Secondo i più informati analisti nordamericani, la risposta alla ulteriore escalation militare di Pyongyang dovrebbe consistere nel riarmo nucleare di Giappone e Corea del Sud.

 Sarebbe la risposta, ma anche la giustificazione esplicita del riarmo di Pyongyang.

  Lo scontro convenzionale preventivo, per i decisori militari Usa, potrebbe però articolarsi in quattro alternative:

1)      il lancio di missili Tomahawk dal confine terrestre e dal mare, ma è certo che Pyongyang risponderebbe subito al fuoco, anche utilizzando i circa sessanta tunnel nel territorio della Repubblica del Sud e i suoi non pochissimi aeroporti militari sotterranei, nel Nord.

2)      Bombardamenti sulla Corea del Nord da parte di aerei stealth che possono portare, e Pyongyang lo sa benissimo, testate nucleari ma, anche qui, la Corea Popolare e Democratica potrebbe reagire o colpendo direttamente i bombardieri Usa oppure lanciando attacchi missilistici limitati contro postazioni Usa nella Corea del Sud.

3)      Il lancio, sempre da aerei statunitensi, di alcune MOP (Massive Ordnance Penetrator) le nuove bombe che penetrano e distruggono i tunnel e le altre costruzioni sotterranee; azione unita a quella delle “linee elettromagnetiche” che potrebbero essere dirette da alcune navi Usa. Uno scenario da film d’azione hollywoodiano che sconta due limiti: la scarsa affidabilità delle due nuove armi e il fatto che la Corea del Nord non ha solo basi nascoste, ma anche visibili.

 E le basi visibili possono reagire alle operazioni statunitensi da sud o dal mare in brevissimo tempo, minore della durata dell’attacco americano stesso.

 Si noti poi la scarsa fiducia che i decisori militari di Washington ripongono verso le forze armate di Seoul, mai citate in queste programmazioni.

 La Presidenza Usa vuole colpire, in Corea del Nord, soprattutto le strutture che producono e raccolgono le armi nucleari, quelle per costruire e detenere i missili, le basi di lancio, soprattutto quelle mobili, i porti dei sottomarini N, le postazioni di artiglieria vicine alla Zona Smilitarizzata.

  Allora facciamo un po’ di conti.

  La Corea del Nord ha dieci basi militari di grande rilievo, quattordici basi di lancio missilistiche, più almeno altre dieci basi mobili già in azione, due basi per i test nucleari, sessantaquattro ordigni nucleari già disponibili.

 Bene, un po’ troppi, come obiettivi, per permettere agli Usa e eventualmente alla Corea del Sud, sulla Linea Demilitarizzata, una azione limitata, tale da non dover innescare per forza una risposta al più alto livello.

 Se le operazioni delle Forze nordamericane sono mirate, sono irrilevanti, se invece creano danni di rilievo sono un atto di guerra vero e proprio.

 La Corea del Nord, lo ha ripetuto spesso Kim Jong Un, vede la strategia degli Usa nei Paesi “periferici” ormai definita dalla fine di Saddam Hussein e di Muammar el Gheddafi.

 Non si fida, il leader nordcoreano, dati gli esempi, del comportamento degli Usa qualora vincessero una guerra contro di lui.

 Quindi, ogni attacco, per quanto limitato, al territorio della Corea del Nord innescherebbe immediatamente il massimo della reazione militare possibile.

 Pyongyang potrebbe inoltre, nelle more di un attacco Usa, anche solo controforze e non controrisorse, attaccare con vettori convenzionali le aree della Corea del Sud che servono agli Usa come basi.

 Le postazioni militari statunitensi nella Corea meridionale sono ventisette, oggi, e tutte in aree tali da poter essere colpite, con accettabile precisione, dai missili del Nord.

 Con circa sessanta testate nucleari disponibili, secondo le fonti di intelligence occidentali, un raggio di azione potenziale medio dei missili di 10.400 chilometri, 5000 tonnellate già stoccate di gas nervini, 1300 aerei, 300 elicotteri, 430 navi da guerra, 70 sottomarini, 4300 carrarmati, 2500 veicoli corazzati, 5500 lanciatori multipli, la Corea settentrionale non è affatto un avversario facile.

 E’ ovvio che una organizzazione come questa può tranquillamente reggere un second strike nucleare, lanciare una seconda salva nucleare contro il nemico anche dopo un primo attacco N dagli Usa e da Seoul, mantenere sufficienti forze convenzionali da utilizzare dopo lo scambio nucleare.

  Poi, aggiungiamo qui che il comando centrale della Corea del Sud ha affermato di aver subito un cyberattacco nel dicembre del 2016, il che vuol dire che Pyongyang ha a disposizione tutti i piani del comando di Seul e, ipotizziamo, anche molta della pianificazione militare Usa che coinvolga le forze della Corea meridionale.

