Quando, nel 1972, Nixon fece notare a Mao Zedong che “il presidente cinese ha cambiato il mondo” Mao si limitò a rispondere “no, solo qualcosa alla periferia di Pechino”.

 Tanto era, nella mente del presidente cinese, poeta taoista, il senso della centralità naturale dell’”Impero di Mezzo” rispetto al Primo Mondo (Usa e URSS, questi ultimi i “barbari del Nord”) Secondo Mondo (i servi dell’una o dell’altra potenza) e il Terzo Mondo, l’area che sarebbe stata rappresentata e dominata dalla Cina.

 Oggi la Cina, dopo la Lunga Marcia delle “Quattro Modernizzazioni” lanciate da Deng Xiaoping, è ormai la prima economia del Mondo e sta diventando una delle prime e, in futuro, sarà la potenza militare egemone almeno in tutto il mondo asiatico.

 Ma una vecchia mappa segreta del CC del PCC, negli anni ’50, riteneva area di egemonia cinese il Giappone, le Filippine, tutte le isole del Pacifico meridionale, la Corea (sud e nord) e il Vietnam.

  Questo progetto non sarà realizzato, se mai lo sarà, con le armi, ma con l’economia e la dominance strategica e culturale. Che saranno protette dalle armi.

 Nascondi una spada dietro un sorriso, è uno dei 36 Stratagemmi dell’arte della guerra.

 E la guerra, nella cultura tradizionale cinese, non è una “politica con altri mezzi”, ma semplicemente la politica tout court.

 L’isolamento superbo della Cina di Mao era del tutto realistico: il Paese era povero ma comunque, malgrado i fallimenti del “Grande Balzo in Avanti” degli anni ’50 e della “Grande Rivoluzione Culturale e Proletaria”; nel periodo dal 1966 al 1976, il PIL per abitante in misure ppp, (power purchasing parity) ovvero secondo il potere unitario di acquisto, raddoppiò.

 Il non cadere nella trappola della guerra fredda, che Mao Zedong riteneva una “tigre di carta”, e che sarà infatti all’origine della caduta economico-militare dell’URSS, è alla base di questa lenta ma inesorabile crescita economica e di status internazionale.

 Ma, senza il fortissimo nazionalismo cinese tradizionale, unito all’ideologia marxista-leninista, quel progetto di Mao, che oggi si realizza con Xi Jinping, non avrebbe potuto realizzarsi.

 Dal rifiuto dell’ordine internazionale bipolare alla costruzione di un nuovo ordine multipolare, con al centro Pechino, ecco la strada geopolitica che va dal “popolo cinese che si è alzato in piedi” di Mao nel 1949 al 19° Congresso del PCC diretto da Xi Jinping.

 La Cina peraltro, anche sotto Deng Xiaoping e i suoi successori, non ha mai accettato un ruolo di “potenza revisionista”, mantenendo ferma la richiesta di un Nuovo Ordine internazionale e addirittura rafforzando la polemica contro Usa e Russia a favore dei diritti del Terzo Mondo.

 Né dobbiamo dimenticare la lunga freddezza verso le vecchie alleanze economiche post-II Guerra Mondiale, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, viste come “strumenti dell’imperialismo nordamericano” e relitti di un’epoca bipolare che finiva proprio quando la Cina, seguendo ancora il grido sulla Piazza Tien An Men di Mao nel 1949, “si è alzata in piedi”.

 Xi Jinping non eredita però, nel 2012, una Cina “in via di sviluppo”, per usare il pietoso gergo dei banchieri internazionali.

 La Cina comunista del 2012 segue a ben due decenni di crescita del PIL a doppia cifra, è già la seconda economia globale, è inoltre la maggiore nazione esportatrice del globo, ha infine un attivo commerciale stabile di oltre i 4-5 trilioni di Usd.

 Fin dall’inizio delle Quattro Modernizzazioni, la Cina è il polo maggiore dell’interscambio commerciale per tutta l’area del Pacifico Orientale e spinge in alto per anni i prezzi delle materie prime, di cui ha un estremo bisogno.

 Anche le Forze Armate di Pechino seguono passo dopo passo lo sviluppo economico.

 E, oggi, la Cina dichiara già operativa la sua Zona di Identificazione Aerea per tutto il Mar Cinese Orientale, in vista del controllo pieno, tra poco, della parte Occidentale di quel Mare.

 Una modificazione dell’equazione strategica Usa nel Pacifico che comporta una trasformazione radicale nella geopolitica di Washington: o accettare ancora investimenti cinesi e gli acquisti, molto necessari, di bond del Tesoro USA da parte di Pechino, oppure la netta diminuzione dell’interscambio finanziario e una maggiore presenza militare ed economica nel Pacifico della Cina comunista.

 Con la relativa perdita di egemonia.

