quel quadrante, la nuova dislocazione degli Usa e, naturalmente, l’irrilevanza spesso ridicola della UE.

 Il sistema del futuro Re Muhammad, dopo la strana morte del principe Mansur Bin Muqrin nella regione di Asir, in Arabia Saudita, marito di una figlia del vecchio re Al Fahd e poi custode delle Due Moschee Sante, figlio di quel Muqrin al Abdulaziz che era stato principe della Corona dal Gennaio all’aprile 2015, sarà un equilibrio politico in cui il mantenimento del Paese unito e del legame tra Casa Reale e popolo saudita sarà il faro della monarchia.

 Non più una classe politica predatoria, anche in rapporto con l’Occidente, ma una élite che vuole l’espansione politica del Regno, la sua trasformazione economica e, quindi, l’allontanamento dall’economia legata al petrolio, un regime che vuole giocare tutte le sue carte strategiche, sapendo che un Re (gli Usa) se ne sta andando e un altro Re (la Federazione Russa) sta entrando in quel quadrante.

 E che Israele è ormai un dato acquisito della scacchiera mediorientale.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France