 Le forze nucleari della Corea Democratica e Popolare non sono, lo dice un recente documento del Partito dei Lavoratori, un modo per estrarre denaro dagli “imperialisti”.

 Esse sono, lo dice sempre la dirigenza del Partito unico nordcoreano, un modo per riaffermare la propria indipendenza fino a quando “gli imperialisti” non disarmeranno le loro testate nucleari “in tutto il mondo”.

 E’ questa, tra le righe, la ratio ideologica della costruzione di missili tali da raggiungere il territorio degli Usa, in modo da minacciare simultaneamente sia gli alleati dell’America del Nord nel Sud-Est asiatico e in Giappone, sia gli stessi Stati Uniti.

 E, lo abbiamo visto, la disposizione delle basi e la quantità delle testate non permette una azione “chirurgica” da parte deli americani, che comunque sarebbe interpretata come l’inizio di una vera e propria guerra.

 Nel 2016, Pyongyang ha condotto oltre 20 lanci missilistici, il che significa, dal punto di vista strategico, che la Corea del Nord vuole implementare soprattutto il settore dei missili intercontinentali e quello dei missili balistici lanciati dai sottomarini.

 Un modo, questo, per aumentare la soglia di probabilità di attacchi nucleari o convenzionali avversari e di creare la “doppia deterrenza”, quella verso le postazioni Usa nel Pacifico e sul territorio degli Stati Uniti.

 Kim Jong Un, peraltro, è stabilmente al potere e si sta rafforzando rapidamente.

 Dall’arrivo al potere nel 2011 fino ad oggi, il leader nordcoreano ha “eliminato” almeno settanta dirigenti, civili o militari,  oltre a un numero ben superiore di dirigenti che  è stato “purgato”, secondo le migliori tradizioni dei partiti comunisti al potere.

 La linea di Kim Jong Un è stata quella di unire lo sviluppo militare a quello economico, la linea politica che fin dal 2003 il Partito dei Lavoratori ha auspicato, sostenendo l’entrata della Corea del Nord nella “economia della conoscenza” e nella espansione della “industria leggera”.

 E’ questa la traduzione, in termini coreani, del modello cinese di riforma economica dopo le Quattro Modernizzazioni, è la variante di Pyongyang della “grande riforma” di Xi Jinping, anche se i due Paesi non sono, in questa fase, al massimo dei loro buoni rapporti.

 La Cina, dal punto di vista strategico, vede per la Corea del Nord l’applicazione di tre punti, riassunti in un principio, che Xi Jinping intende sostenere con la massima chiarezza e rapidità di applicazione: “no alla guerra, no alla instabilità e no alle armi nucleari”, un principio che dopo i test del 2013 è stato riformulato nella linea “denuclearizzazione, pace, stabilità e una rapida riattivazione dei Six Party Talks”.

 La linea di Pechino è, secondo noi, del tutto razionale.

 La Cina non vuole un potere nucleare forte ai suoi confini, fosse anche quello di un Paese amico.

 Certamente la Corea settentrionale è un ottimo stato-cuscinetto che evita il contatto tra le Forze dell’Armata di Liberazione Popolare cinese e quelle degli Usa in Corea del Sud, obiettivo strategico primario.

 Ma, se la strategia nucleare di Pyongyang diventa globale e tale da rendere obiettivo di un attacco atomico sia il territorio degli Stati Uniti che una serie di Paesi del Pacifico, con i quali la Cina ha e vuole mantenere ottimi rapporti, allora il calcolo dell’equazione strategica cinese sulla Corea del Nord diventa complesso e non necessariamente a valore positivo.

 Peraltro, la classe dirigente di Pechino è ancora divisa sulla denuclearizzazione di Pyongyang, ovvero i  decisori cinesi temono un crollo del regime successivo alla denuclearizzazione e quindi una crisi che riguarderebbe immediatamente il territorio cinese.

 Quindi, è proprio questa ambiguità tra i Decisori cinesi permette alla Corea del Nord di andare avanti indisturbata nel potenziamento del suo arsenale nucleare.

 Le percezioni dei due principali attori, Usa e Corea del Nord, sono comunque oggi da modificare alla luce di una migliore conoscenza della global strategy di entrambi.

 Gli Usa e la Corea del Sud non vogliono invadere il territorio della Corea del Nord.

 Gli Stati Uniti non vogliono nuovi territori, vogliono casomai stati “amici” che non diano fastidio militarmente, ospitino le loro basi, e gli Usa ne hanno già quasi 800 in giro per il mondo, firmino accordi commerciali avversi e accettino il dollaro nelle transazioni internazionali. Tutto qui.