 Per coprire e mascherare, in un mondo ancora legato alla guerra fredda, per nascondere, dicevo, la fase ascendente dell’economia e della strategia militare cinese (che sono sempre due facce della stessa medaglia) Deng Xiaoping, per non mettere in allarme i suoi vicini, coniò la linea del “tao wang yang hui”, 韬光养晦 ovvero, nascondi la luce, nutri il buio, terminologia taoista e legata alla tradizione dell’”arte della guerra” di Sun Tzu e dei 36 stratagemmi.

  Il senso è facilmente intuibile.

   La linea taoista di Deng implicava alcune regole successive: 1) mai formare fazioni nel sistema internazionale, stare sempre neutrali, 2) non cercare di formare una esplicita opinione settoriale, in ambito politico e strategico internazionale, 3) sii modesto ma non ti umiliare mai, 4) concentrati sullo sviluppo economico, 5) tieni rapporti amichevoli con tutti, nessuno escluso.

 Xi Jinping è, in pieno, un erede di questa linea e, infatti, si è concentrato, nei primi anni di leadership, sulla nutrizione attenta del “buio”, ovvero ciò che non riguarda o che non vedono subito i “diavoli occidentali”, come venivano chiamati proprio gli europei durante la Rivolta del Boxer nel 1900, una lotta poi mitizzata proprio dalle Guardie Rosse.

 Lo sviluppo rapido dell’economia, da Deng a Xi Jinping, ha portato squilibri inevitabili nella società cinese: 12 milioni di migranti che si muovono dalle campagne alle città ogni anno, con quasi tutti i migranti agricoli che si muovono verso le coste, dal Fujian fino al Laoning.

 Altri problemi tanto grandi da essere inevitabili sono la diminuzione del tasso di ricambio demografico, il che porta a gravi carenze nella ricerca di nuova forza-lavoro, la grande corruzione, anch’essa prevedibile in una economia statalizzata a forte tasso di crescita, infine l’aumento dell’età media.

 Il tasso medio di invecchiamento cinese è oggi il maggiore nella storia mondiale recente.

 Il costo delle pensioni potrebbe salire, al 2050, fino al 44% di quello attuale.

 Il debito pubblico cinese, poi, lo dicono alcune fonti occidentali, è oggi intorno al 60% del PIL, mentre alcuni osservatori, sempre occidentali, dicono addirittura che il debito di Pechino valga il 110%.

 La Cina dice ufficialmente il 46,5%, stabile da due anni.

 E’ probabile che la verità stia nel mezzo, ma con una certa considerazione della scarsa volontà di Pechino nel ricorrere alla leva del debito.

 Xi Jinping vuole quindi risolvere, nel solco della tradizione del PCC, tutte queste nuove situazioni.

 Una “Cina forte e prospera”, nella tradizione di Sun Yat Sen, padre del nazionalismo e riferimento costante dei comunisti cinesi, poi la continuità di Xi con le riforme che pongono, come affermava il Terzo Plenum del PCC del 2013, “il mercato come la forza decisiva per lo sviluppo economico”.

 Xi Jinping vuole, inoltre, creare un mercato interno forte e stabile, che serva come controbilanciamento alla crisi finanziarie ed economiche del Primo Mondo oggi in crisi.

 Fare con il mercato interno quello che si è fatto finora, in Cina, con l’export, mantenendo però un buon livello delle esportazioni.

 Questa è la principale sfida economica di Xi Jinping.

 Per non parlare poi dell’inquinamento, che può bloccare sia la produzione interna, soprattutto nel comparto agricolo, bloccandone l’export, sia gli investimenti esteri.

 Xi vuole l’upgrade delle imprese che fanno esportazione, per adattarle agli standard qualitativi internazionali e migliorarne il livello dei prezzi, poi il leader cinese vuole la costruzione di un efficace mercato interno, economicamente redditizio ma mirato alla stabilità sociale e politica.

 Qui, per le riforme del mercato interno, viene ad hoc uno dei 36 Stratagemmi, “Attraversa il mare senza che il cielo lo sappia”.

 Poco e ben predeterminato sarà lo spazio per il mercato-mondo dentro quello interno della Cina futura.

 La lotta contro la corruzione, che è il corollario naturale di questa strategia di Xi Jinping, è stata ed è ancora massiccia e rapida.

 Si basa, anch’essa, sul vecchio Plenum del 2013.

 E’ lì, dal 3° Plenum del 18° Comitato Centrale del PCC, che sorge l’idea del passaggio da una fase di accumulazione rapida del capitale ad una di progressiva redistribuzione interna.

 Xi Jinping quindi difende, oggi, il Partito dalla lenta erosione del sistema sociale cinese.

 Oggi, il blocco all’innovazione sociale e economica risiede negli interessi nascosti delle imprese di Stato cinesi e nei loro mercati di monopolio o di monopsonio.

 Xi ha posto, fin dal suo accesso al potere, circa 800.000 funzionari dello Stato e del Partito a lottare unicamente contro la corruzione.

 Una struttura duale, governo del PCC e strutture locali, controlla l’operato degli ispettori e, nella prima metà di quest’anno, sono già stati inquisiti oltre 210.000 dirigenti dello Stato e del Partito.

