Nelle più recenti documentazioni del movimento autonomista uyghuro, si fa menzione di alcuni campi di rieducazione politica e ideologica diretti dal governo cinese, campi che sarebbero stati aperti fin dall’Aprile 2017.

 La finalità sarebbe quella, secondo le autorità di Pechino, di contrastare l’estremismo jihadista attraverso una educazione di tipo laico-socialista.

 E, sempre secondo la tradizione del regime cinese, di rieducare attraverso il lavoro manuale, separando gli “ospiti” dal loro ambiente familiare e politico di origine.

 Non solo degli uyghuri sono stati raccolti in queste scuole, ma anche elementi provenienti da altre minoranze musulmane, soprattutto gli Hui, alcuni kirghizi, perfino dei tibetani.

 In altri termini, la Cina sa bene che il rilievo strategico dell’autonomismo uyghuro, violento o meno, è tale se riesce a unire sotto di sé le frange jihadiste dei paesi confinanti con la Cina, che sono determinanti sul piano geopolitico, petrolifero, infrastrutturale.

 Si aggiunga però che sia i media che l’organizzazione politica e ideologica della Cina attuale sono ben attenti a non offendere in alcun modo la sensibilità dell’Islam cinese.

 Oltre venti milioni di cinesi sono di religione islamica, in Cina, dieci tra le 55 minoranze ufficialmente riconosciute dallo stato cinese sono musulmane.

 E’ quindi evidente l’obiettivo di Pechino, quello di mantenere ottimi rapporti con le varie minoranze islamiche mentre si isola, e si tratta come problema politico, non religioso, la questione uyghura dello Xingkiang.

 Evitando, inoltre, il contagio estremista tra le reti islamiche dell’Est Turkestan, come viene chiamato lo Xingkiang dai suoi abitanti musulmani, e le altre minoranze di tradizione coranica.

 Certamente, la tensione di alcuni settori della minoranza islamica nello Xingkiang (il 45% della popolazione della regione è infatti uyghuro) nei confronti del governo centrale cinese è sempre più alta; e non è difficile prevedere che la sequenza di attacchi, piccole rivolte, manifestazioni che già oggi si verificano non tenda a aumentare.

 Chi decide il jihad ha già, probabilmente, verificato che l’area del “Turkestan orientale” è il punto debole più utile per destrutturare il confine cinese della “Nuova Via della Seta” e per separare la Cina dai Paesi dell’Asia Centrale e dall’asse, anch’esso determinante per Pechino, con il Pakistan.

 Niente vieta che, come è accaduto nel 2004, Urumqi non veda nei prossimi mesi un attacco suicida contro alcune postazioni della polizia cinese.

 Segnalazioni in questo senso sono già arrivate alle intelligence europee e anche alle Agenzie Usa.

 Alcune fonti poi, tutte di origine uyghura, notano come nelle già citate “Scuole di educazione contro-estremista” vi siano anche elementi kazakhi e kirghizi, oltre quelli della minoranza uyghura dello Xingkiang.

 In tutto, si tratterebbe di oltre un migliaio di militanti islamisti.

  C’è la possibilità, elevata, che la militanza jihadista uyghura sia ormai tale da porre una minaccia sia alla Cina che ad altri Paesi islamici che possano intrattenere buoni rapporti con Pechino.

 Il jihad, quando scocca, tende a isolare il suo paese-bersaglio.

 Il terrorista che ha ucciso 39 persone nel night club “Reina” a Capodanno 2017, a Istanbul, era infatti uyghuro, insieme ad un altro elemento della minoranza turco-islamica nello Xingkiang e a due altri terroristi, operanti in Turchia, di origine uzbeka.

 Due quindi gli obiettivi del jihad oggi in Cina: sostenere la divisione geostrategica attuale, che è favorevole all’Islam sunnita in Asia e nel Grande Medio Oriente; e il secondo fine è quello di favorire lo spezzettamento della Cina, soprattutto a Nord-Ovest, nell’area di partenza della Via della Seta e a Sud-Est, nel punto di contatto tra Pakistan e Repubblica Popolare Cinese.

 Ecco perché il “piccolo gioco” della tensione nello Xingkiang si ricollega al “grande gioco” dell’egemonia in Asia Centrale.

 D’altra parte, la militanza jihadista di una parte degli uyghuri è nota: già nel 2002 Hassan Mahsum, il fondatore dell’ETIM, East Turkestan Islamic Movement, dichiarava che il suo gruppo jihadista non era antiamericano ma solo anticinese.

 Sia in Afghanistan che in Siria i jihadisti uyghuri operano fin dall’inizio delle ostilità; e questo dovrebbe farci meditare sulla profondità dei legami che corrono tra le organizzazioni islamiche dello Xingkiang e le centrali del jihad globale.

 E questo potrebbe non essere inutile nel prevedere quel che accadrà, in futuro, quando Washington si volgerà, rebus sic stantibus, contro l’espansione cinese sia in Asia che, sul piano economico, in Europa e nelle economie in fase di sviluppo.

 Se, quindi, Pechino procede con la sua tradizionale politica di stimolo economico nei confronti della popolazione uyghura, in modo che faccia da tramite con le aree e i paesi confinari per migliorare le relazioni economiche e commerciali, allora aumenterà il pericolo di una serie di azioni jihadiste.

 Se invece la linea di Pechino sarà quella di restringere le autonomie uyghure, allora ciò si rivelerà un danno per lo sviluppo economico cinese.

 Il contrario di una scelta “win-win”. Che è proprio l’obiettivo di chi organizza questa guerra coperta di lunga durata, il jihad appunto.

 Il confine sino-kazako è da sempre quello più importante, da questo punto di vista, mentre le città uyghure di Bole, Kulja, Tacheng sono ancora essenziali per i vecchi e i nuovi corridoi dalla Cina verso l’Asia e il lontano confine con l’Europa.

 Inoltre, lo Xingkiang, fin dalla fine degli anni ’90, è al centro dello sviluppo petrolifero cinese, sia in collaborazione con alcune imprese Usa che in relazione con il governo kazakho.

 Tanto più aumenta quindi l’autonomia energetica di Pechino, tanto più la Cina può diventare obiettivo di azioni jihadiste; ma tanto meno il governo cinese riesce a rendersi autonomo dalle fonti energetiche mediorientali, tanto più diviene obiettivo di azioni jihadiste sulle reti energetiche e su obiettivi sensibili ed altamente simbolici.

 E’ la regola primaria del jihad globale e di chi lo sostiene.

 A Tarim hanno già operato, nell’agosto 1998, quelli dell’ETIM, ma altre operazioni, proprio mentre si solidificavano i progetti energetici di Pechino, sono avvenute a Kulja e in altre zone di confine tra la Cina e il Kazakhistan.

 In sostanza, le reti uyghure, sia quelle palesi che quelle occulte, che sono tutte bene integrate tra di loro, saranno utilizzate presto per disattivare quanto è possibile del nuovo progetto OBOR della dirigenza cinese, la rete Belt and Road, e basta fare il conto di tutti quelli che non vogliono una espansione cinese in Asia per fare l’elenco dei probabili futuri amici dell’indipendentismo uyghuro.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France