All’inizio di questo mese di ottobre, Re Salman dell’Arabia Saudita, con i suoi 1500 membri dell’entourage privato e ben 459 tonnellate di bagagli, è sceso all’aeroporto di Vnukovo per la prima visita ufficiale tra un monarca dei Saud e il capo del Cremlino.

 Sul piano militare, il Re di Riyadh ha già comprato dalla Russia, in primo luogo, il sistema antimissile S-400 Triumph, in codice NATO SA-12 Growler, già pienamente operativo in Cina, che può intercettare aerei e missili che volino ad una velocità fino a 4,8 chilometri/secondo, (ovvero 17.000 chilometri orari) con la possibilità di intercettare fino a 36 obiettivi in contemporanea.

 Inoltre, è in fase avanzata di trattativa tra le due parti l’acquisto saudita del missile anticarro Kornet;  e di altri sistemi d’arma avanzati.

 E’, questo, un accordo che vale 3 miliardi di Usd, ma per Mosca la vendita di armi è un apriporta strategico di primaria importanza.

 La Federazione Russa produce oltre un quinto delle armi vendute nel mondo, sono dati del 2016, mentre India e Cina sono ormai, anche grazie a Mosca, al limite dell’autosufficienza tecnologica e militare.

 I russi cercano quindi altri mercati in cui vendere le loro armi, con il conseguente e immediato condizionamento strategico ed economico.

 Il tutto funziona oggi grazie anche all’indiscutibile successo raggiunto finora in Siria.

 E la Russia cerca quindi nuovi mercati in Medio Oriente, una ottima area di vendita.

 Le relazioni commerciali, sul piano dell’interscambio militare, tra Mosca e Riyadh erano però già iniziate nel 2012, quando i sauditi avevano comprato un sistema missilistico C-300, con l’accordo tacito che questa fornitura non sarebbe stata inviata in Iran.

 Il C-300 è uno dei più potenti sistemi antimissili oggi a disposizione.

 Una prima nota da fare è quella che, secondo noi, l’Arabia Saudita sta rientrando dalla lunga fase di sostegno, più o meno esplicito, del jihad nel grande arco di crisi che va dall’Afghanistan alla Siria.

 Nel paese afghano, Riyadh sta allontanandosi dal ben noto, e fin qui maggioritario per quantità di fondi, sostegno ai Taliban.

 Mishari al-Harbi, il più importante diplomatico saudita in Afghanistan, ha definito i Taliban, il 7 Agosto scorso, quali “terroristi armati”, mentre il Regno cerca in tutti i modi di bloccare le donazioni private dei suoi cittadini agli “studenti” afghani.

 C’è, in questa nuova linea politica, un motivo del tutto razionale: Riyadh non vede più un utile politico nell’armare e sostenere i Taliban ma, soprattutto, vuole mettere i bastoni tra le ruote alla mediazione, ordita dal Qatar, tra il governo di Kabul e i suddetti “studenti” addestrati nelle scuole coraniche pakistane.

  Gli Usa e gli altri Paesi occidentali presenti in Afghanistan hanno letto, all’inizio del jihad in Afghanistan, come  l’appoggio di Islamabad e dei sauditi come una sorta di containment verso le mire iraniane nell’Ovest del Paese, ma ora Re Salman sta trasformando radicalmente la politica estera del Regno.

 Comunque vada, l’Afghanistan avrà un’ampia autonomia regionale, ma allora il jihad per tenere fuori l’Iran e i suoi alleati regionali non ha più molta ragion d’essere.

 Ed è significativa, da questo punto di vista, la radicale trasformazione che hanno visto, e non da oggi, i rapporti tra Israele e Arabia Saudita.

 E’ ovvio il significato di questa insolita manovra: unire le forze contro l’Iran e i suoi, vecchi e nuovi, proxies.

 Prima del 2013, lo ricorda però uno dei capi dei mujahiddin afghani, i sauditi avevano sostenuto fortemente gli sforzi del Qatar per “aprire” ai Taliban; ma ora che i rapporti degli “studenti” afghani si sono indeboliti con la Turchia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, Riyadh rivede le relazioni privilegiate con i vecchi sostenitori del jihad afghano (Turchia, Emirati, Egitto) ma, soprattutto, isola il Qatar, unico sostegno rimasto agli “studenti” jihadisti.

 I Taliban collaborano ancora con l’Iran e il Qatar. E’ un fatto.

 Hezb’ollah è nato come movimento di resistenza islamico, senza alcuna preclusione tra le varie fazioni storiche dell’Islam.

