Certamente, la presenza delle forze di Teheran, almeno dal 2014, nella attuale guerra siriana ha garantito al regime di Assad sia la stabilità politica che il successo militare sul terreno.

 Dal dicembre del 2013, alcune fonti siriane affermano che l’impegno iraniano nel conflitto siriano è costato almeno sei miliardi di dollari Usa ogni anno, mentre altre fonti occidentali ipotizzano un sostegno finanziario  addirittura doppio.

  Con almeno 3200 soldati e ufficiali delle Guardie della Rivoluzione e attraverso altre organizzazioni semiufficiali sciite, composte soprattutto da militanti di origine  afghana e pakistana, l’Iran è secondo solo alla Federazione Russa per impegno nella guerra siriana al fianco di Bashar el Assad.

 Hezbollah, la frazione sciita militante del Libano, è inoltre presente in Siria con almeno 4500 tra soldati e ufficiali, ma vi sono altri gruppi sciiti, PMU, le “brigate popolari”, operanti nel quadrante siriano.

 E’ stato con ogni probabilità l’Iran a convincere la Russia a intervenire a fianco di Bashar el Assad, ma la logica della presenza di Mosca nella guerra siriana è più complessa di quanto non appaia a prima vista.

 La Federazione Russa, infatti, ha posto al centro della sua presenza nel quadrante di Damasco la guerra al Daesh-Isis e, con questo, ha creato una nuova rete di rapporti con tutto il mondo arabo, anche con quello precedentemente collegato agli Usa.

 La Russia ha fatto capire che era necessaria per debellare il pericolo più immediato e grave per tutti gli stati arabi sunniti, il jihad; e ciò ha costruito nuovi e efficaci rapporti tra Mosca e tutte le capitali dell’arabismo sunnita.

 Inoltre, la presenza di Mosca è un segnale agli occidentali che la “cantonizzazione” della Siria non verrà mai accettata dallo storico alleato russo degli Assad; poiché questo significherebbe la creazione di postazioni missilistiche, terroristiche, geoeconomiche e navali che minaccerebbero direttamente gli interessi russi sia nel Mediterraneo che nel Grande Medio Oriente, fino ai confini meridionali della Federazione.

 Ma vediamo quali sono le forze, anche le più piccole, che operano ancora nella guerra in Siria.

 Il sostegno alla Siria, anche militare, oltre ai Paesi amici operanti sul terreno, è fornito da Cina, Repubblica Popolare e Democratica della Corea, Fronte Polisario, anche in evidente contrasto con il Marocco, che fornisce indirettamente sostegno, anche tramite l’Arabia Saudita, alle forze dell’Esercito Democratico Siriano, che è armato e  sostenuto principalmente dagli Usa.

  Sempre sul terreno, a favore di Damasco, oltre ai già citati russi, iraniani, Hezb’ollah, vi sono anche alcuni gruppi palestinesi e alcune forze iraqene, soprattutto per quanto riguarda l’intelligence e le attività militari sul confine tra la Siria e il regime di Baghdad.

 Il sostegno diplomatico alla Siria di Bashar è poi garantito dall’Oman, dalla Bolivia, dal Venezuela, dal Pakistan, da Cuba, dallo Zimbabwe, dalla Bielorussia, dall’Armenia, dall’Ossezia del Sud, dall’Abkhazia.

 E ancora, tra i sostenitori dello sforzo militare e economico del regime alawita a Damasco, possiamo annoverare l’Egitto, l’Algeria, la Tunisia, il Vietnam, l’India.

   Mosca ha poi inviato sul terreno siriano, come forze combattenti, anche battaglioni ceceni e daghestani.

 Tra gli avversari del regime degli Assad e quindi di Russia, Iran e Hezb’ollah vi sono però numerosi gruppi di varia origine, tutti naturalmente sunniti. Vediamoli.

 Jabhat Al Nusra, oggi denominato Jabhat Fateh al Sham, è una rete creata da Al Qaida in Iraq e in Siria nel 2011, divenuta nota nel gennaio 2012, proprio nelle more della possibile “primavera araba” siriana; e che opera anche in Libano, oltre che in Siria.

  E’ un movimento sostenuto, fin dal suo sorgere,  dal Qatar e dalla Turchia.

 Poi vi è l’Harakat Ahrar al Sham al Islamiya, una coalizione di gruppi jihadisti sostenuti sempre da Arabia Saudita, Turchia, oltre a Quwait e Qatar.

 Se la Siria rimane quindi un alleato dell’Iran sciita, sul piano geoeconomico come politico, il rischio strategico per gli Emirati del golfo e per la stessa Arabia Saudita può diventare massimo, soprattutto in una fase di crisi petrolifera e finanziaria come l’attuale.

 Il controllo iraniano del Grande Medio Oriente e del Golfo Persico bloccherebbe ogni autonomia geopolitica degli Emirati e dei sauditi, con evidenti riflessi sulla gestione delle loro risorse petrolifere.

 Ancora, abbiamo tra i gruppi anti-Assad lo Asala wal-Tamiya, anche questa una coalizione sostenuta da Turchia, sauditi, Usa, ma è stata armata proprio dagli americani e ha avuto, in passato, collegamenti operativi proprio con il Daesh-Isis.