  L’anno scorso furono, in totale, 415.000.

  Sono 38 i dirigenti nazionali e 1200 a livello di prefetture, così ci riferiscono le fonti interne cinesi, solo nella prima metà del 2017, che sono stati già giudicati corrotti dalle autorità centrali.

 Nell’agosto 2013, in una attenta analisi del sistema petrolifero cinese, cadde Jiang Jiemin, il CEO della China National Petroleum Corporation, poi cadde Xu Caiohu, il vice presidente della Commissione Militare Centrale, poi nel marzo 2014, Liu Yuan, il figlio di Liu Shaoqi, ancora nel 2014, mentre l’uscita illegale dei capitali cinesi è a circa 60 miliardi di Usd l’anno.

 La dura linea di Xi Jinping, “lo Stato secondo la Legge”, segue la tradizione della scuola legalista di Shang Yang, del III secolo a.C, la antichissima linea taoista e statuale utilizzata da Shi Huangdi, il primo unificatore della Cina e l’Imperatore del famosissimo Esercito di Terracotta.

 Shi Huangdi era una delle citazioni preferite di Mao: “ricordatevi che io sono mille volte più feroce di Shi Huangdi”, amava ripetere ai suoi collaboratori.

  Xi Jinping, inoltre, promuove, secondo una linea stabilita da una circolare segreta del CC del PCC, la lotta “contro i sette problemi”: la promozione della democrazia costituzionale, la propaganda dei diritti universali come i “diritti civili” di tipo occidentale, il promuovere i movimenti dei cittadini che distruggono la base del Partito, la diffusione dell’ideologia neoliberale, il promuovere la libertà di stampa, il sostenere il nichilismo storico sulla Nuova Cina, la proibizione infine di chiamare l’attuale sistema economico cinese “capitalismo di Stato” o “nuovo capitalismo burocratico”.

 Sul piano della sicurezza strategica, è stato Xi Jinping a sostenere, da dirigente non ancora al vertice, Putin per il lancio della Shangai Cooperation Organization e a proporre quindi una visione panasiatica della sicurezza militare e dello sviluppo economico agli altri Paesi dello Hearthland.

 Che oggi si basa sulla realizzazione rapida della Belt and Road Initiative che arriverà nel Mediterraneo e nel centro dell’Europa.

  Ecco quindi come giunge Xi Jinping al 19° Congresso del PCC dalla sua fondazione a Shangai, nel 1921, che oggi si riunisce con 2338 delegati, mentre a Shangai erano solo cinquanta.

 Gli obiettivi sono ormai noti.

Raggiungere con successo, cioè, il “Doppio Centenario”: in primo luogo si tratta di realizzare una società moderatamente prospera e lo sviluppo della Cina in una “grande nazione socialista moderna”.

 Le due date prefissate sono il 2020, centenario (un anno prima) della fondazione del PCC, e il 100° anniversario della Repubblica Popolare Cinese, il 2049.

 La terminologia utilizzata spesso da Xi, “una società moderatamente prospera”, non ci deve far ipotizzare obiettivi mediocri e modesti.

 Si tratta, invece, di una espressione tipicamente confuciana, laddove la moderatezza implica la saggezza e, quindi, l’equilibrio tra le passioni umane e il loro riflettersi nei rapporti tra gli uomini.

 Punti pratici previsti dal leader per realizzare questi obiettivi saranno, nella linea di Xi Jinping, in primo luogo, il miglioramento delle condizioni di vita del popolo, ma le migliori condizioni di vita delle masse presuppongono e implicano la democrazia socialista, poi il rispetto delle leggi e infine la sicurezza e la tutela dell’ambiente.

 Inoltre, la Cina di Xi Jinping, oltre a modernizzare le leggi interne, eviterà la vendita o la svendita delle imprese statali, che manterranno e aumenteranno il loro valore, mentre sarà implementata la loro riforma.

 Riforma market-based, quindi, ma anche controllata dal Partito per quanto riguarda la composizione dei fattori produttivi nel medio e lungo periodo.

 Sempre sulla linea del “nutrire il buio”, la Cina manterrà, secondo Xi, il suo profilo strategico, che non cerca l’egemonia né, sempre per usare le parole del leader cinese, si impegnerà in azioni militari all’esterno del suo territorio.

 Da ciò deriva naturalmente che, secondo Xi Jinping, la Cina proseguirà, sia pure in modo più attento, la sua politica di accoglienza dei capitali e delle imprese straniere e, anzi, la Cina proseguirà, lo dice Xi tra le riche, nel suo progetto di diventare lo hub globale della manifattura.

  Ma la introiezione di una gran parte dei capitali generati dalle Quattro Modernizzazioni porterà ad una stabilità sociale interna alla Cina ormai impensabile anche nelle società occidentali ed a un riequilibrio razionale delle forze produttive di Pechino, che avranno un forte mercato interno mentre quello dell’export cala, grazie alla crisi strutturale dell’Ovest.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France</p