  Ma il sostegno di questi due Paesi può sostituire il rapporto con i privati sauditi e con il loro Regno? E’ probabile.

 E, probabilmente, lo sforzo di Riyadh per separare gli Usa dal Qatar, sede del loro CENTCOM, potrebbe portare Washington direttamente nelle mani di Riyadh, mentre l’emirato qatarino fa pressioni sulle forze americane per un rapido trasferimento del loro Comando, che potrebbe forse realizzarsi presso la base di Al Dhafra, in Abu Dhabi.

 Ma Re Salman, e torniamo alla sua visita di Stato a Mosca, ha capito soprattutto una cosa, ovvero che è la Russia che oggi distribuisce le carte in Siria, non sono più gli Usa, e si muove di conseguenza.

 Molto probabilmente Re Salman, ormai vecchio, sta anche promuovendo un sostegno da parte della Russia per il figlio, il Principe della Corona Mohammed bin Salman, che dovrebbe ereditare il trono.

 Un accordo per l’aumento del prezzo del petrolio, essenziale per entrambi i Paesi, è stato ancora oggi discusso, ma nulla trapela fuori dal Cremlino, mentre Putin ha sostenuto la necessità di un ulteriore impegno dei Fondi Sovrani sauditi nell’economia russa.

 Dei 10 miliardi di Usd promessi da Riyadh a Mosca nel 2015, ne è arrivato, fino ad oggi, solo uno.

 La visita del Re in Russia era poi stata promessa, in una telefonata con Putin fin  dal Marzo 2015, ma i postponimenti erano stati numerosi.

 Ma, ironia della sorte, fu proprio l’URSS a riconoscere per prima l’indipendenza del Regno creato da Re Abdulaziz.

 Le relazioni ufficiali tra Mosca e il Regno dell’Hejaz e del Nejid, il nome ufficiale del Regno degli Al Saud fino al 1936, iniziarono addirittura nel 1926.

 Ovvia la motivazione strategica, eguale a quella che portò Stalin a riconoscere per primo lo Stato di Israele: creare una spina irritativa in un’area dominata dall’impero britannico, favorendo sia i “quasi amici” (Israele) che i “futuri nemici” (i sauditi).

 Nel 1938 però, in seguito alla “eliminazione” nelle purghe staliniane dell’inviato di Mosca a Riyadh, Karim Kharimov, che era un amico personale del Re, i rapporti tra i due Paesi si interruppero.

 Le relazioni bilaterali sono riprese solo nel 1991.

   Una “primavera indiana”, la lontananza tra Russia e sauditi, una fortuna straordinaria  per gli interessi strategici ed economici nordamericani in Medio Oriente, fortuna che oggi, con l’incontro tra Putin e Re Salman, è virtualmente cessata.

 Il futuro Re Faisal, assassinato da suo nipote Faisal bin Musaid nel 1975, quando era ministro degli esteri saudita, visitò Mosca solo nel 1933, ma era una occasione di scarso rilievo bilaterale.

 A metà del luglio scorso, qui è bene notare la questione, Mosca aveva dato il suo assenso ai sauditi, dopo aver scartato gli altri tre candidati precedenti, alla nomina di Ahmed al Wahishi quale ambasciatore dello Yemen a Mosca.

 L’interesse di Mosca è che lo scontro in Yemen non si evolva in una guerra contro l’Iran.

 Mentre per Teheran l’interesse strategico primario della rivolta Houthy in Yemen è quello di creare un impegno costoso, imprevedibile, duraturo e pericoloso per Riyadh.

  Ancora prima dell’incontro Putin-Re Salman, era stato siglato un accordo tra i due Paesi, Russia e Arabia Saudita, per ridurre ulteriormente l’output petrolifero e far aumentare quindi il prezzo unitario del greggio.

 Dopo una lunga lotta per diventare i primi fornitori della Cina, vinta da Mosca contro i sauditi nel 2014 con la firma di un contratto con Pechino che vale, solo per il gas naturale, 400 miliardi di Usd per 30 anni, Re Salman ha siglato contratti l’anno scorso per un totale di 13 miliardi di Usd con la Malesia, l’Indonesia, il Vietnam.

 La Federazione Russa ha però acquistato, l’ottobre del 2016 e tramite Rosneft, la Essar Oil, al 49%, la prima industria indiana privata del petrolio, con una partecipazione del 50% nelle Kenya Petroleum Refineries Ltd che è detenuta interamente da Essar.