 Il jabhat Al Shamiyah è poi una alleanza di ben diciannove gruppi jihadisti tutti legati da una origine nella Fratellanza Musulmana, ed è proprio questo il principale motivo per cui un alleato di Riyadh come l’Egitto sostiene tacitamente il regime alawita di Bashar el Assad.

 Jaysh al Muhjahiddin è una ulteriore alleanza di vari gruppi di guerriglia sunnita, addestrata tutta in Qatar, fusasi nel dicembre 2016 con altri due gruppi jihadisti per poi aderire ad Ahrar al Sham.

 Equilibri tribali, convenienze strategiche e operative, interessi dei Paesi finanziatori sono quindi all’origine di tutto questo moltiplicarsi e fondersi di sigle militanti jihadiste.

 Ajnad al Sham è, ancora andando avanti nel nostro elenco, un gruppo tipicamente salafita, che opera sempre a stretto contatto con Ahrar al Sham.

 Jaysh Al Islam, denominato come organizzazione terroristica da Russia, Egitto, Iran e Siria, è poi il secondo polo principale della presenza indiretta di Riyadh in Siria.

 Dalla parte del governo baathista siriano, operano, e qui passiamo al campo di Damasco, le Quwat Muqatili al Ashair, una forza tribale in cui milita anche un contingente druso.

 Poi vi è la Liwa al jabal, composta da cinque formazioni originarie del governatorato di Suwayda.

 E ancora, tra le forze pro-Bashar, vediamo operare la Saraya al Tuhid, forza interamente drusa alleata di Hezb’ollah, che è stat creata nell’ottobre 2016.

 Da non dimenticare nemmeno le Labuat al Jabal, brigata femminile drusa creata nel luglio 2015.

 Sempre a Suwayda è presente la Qatib Jalamid Urman, che pattuglia principalmente il confine tra Siria e Giordania, e ancora tra i drusi opera la Qatib Humat al Diyar.

 I cristiani siriani partecipano alla difesa del regime di Bashar con la Asad Al Qarubim, brigata che fu creata nel 2013 dopo l’assalto al monastero dei Cherubini di Saydnaya.

 Le altre brigate cristiane, divise tra Damasco, Homs e Quraytin, sono ben cinque, nascono tutte per la difesa dei luoghi santi cristiani in Siria e oggi operano, insieme ad Hezb’ollah e all’Esercito Arabo Siriano, in tutto il territorio nazionale di Damasco.

 Le Quwat al Ghabab sono invece le brigate nate dalle comunità dei greco-ortodossi, operano ad Hama, a Latakia e a Tal Uthman.

 Abbiamo poi le Quwat Wad al Sadiq, create nel 2012 presso il santuario sciita di Sayda Zaynab vicino a Damasco, sono collegate con Hezb’ollah e sono composte sia da sciiti che da drusi.

 Non dobbiamo dimenticare nemmeno la Liwa Muqtar al Thiqfi, creata nel 2016 in memoria dell’antico comandante che tentò di vendicare, contro gli omayyadi, il sacrificio dell’Imam Husseyn.

 Essa opera sempre sul fronte di Latakia ed è collegata direttamente alle Guardie della Rivoluzione Iraniana.

 Si tratta, diversamente dalle altre brigate, meno numerose, di una forza  composta da circa 5000 elementi.

 Sempre a Latakia opera la Saraya al Arin, fondata nel 2015, ancora di identità sciita, mentre la Liwa Sayf al Mahdi è presente nell’area di Sayda Zaynab, il centro della tradizionale presenza sciita in Siria.

 A Deir el Zur, località cardine per lo scontro tra il rimanente del Daesh e il regime siriano, che è stata appena liberata dalle forze speciali dell’Esercito Arabo Siriano, le “tigri”, è attiva inoltre la Liwa al Imam Zayn al Abidin, formata nel 2013.

 La Liwa al Jalil, la brigata della Galilea, fondata nel 2015, è invece una organizzazione laica e di sinistra, nazionalista, araba e filopalestinese.

 I siriano-palestinesi agiscono anche all’interno della Quwat al Jalil, fondata nel 2011, mentre i Fahad al Homs, “leopardi di Homs”, un reggimento per le operazioni speciali nel deserto, agiscono nelle aree desertiche intorno a Homs, appunto, e hanno anche partecipato alle azioni dell’Esercito Arabo Siriano nell’area di Daraya.

 Sempre ad Homs è attiva la Liwa Qibar, fondata nel 2013 e che raccoglie ben 4000 elementi.

 Ha operato ad Hama e al-Mansura.

 Il Qatib al Jabalui è poi una struttura militare alawita che opera ad Homs, a Dara e nelle aree del Jazal.

 Il Fuj Mughuyr Al Badiya, un altro tra i numerosi gruppi pro-Bashar, fondato nel 2015, ha svolto le sue azioni nel deserto di Homs e ad Aleppo. E’ in collegamento con la tribù Shaytat che è attiva a Deir El Zur.

