Il conflitto tra la Federazione Russa e il governo ucraino è il punto di maggiore tensione, ma anche debolezza, della Unione Europea verso il suo oriente nonché il momento di massima tensione, ancora oggi, tra la Russia e l’Europa.

  Bruxelles non può risolvere questo problema, proprio perché oggi ha le stesse armate che ironicamente Stalin chiedeva avesse il Papa; e quindi sarà chiusa al suo Est.

 Diversamente da Giasone e dai suoi Argonauti, l’Europa non potrà, grazie allo scontro in atto dentro l’Ucraina, raggiungere il “vello d’oro”.

 Ed il “vello d’oro” è l’inizio del mito greco, Giasone che va nella Colchide per cercare l’oro, tema iniziatico, si sposa con la maga Medea; ed ora l’Europa si priva della nuova via di comunicazione con la terra della Colchide, per accettare l’ordine di una potenza che fa evidentemente di tutto per danneggiare la UE, l’Euro, l’export comunitario…

 Nessuna delle due parti principali, la Russia e l’Ucraina, ha alcuna intenzione oggi di implementare o almeno rispettare formalmente gli accordi di Minsk II del Febbraio 2015.

 In cosa consistevano quegli accordi?  Sarà comunque bene rifare la storia del conflitto.

 Dopo le varie “rivoluzioni arancioni” del febbraio 2014, che sono state operazioni Usa, quando la lunga pressione di piazza (e non solo) dell’Euromaidan depone il presidente regolarmente eletto Viktor Yanukovich, scoppiano immediatamente dopo duri disordini nella parte orientale del Paese, quella storicamente più legata al mondo russofono e alla cultura russa.

 Gli attivisti dell’Est ucraino filorusso temono la marginalizzazione, e quindi futura proibizione, della lingua russa e rifiutano inoltre il nuovo insorgere del nazionalismo ucraino, storicamente legato al Terzo Reich e alle mitologie naziste.

 Ed è a questo punto che ha luogo la rivolta armata nelle regioni di Donetsk e Lugansk, che si espande alle altre città delle zone vicine russofone, come peraltro è russofona gran parte del popolo ucraino.

 Alla fine dell’estate di quell’anno 2014 si sviluppa quindi una vera e propria guerra tra le forze armate ucraine e quelle dei ribelli operanti entro le “repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk.

 E a questo punto l’Ucraina, alla fine di agosto 2014, decide di procedere a una soluzione diplomatica.

 E’ il problema tipico delle forze ucraine: male organizzate, poco addestrate, che non riescono a far fronte ai ribelli delle due “repubbliche” filorusse, molto meglio organizzati e ottimamente motivati.

 Il 5 Settembre di quello stesso anno, infine, riuniti nella capitale della Bielorussia, i rappresentanti di Russia, Ucraina, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk, nonché l’osservatore OSCE firmano il protocollo detto “Minsk-1”.

 E’ sostanzialmente un accordo di cessate il fuoco e per lo scambio dei prigionieri.

 Dal canto suo, l’Ucraina promette di adottare una legge sullo statuto speciale delle due aree di Donetsk e Lugansk.

 E’ questo, fin dall’inizio, un accordo scritto sulla sabbia, proseguono intanto gli scontri e gli scambi a fuoco, oltre ai bombardamenti sui centri abitati.

 Ma è proprio nel gennaio del 2015 che aumenta ancora la tensione.

  Il motivo era che i militari ucraini, accorsi in forze nell’area, pensavano di riprendersi totalmente il Donbass, mentre i “ribelli” di Donetsk e Lugansk, anche loro, pensavano di espandere il territorio della loro repubblica filorussa.

 Ma le forze in campo, dalle due parti, non erano sufficienti a raggiungere i rispettivi obiettivi.

 E i militari di Donetsk e Lugansk combattevano benissimo, sia pure con un numero molto meno rilevante di soldati rispetto all’esercito ucraino.

 Ed ecco che l’Ucraina, proprio lei, ritorna alla trattativa diplomatica.