  E’ l’India il prossimo mercato, già oggi primario, dove si scontreranno Russia e Arabia Saudita per i loro idrocarburi.

  Oggi, i sauditi e i russi producono insieme un quarto di tutto il petrolio consumato nel mondo; e naturalmente l’accordo tra i due Paesi, quello per limitare la estrazione di greggio, è in funzione della nuova estrazione di idrocarburi negli Usa, che è già un pericolo per tutti i vecchi Paesi dell’OPEC o autonomi come la Russia (o la Norvegia).

 Abbassare il prezzo del greggio significa mettere potenzialmente fuori mercato lo shale oil e lo shale gas statunitensi, ed è questo il primo obiettivo strategico che unisce la Federazione Russa e i sauditi.

 L’accordo Russia-OPEC sull’abbassamento dei prezzi del greggio è stato infine postposto fino al Marzo 2018, ma è probabile una estensione dell’accordo suddetto fino almeno alla fine di quell’anno.

 Da un lato, però, Riyadh vuole ancora una relazione più stretta con gli Usa di Trump, che potranno fornire tecnologia per eliminare, entro il 2030, secondo i progetti di Re Salman, la dipendenza economica dell’Arabia Saudita dal petrolio.

 Ecco la chiave del nesso attuale Mosca-Riyadh: i sauditi si accordano con il vincitore della Siria, Putin, per abbassare il prezzo del greggio e mettere in difficoltà gli Usa, che però rimangono il mercato primario per la trasformazione, a tappe forzate come se fossero “piani quinquennali” sovietici, dell’economia saudita.

 Peraltro, è lo stesso progetto della attuale leadership del Cremlino, che per realizzarlo deve avere accordi efficaci con tutti gli Stati OPEC.

 Gli investimenti sauditi negli Stati Uniti sono ancora straordinari e unci per la loro entità: Saudi Aramco ha siglato, alla fine del Maggio ultimo scorso, un contratto da 50 miliardi con le società petrolifere nordamericane, mentre il ministro Khalid al Falih ha definito un contratto ulteriore per 200 miliardi di Usd, al fine di produrre in Arabia Saudita beni e strumenti che prima venivano importati dagli USA.

 Il progetto di Re Salman è comunque quello di limitare la dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio ma, nel frattempo, di trasformare il Suo Paese in una piattaforma commerciale attiva per tutto il Grande Medio Oriente.

 Quindi, niente più focolai di guerra nell’intorno geopolitico di Riyadh.

 Con l’eccezione, almeno per ora, dell’Iran e dei suoi alleati.

 Che sono gli unici concorrenti petroliferi, politici, religiosi e quindi capaci di attirare e esaltare fino alla rivolta le infinite minoranze sciite in tutto il Medio Oriente sunnita.

 Compresa l’area di maggiore estrazione petrolifera dell’Arabia Saudita.

 Altro sistema economico bilaterale che non è stato certo interrotto, almeno per un breve tempo, è stato quello delle forniture militari tra Washington e Riyadh.

 Se i sauditi oggi assorbono 35 miliardi di prodotti e servizi dagli Usa, e i dati sono del 2016, è bene ricordare che il Regno è il quinto massimo compratore di armi nel mondo.

 Ha speso e sta ancora spendendo, nell’anno in corso 2017, 61 miliardi di Usd, il 21% del suo bilancio di spesa in corso;  e questo per le sole spese militari.

 Gli Usa, è noto, sono il massimo esportatore di armi al mpondo, oggi.

 E quindi non è affatto un caso che il primo incontro tra Re Salman e Putin si sia realizzato proprio per l’acquisto di un sistema d’arma russo che gli Stati Uniti non hanno così evoluto e che potrebbe bloccare i loro missili.

 Riyadh teme quindi le eventuali reazioni di Paesi del Medio Oriente che hanno a disposizione missili di fattura nordamericana.

 Una finalità che definisce la massima autonomia strategica dell’Arabia Saudita da Washington.

 Senza contare un progetto, certo per “far cassa” secondo i dirigenti sauditi, ma di rilievo globale: la nuova presenza di Aramco sul mercato azionario.

 L’anno prossimo, Riyadh dovrebbe iniziare a vendere il 5% di Aramco sul mercato, l’Offerta Pubblica di Acquisto più grande nella storia della Borsa titoli.

 La concorrenza tra la Borsa di New York e quella di Londra per accaparrarsi l’operazione è già fervida ma, a questo punto, nulla vieta che la Federazione Russa possa acquisire sezioni e società petrolifere della rete saudita.