 La Liwa Asad al Huseyn è stata creata anch’essa nel 2015 ed è attiva soprattutto a Latakia.

 La Liwa Dir al Watan, poi, anch’essa fondata nel 2015, è stata pensata in particolar modo per difendere Damasco.

 Sono queste le principali forze di sostegno all’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad, con un rapporto, sul piano della composizione, del 50%.

 Ovvero, l’insieme delle brigate che abbiamo sommariamente indicato vale la metà dell’intera forza dell’EAS.

 Hezb’ollah, in Siria, si è poi subito diviso in due tronconi: il Jaysh al Imam al Mahdi, che combatte soprattutto nell’area di Tartus e Aleppo, e le Quwat al Ridha, che operano a damasco  e nei dintorni.

 Entrambi i gruppi operano in stretto contatto con le forze di Bashar el Assad.

 Se i Russi fanno la loro guerra in Siria, gli iraniani marcano stretto le forze di Damasco.

 Nel Qalamun sono presenti, inoltre, le Quwat Dir al Qalamun, che sono brigate popolari addestrate dall’EAS, le quali controllano il gasdotto  di Al-Hadath e partecipano agli scontri contro i jihadisti tra Aleppo e Nassiriya.

 Anche ad Hama operano brigate popolari, coordinate dall’intelligence militare dell’aviazione siriana.

 Il Quinto Corpo, infine, è una organizzazione di controinsurrezione, creata nel 2012 dentro le FF.AA. siriane  con il supporto fondamentale di Hezb’ollah e Iran.

 E’ presente in ben nove province siriane e verifica gli arruolamenti, oltre a controllare in profondità la società civile siriana.

 Bene, allora, cosa vuole cavar fuori l’Iran dal suo impegno in Siria?

  Naturalmente, Teheran ha, in primo luogo, la necessità di stabilire delle linee di transito sicure per sostenere logisticamente Hezb’ollah in Libano.

 Ed è questo il vero pericolo strategico per Israele, più che quello rappresentato dalle Alture del Golan, in vario modo già securizzate.

 Secondo obiettivo iraniano, non meno importante del primo, è quello di controllare attentamente la valle dell’Eufrate, che è ricca di giacimenti petroliferi che non devono, nell’ottica di Teheran, andare agli americani e ai loro alleati, ancora presenti a Nord dell’Eufrate.

 Per compiere questo linkage strategico, la repubblica sciita deve passare dall’Iraq per poi arrivare da Palmira fino ad Aleppo.

 Un’altra linea di penetrazione iraniana del deserto siriano potrebbe partire proprio da Deir El Zor per poi espandersi nella provincia di Hasakah.

 Ed infatti Teheran ha già inviato oltre 3000 Guardie della Rivoluzione, PMU (le forze paramilitari sciite) tra Tanaf e, appunto, Deir El Zor.

 Per l’altro canale, visto che non ci sono forze sciite, druse o alawite significative residenti in quest’area, i Pasdaran stanno trattando direttamente con le tribù sunnite tra Hasakah e Aleppo.

 I russi, comunque, stanno sostenendo dall’aria le operazioni iraniane.

 Ma certamente Mosca non accetterà a lungo la penetrazione progressiva, da parte dell’Iran, delle strutture statuali e militari siriane.

 Per ora, la proposta della Federazione Russa è stata, proprio al fine di bloccare l’influenza di Teheran, quella di costituire rapidamente una Quinta Divisione dell’Esercito Arabo Siriano.

 Ciò servirebbe, è evidente, a assorbire sotto il comando di Damasco quelle forze tribali e territoriali che potrebbero divenire presto pedine del gioco iraniano nel deserto della Siria.

 Ma le varie milizie che finora hanno accettato di entrare nella Quinta Divisione hanno mantenuto, come è tradizione locale e come la guerra in corso ha addirittura acuito, la loro catena di comando e la loro autonomia tattica e strategica.

 Bashar el Assad, quindi, sta per accettare, di fatto se non di diritto, il droit de regard iraniano sul proprio territorio e all’interno delle sue forze armate.

 Per Mosca, in mancanza di una strategia razionale degli Usa in Siria e nei confronti dell’Iran, la cosa migliore è, quindi, appoggiare, almeno per ora, le mire di Teheran in Siria e in Iraq per sfruttarne il potenziale contro Washington e in funzione di controllo delle mire turche sull’area occidentale della Siria.

  Il tutto accade mentre i curdi si stanno trasformando in milizia pro-occidentale per controllare le operazioni turche in Siria; e questo in accordo tacito con Mosca.

 Gli Usa, peraltro, hanno già deciso di difendere i curdi del YPG (e, in futuro, quelli del PKK) unicamente contro le mire turche, mentre Iran e Russia tenteranno di controllare tutti i confini siriani, anche quelli con la Turchia in cui sono oggi presenti forze di interposizione Usa.

 Quindi, o Washington manda altre truppe per controllare, dentro la Siria, l’espansione dell’Iran, per ora favorita da Mosca, oppure gli Usa sono destinati ad uscire completamente dal quadrante sirio-iraqeno.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France