 Siamo quindi al “Minsk-2” di cui parlavamo all’inizio, che ora è firmato da Russia, Ucraina, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk, Francia, Germania, dai soliti osservatori dell’OCSE e dagli inviati delle altre province ucraine secessioniste, che non sono state ufficialmente invitate alla riunione.

  Tutto avviene il giorno 12 febbraio 2015 sempre nella capitale bielorussa come con il Minsk-1, nel sontuoso Palazzo dell’Indipendenza; e il documento sancisce un accordo in 13 punti: 1) immediato cessate il fuoco nei distretti di Donetsk e Lugansk, dalla mezzanotte del 15 febbraio, 2) ritiro delle truppe da ambo le parti per creare una zona di sicurezza (50 km. per i pezzi di artiglieria e 140 km. per i lanciarazzi) ma il trasferimento deve iniziare dal secondo giorno del cessate il fuoco e cessare entro 14 giorni. Il Gruppo di contatto e l’OSCE sono incaricati per il controllo dei trasferimenti, 3) L’OSCE deve garantire, fin dal primo giorno, l’esecuzione del cessate il fuoco, 4) Iniziare immediatamente dopo il ritiro delle truppe il dialogo sulle modalità delle elezioni locali in conformità con la legge ucraina e con le normative di Minsk-1 nelle zone di Donetsk e Lugansk, 5) garantire una amnistia tramite una legge sul divieto di persecuzione alle persone, sempre in relazione ai fatti avvenuti a Donetsk e Lugansk, 6) Provvedere alla liberazione e allo scambio di tutti i prigionieri e delle persone detenute illegalmente, 7) garantire l’accesso, la consegna, lo stoccaggio e la distribuzione degli aiuti umanitari sulla base delle regole internazionali, 8) Ricostruzione delle relazioni sociali ed economiche, ovvero i pagamenti delle pensioni, delle attività di welfare e degli stipendi 9) Ritorno del pieno controllo dell’Ucraina del confine in tutta l’area del conflitto, 11) realizzazione della riforma costituzionale in Ucraina, in particolare per quanto riguarda la decentralizzazione; oltre alla legge sullo statuto speciale di Donetsk e Lugansk, 12) le questioni relative alle elezioni locali saranno discusse dall’Ucraina con i rappresentanti di Donetsk e Lugansk, 13) intensificazione delle attività del Gruppo di Contatto trilaterale.

 Un accordo debole, per prendere tempo.

  Un accordo, inoltre, che è stato raggiunto grazie a una pressione fortissima di Francia e Germania.

 Una frattura, quella di Misk-2, tra il sistema franco-tedesco e gli interessi USA, che prima avevano dominato la strategia europea.

 E’ questo il succo della questione in questa fase.

 Gli Stati Uniti, ormai, ripensano ad una nuova guerra per “ridurre” la Federazione Russa a più miti consigli, visto che Mosca non si è adattata, dopo la caduta dell’URSS, a fare il povero paese asiatico dipendente dalle dazioni di FMI e Banca Mondiale e in piena svendita del petrolio e dei suoi minerali.

 Ma gli americani, come diceva Francesco Cossiga, “sono sempre sul punto di fare una guerra e poi, quando ci sono dentro, non sanno come venirne a capo”.

 Men che meno, Washington vuole ancora oggi una saldatura, secondo la vecchia idea di Zbigniew Brzezinsky, tra la penisola eurasiatica e la “Grande Russia”.

 Sarebbe la fine del suo progetto geopolitico.

 L’Ucraina è poi il punto di contatto tra la Federazione Russa e quell’area dell’Unione Europea che ha accettato il programma Usa di riarmo missilistico e di “guerra dei segnali” in Polonia, Repubblica Ceca, Romania.

 Formalmente posizionato, dicono a Washington, “contro i missili iraniani” ma nessuno è così ingenuo da non capire a cosa serve davvero questo nuovo posizionamento

 Ed è dall’Ucraina che si controlla la sicurezza di quelle installazioni e che si può reagire con un attacco all’eventuale azione russa, o di alleati di Mosca, sulle basi Usa ai bordi della Federazione Russa.