 Ancora un altro livello di contrasto tra i due vecchi concorrenti bilaterali, i vecchi Usa e la vecchia Urss, nelle nuove vesti che si sono preparate per la festa della globalizzazione.

 Ma Re Salman non vuole mettere tutte le uova in un solo cesto, per usare un vecchio modo di dire inglese.

 Lo scorso Maggio, infatti, il principe della Corona Mohammad bin Salman ha già visitato la Russia per discutere di Siria e di petrolio.

 Per quanto riguarda la Siria, i sauditi riconoscono la vittoria de facto della coalizione diretta da Mosca e accettano, con una probabile contropartita finanziaria, l’eventuale costruzione del gasdotto dal mare tra Qatar e Iran, il South Pars, attraverso il territorio siriano.

 E’ molto probabile che vi sarà qui, nel nuovo gasdotto, un ruolo speciale della Giordania, storico alleato dei sauditi.

 Successivamente, l’Arabia Saudita e la Federazione Russa hanno firmato un accordo di cooperazione militare valido 3,5 miliardi di Usd, precedente a quello di cui abbiamo già fatto cenno all’inizio; e che comprende cessioni di tecnologia che, per Riyadh, per la sua nuova industria autoctona, sono estremamente importanti.

 Poi, per quanto riguarda la Siria, è stato, lo ricordiamo, solo attraverso l’Arabia Saudita che Mosca ha potuto avere una piattaforma per la trattativa, tramite l’Egitto, tra le forze russe e l’opposizione siriana per Ghouta Est e Rastan, un accordo che non sarebbe mai stato possibile senza la mediazione di Riyadh.

 Re Salman non vuole, insomma, avere più scontri intorno al Suo Paese, vuole soltanto una linea pacificata per i nuovi, futuri, commerci che caratterizzeranno l’economia non più oil dependent dell’Arabia Saudita.

 Peraltro, il riavvicinamento tra Mosca e Riyadh viene visto con particolare favore da Israele, che è, come molti dicono, “l’alleato silenzioso” della Russia nel Grande Medio Oriente.

 L’Iran, lo ricordiamo qui, una lo scontro in Yemen per trascinare l’Arabia Saudita in una guerra lunghissima, costosissima e imprevedibile.

 Mosca non ha alcuna ragione di sostenere Teheran nella guerra degli Houthy contro i sunniti yemeniti, non  servono troppi fuochi, a Mosca, intorno ai suoi interessi strategici immediati nelle aree petrolifere del Medio Oriente.

 Nemmeno in Siria, in futuro, Mosca e Teheran dovrebbero avere gli stessi obiettivi.

 L’Iran vuole un Paese siriano alleato e dipendente, la Russia non vuole unicamente gli occidentali vicino ai suoi porti militari nel Mediterraneo e egemoni dentro un Paese storicamente amico, la Siria.

 Né vuole una dipendenza troppo stretta tra Damasco e un qualsiasi altro Paese mediorientale, che priverebbe la Federazione Russa di una sua autonoma linea di comunicazione con i suoi porti mediterranei.

 Per non parlare poi del controllo del jihad, che potrebbe infettare la Cecenia, e della creazione di un antemurale verso la penisola arabica.

 Altro obiettivo irrinunciabile della Russia in Siria.

 Naturalmente, se Mosca ha tutto l’interesse, petrolifero, economico e strategico in un nuovo rapporto con Riyadh, non ha nemmeno alcun motivo per trascurare l’Iran.

 Gli interessi comuni tra la Russia e la repubblica degli ayatollah sono determinanti e inevitabili in Afghanistan, Iraq, ovviamente anche in Siria.

 Mosca non può certo perdere questi assi strategici solamente per correre ad abbracciare l’Arabia Saudita.

 Quindi, la Federazione Russa manterrà i suoi legami con la repubblica sciita, accetterà alcuni interessi sauditi nell’area mediorientale, tra Giordania e Libano, ma sosterrà Teheran nel sistema centroasiatico, che Mosca non può certo trascurare.

 Ma non tralascerà nemmeno il nuovo sistema petrolifero e militare che si è stabilito nei nuovi accordi con l’Arabia Saudita, che potrebbe essere uno stabilizzatore anche degli interessi russi in Medio Oriente e un partner economico da portare letteralmente via agli Usa.

 Se tutto va bene, Mosca potrebbe creare una strategia dei due forni tra i sauditi e l’Iran, senza che nessuno dei due possa minacciare troppo da vicino gli interessi russi che si distendono tra il Grande Medio Oriente e l’Asia Centrale.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France</p