 O, per essere più esatti, solo gli Stati Uniti non hanno nessun interesse a seguire questa opzione militare.

  E sono loro che organizzano le forze di Seoul.

 Quindi, gli Usa non hanno interesse all’invasione diretta. Anzi, quanto più Pyongyang amplia la propria panoplia di ICBM, tanto più Washington si sente minacciata, in un quadrante dove vuole mantenere la sua egemonia e, quindi, gli Usa possono davvero essere spinti ad organizzare un attacco preventivo.

 Che, probabilmente, andrebbe come abbiamo già descritto, ma allora vi sarebbero da valutare due nuovi dati: la debolezza relativa di Pyongyang ad un attacco long range, che certamente qualche danno grave lo apporterebbe, e la reazione immediata delle forze della Corea del Nord, che non farebbe dell’attacco Usa una “passeggiata” militare.

 Inoltre, dobbiamo contare la reazione di Federazione Russa e Cina, che rafforzerebbero sicuramente le loro difese ai confini con la Corea del Nord, nella loro area marittima, condannerebbero ritualmente gli Usa, sarebbero infine strategicamente obbligati a ridare credito alle attività nucleari e missilistiche di Pyongyang.

 Gli Stati Uniti non devono sempre pensare che a capo di un Paese che non si adatta alla loro egemonia vi è sempre un “matto”.

 Lo hanno fatto con Hitler, che aveva qualche difetto psichico ma non era folle, altrimenti sarebbero state malate di mente tutte le infinite masse tedesche che lo hanno seguito, con Mussolini, che aveva la sifilide ma, anch’egli, non era pazzo, poi con tutti i leader del Terzo Mondo che non hanno accettato la divisione del mondo successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

 Il calcolo di Kim Jong Un fa entrare nel gioco, lo vogliano o no, anche Cina e Russia, entrambe interessate alla denuclearizzazione di tutta la penisola coreana, e gli Usa devono calcolare quindi le possibili mosse di Mosca e di Pechino, che non dipendono da valutazioni sul preteso “matto” di Pyongyang, ma da analisi oggettive degli interessi strategici sul campo.

 La prima mossa possibile potrebbe essere quella del sostegno a Kim Jong Un, la seconda, che non esclude la prima, sarebbe quella di un credibile area denial nel mare, diretto soprattutto contro le operazioni Usa e di Seoul.

 D’altro canto, Trump, con tutti i suoi problemi di leadership in patria, potrebbe seriamente essere tentato dal mettere in campo un’azione militare, che metterebbe da parte le tensioni interne e rappresenterebbe anche l’applicazione, in politica estera, del criterio “America First”.

 Se la Cina e la Russia non fanno comprendere alla Corea del Nord che la vecchia brinkmanship, il gioco sul limite dell’area tra le potenze maggiori è finito, è probabile che avvenga l’irreparabile.

 Gli Usa poi non capiscono ormai nulla di ciò che accade oltre i loro confini, anni di “esportazione della democrazia” e di primavere arabe non hanno permesso alla dirigenza statunitense di aggiornarsi sulle evoluzioni politiche, culturali, sociali dei Paesi con cui vengono in contatto.

 Quindi, anche se esistono oggi tre canali sotterranei di comunicazione tra Washington e Pyongyang, non è detto che gli Stati Uniti possano davvero comprendere la logica strategica della Corea del Nord.

 Russia e Cina potrebbero, oggi, fare a meno della Corea settentrionale, possono fare leverage con gli Usa da soli, non hanno più bisogno del “muso del drago” di Pyongyang.

 E questo è un punto in meno per Kim Jong Un. Ma non capiscono ancora la erratica politica estera di Trump e, nel dubbio, potrebbero scegliere la variabile più avversa a Washington

 Sono certo che Kim Jong Un sa bene questi dati e lo sa analizzare.

 Ma il loro interesse, di Cina e Russia, è sempre quello di contenere gli Stati Uniti nella Corea meridionale, evitare il contatto militare e evitare, soprattutto, un’area denial che provenga dalla Corea del Sud.

 Oltre questo limite, il nucleare della Corea del Nord non gli interessa più.

 Il leader di Pyongyang può, quindi, ripensare la sua strategia nucleare e convenzionale correlandola, almeno per una piccola parte, con quella dello Hearthland asiatico.

 Quindi, è d’uopo riprendere subito i Six Party Talks del 2005.

 Con queste linee fondamentali: trattato di pace tra le due Coree, denuclearizzazione del Nord ma anche parziale denuclearizzazione del Sud, con riduzione delle forze Usa di stanza nel territorio di Seoul, sostegno economico e tecnologico a Pyongyang, attivazione dei normali rapporti diplomatici tra la Corea settentrionale con Washington e Tokyo, collaborazione energetica.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France</p