 Installazioni americane, non NATO, è bene chiarire.

 Gli Usa hanno inoltre dichiarato de facto una guerra alla Russia, con la Risoluzione 758 del Congresso americano approvata il 4 dicembre 2014.

 Risoluzione che diceva come Mosca fosse “uno stato aggressore” che ha invaso l’Ucraina e ha ordinato l’abbattimento, dato ancora molto incerto, del volo MH17 della Malaysian Airlines, abbattuto il 17 luglio 2014; e inoltre la Risoluzione richiama la NATO all’esecuzione dell’art. 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, qualora la Russia invadesse l’Ucraina.

 C’è un però; non trascurabile: l’Ucraina non fa parte della NATO.

  Data la risoluzione citata, il Presidente USA potrebbe, legalmente, dichiarare guerra alla Russia senza dover chiedere ulteriori autorizzazioni dalle Camere.

 Il Pentagono ha inviato 100 cari armati nell’Est Europa subito dopo il voto su quella Risoluzione, mentre il governo ucraino si riempie, in quella fase, di strani personaggi: alle Finanze era arrivata Natalia Jaresko, cittadina Usa, ministro dell’Economia fino all’aprile 2016, c’è poi Aivaras Abromavicius, cittadino lituano e banchiere d’affari, sposato con una ucraina, che ha rinunciato all’incarico il 3 febbraio 2016, e ricordiamo, senza necessità alcuna di fare del “complottismo”, che George Soros, il riferimento dei numerosi stranieri presenti nel governo ucraino di quell’anno, dichiarò pubblicamente, in una intervista alla CNN con Fareed Zakaria del 25 Maggio 2014, che aveva finanziato il golpe di Euromaidan.

 Nella Risoluzione 758 c’è inoltre un riferimento esplicito alla Georgia e alla Moldavia, che potrebbero essere trattate dagli Usa come punti di attrito contro la Federazione Russa, qualora l’Ucraina andasse secondo le migliori previsioni.

 E che causerebbero una possibile guerra degli Usa contro la Federazione Russa esattamente come con l’Ucraina.

 Ma torniamo all’asse franco-tedesco nel caso Minsk-2.

 I motivi del comportamento, finalmente virile, del duo franco-tedesco sono tre: dal settembre 2015 le milizie filorusse hanno triplicato la loro area di controllo, fino al mare di Azov, poi nella sacca di Debaltsevo sono stati chiusi ottomila soldati ucraini e, a sud, sono stati accerchiati dalle milizie filorusse i soldati neonazisti, particolarmente amati dal Senatore Usa McCain, della divisione Azov.

 Terzo, il sempre più disorganizzato esercito ucraino non può certamente riprendersi il Donbass.

Lo scacco delle forze armate ucraine segna la fine del progetto, coltivato nell’Est della UE, di una nuova Lega Anseatica che avrebbe unito il ricco e potente nord tedesco-baltico-polacco alle fertili terre del Vello d’Oro, l’Ucraina.

 Era proprio questo il “sogno” che aveva convinto la Germania ad accettare la linea Usa sull’Ucraina.

 Era peraltro questo un progetto, se lo si legge in termini infraeuropei, di netto contrasto tedesco alle aree UE mediterranee.

 Farsi un mare di riferimento autonomo e lasciare il Mediterraneo ai poveri europei del Sud, ormai privi di mezzi e sommersi dall’immigrazione africana e dal massiccio debito pubblico.

 Anche se l’America del Nord avesse comunque fornito più armi all’Ucraina, non avremmo però avuto successi del fronte antirusso sul terreno.

 Fu la Merkel, in quel caso, a volare da Putin per chiedere una cessazione del conflitto e, poi, a visitare Obama per bloccare i trasferimenti di armi agli ucraini.

 Obama ha sempre sperato che la tregua fallisse, Putin non ne aveva bisogno, era già il più forte in campo.

  Oggi, la Russia può controllare il Fianco Sud della NATO dalla Crimea, che non è stata affatto annessa illegalmente, come affermano ripetutamente i documenti occidentali, compreso il controllo remoto della base missilistica statunitense a Devreselu, in Romania.

 Con l’adeguata sicurezza dell’area, Mosca può controllare, sempre dalla Crimea e, poi, dall’Ucraina “amica”,

 L’Ucraina potrebbe essere un asset irrinunciabile anche per l’Alleanza Atlantica, dato che le postazioni militari occidentali potrebbero, in quel Paese, controllare l’asse che va da Novorossisk a Sevastopol, il vero collegamento-chiave, nella zona, per i russi.

 Asse che è determinante per le operazioni di Mosca in Siria, peraltro.

 Sul piano economico, lo scontro tra Ucraina e Russia è anche molto pericoloso per la distribuzione del gas di Mosca verso la UE.

 La Federazione Russa non può usare il gas naturale che esporta verso l’Europa come vero strumento di pressione politica, data l’ampiezza stessa degli scontri, che bloccano ogni azione di influenza fuori dall’area ucraina.

   Mosca peraltro tende a sostenere due progetti di pipeline che accerchiano l’Ucraina, Nord Stream 2 e TurkStream.

 Nord Stream 2 va dalla Baia di Narva, in Russia, al confine tra Finlandia e paesi baltici, fino a Lubmin, sulla costa tedesca ai confini con la Danimarca.

 Il TurkStream va da Anapa, nella regione di Krasnodar, nel sud della Russia, attraversa il Mar Nero ed arriva a Kiyikoiy nella Tracia turca.

 Il Turkstream, recentemente riattivato, soddisferà soprattutto gli interessi turchi, si salderà naturalmente al Tap (TransAdriaticPipeline) e correrà verso l’Italia, grazie al vettore Botas turco, senza infrangere le norme EU che accettano le folli sanzioni contro la Federazione Russa.

 Ma è bene stare ancora attenti: il 2 Agosto scorso l’Amministrazione Trump ha siglato una nuova legge, denominata “Countering America’s Adversary Through Sanctions Act” che amplia di nuovo, e grandemente, le sanzioni energetiche contro la Russia.

 La logica strategica di Mosca in Ucraina è basata sostanzialmente sull’assunzione che la rottura dei legami commerciali ed economici con la Russia e la perdita del Donbass siano l’inizio del default per l’economia ucraina.

 Kiev è però ancora capace di acquisire risorse dal Fondo Monetario che dalla Banca Mondiale, indipendentemente dalla situazione critica della sua economia.

 Ma fino a quando gli interessi degli Usa e dei suoi sempre meno convinti alleati saranno tali, in quell’area, da poter sostenere le spese di mantenimento per un failed state come quello di Kiev che non è nemmeno capace di fare una vera guerra per procura alla federazione Russa?

 L’economia russa sostiene invece con difficoltà la guerra in Ucraina, ma non può certo ritirarsi dal conflitto.

 In ogni caso, la stagnazione bellica favorisce ora la repubblica ucraina, che ha il sostegno degli Usa e degli enti finanziari internazionali, mentre la Russia è ancora costretta dalle sanzioni internazionali e dalla stagnazione del prezzo del petrolio, che pure dà qualche segno di ripresa verso l’alto.

 Ci interessa quindi, come italiani ed europei, seguire la vecchia psicosi geostrategica di Zbi Brzezinsky, che ci tiene in scacco e servi, ad ogni prezzo, degli Usa, oppure possiamo finalmente pensare con la nostra testa e aprire le porte all’economia russa, senza pagare questa tassa settantennale, ormai priva di senso, a chi vinse la seconda guerra mondiale (e ce la fece pagare anche subito dopo)?

 Quindi, si può ipotizzare o una ulteriore separazione strategica tra i due pilastri della NATO, ovvero l’Europa e gli Usa, con l’UE che esce dalla malattia sanzionistica; oppure una uscita eroica, l’unica possibile oggi, di Putin che decide di sferrare l’attacco finale all’Ucraina attuale, per poi ridisegnare la geopolitica del Grande Mediterraneo.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France</p