Nessuna crisi politica, decisionale, economica è priva di un risvolto culturale e, diremmo, spirituale.

 Peraltro, i tratti di questa nuova e sedicente élite sono la superficialità, la assoluta ignoranza della profondità e complessità dei problemi, la vera e propria psicosi della “comunicazione”, della pubblicità, della spesso inutile presenza sui mass media.

  Nel passaggio dalla Prima alla sedicente Seconda Repubblica osserviamo però alcuni dati strutturali: la nuova irrilevanza della posizione strategica italiana, la totale mancanza di autonomia nelle vecchie aree in cui a suo tempo operavamo quasi indisturbati, come il Medio Oriente, i comportamenti aggressivi di coloro che pensavamo essere alleati e amici, nell’Alleanza Atlantica come nella Unione Europea.

 Se le monete però non trovano un temporaneo e razionale equilibrio e si lavora sono con i tassi fissi, come in effetti accade anche con la moneta unica europea, allora gli aggiustamenti si attuano unicamente, come sempre accade, con la riduzione della base produttiva.

 L’Italia ha festeggiato l’arrivo dell’Euro, accettando supinamente un criterio di cambio Lira-Euro che era influenzato dai sei mesi precedenti, in cui la Lira era stata troppo “alta”, e ha privatizzato i suoi asset principali a costi spesso non coerenti con i valori.

 Tra privatizzazioni e cartolarizzazioni, furono incassati, fino al 2000, 178.019 miliardi di lire, pari a 91 miliardi di euro.

 Eccolo, il primo elemento di continuità tra Prima Repubblica e la sua fase attuale.

 Ovvero, il finanziamento eccessivo e spesso irregolare della classe politica, a cui non corrisponde una selezione meritocratica interna che non sia familista, clanica, di “cordata”, di corrente.

 Come sosteneva Ennio Flaiano, per spaventare un gruppo di italiani basta gridare la parola “merito!”.

 Se prima, quindi, i partiti politici acquisivano risorse dalle imprese con prelievi periodici, le grandi privatizzazioni permettono una dotazione unica, ma molto più rilevante del consueto.

 E’ sulla grande distribuzione di risorse alla politica nell’affare Enimont che sorge la Seconda Repubblica, così come la Prima si era strutturata con l’ENI e le sue transazioni in Dollari Usa.

 E poi? Finita la grande donazione, la classe politica vive, come i piccoli malavitosi, di espedienti, di transazioni modeste, di amicizie fuori confine.

 Con l’Euro, poi, ci si può facilmente indebitare di nuovo, mentre la vecchia Lira, sui mercati internazionali, stava facendo la fine del peso argentino.

 Ma è proprio nel 1986 che l’Italia arriva ad essere la quinta tra le nazioni del G6, scavalcando anche la Gran Bretagna per 46 miliardi delle vecchie lire di PIL aggiuntivo.

 Peraltro, dall’inizio degli anni ’90 in poi, il nostro Paese perde progressivamente terreno nei confronti della Francia (-21%) della Germania (-29%) dell’Inghilterra (-11%) del Giappone (-27,7%) e degli Usa (-25,8%).

 Gli altri in UE hanno utilizzato l’estate indiana degli anni ’90 per fare le riforme strutturali, la nostra classe politica ha perso tempo ripetendo, come la gallina leopardiana, il “suo verso”.

 Nel 1987 l’Italia entra nello SME e il  PIL passa rapidamente da 617 miliardi di Usd ai 1201 miliardi del 1991, con la Lira che si rivaluta del 15,2% contro il dollaro e si svaluta dell’8,6% contro il marco tedesco.

 Ma dal 1991 al 1995 la lira si svaluta del 29,8% contro il marco tedesco e del 32,2% rispetto al dollaro Usa.

 Evidente la carenza di guida, di comprensione, di controllo del sistema economico da parte della classe politica, ormai già in pieno “rinnovamento”.

 Guerre commerciali e monetarie? Certo. Classi dirigenti incapaci e, spesso, ignoranti? Ancora più certo.

  Ma oggi le macerie di un Paese, il nostro, ingombrano ormai tutto il passaggio.

 Lo smantellamento della società civile, della classe politica, delle imprese del nostro Paese è però iniziato da quegli anni e continua senza sosta.

 La destabilizzazione del sistema politico ha portato alla selezione di parlamentari e uomini di governo ignoranti e spesso incapaci non dico a capire, ma a decidere sulle varie questioni sul tappeto.

 La crisi, originatasi negli Usa nel 2007 e che non è ancora del tutto passata, ha poi definitivamente abbattuto il sistema economico e politico italiano.

 Da quell’anno l’economia italiana si è contratta di almeno il 10%, la produzione è regredita a quella caratteristica di dieci anni fa, mentre il 15% della capacità industriale è andato distrutto.

 Mettiamoci, nel conto della crisi, anche i 200 miliardi circa di crediti inesigibili da parte del sistema bancario nazionale.

 Su tutto aleggia anche la rigidità del mercato del lavoro e il suo costo eccessivo.

 Un motore che produce solo attrito, e in un contesto internazionale in cui nessuno ha interesse a aiutare o sostenere l’amico o l’alleato.

 Altro tratto ingenuo o incapace delle nostre attuali classi dirigenti, è quello che ritiene ancora possibile l’esistenza di “cavalieri bianchi” politici, finanziari, strategici.

 La nostra politica estera è stata, dal 2000 ad oggi, un esempio perfetto di masochismo.

Tra il 2000 e il 2013 abbiamo infine verificato la chiusura di 120mila fabbriche, con un milione e 160mila posti di lavoro persi.

 Intanto, la nostra classe politica pensa oggi di concedere, grande idea, bonus o esenzioni fiscali, per ovvi motivi elettoralistici.

 I bonus sono sempre troppo costosi, ma le esenzioni sono una truffa: se non c’è una pari riduzione della spesa pubblica, i favori fiscali ad una categoria vengono pagati da un’altra.

 Per non parlare del debito pubblico, che si sta avvicinando al 140% del Pil.

 Hanno voglia, i nostri politici, di chiamare esperti americani, tanto per essere alla moda, che consigliano la vendita dei titoli del debito pubblico unicamente agli italiani (come in Giappone) e la solita “stabilità politica”.

 Gli investitori italiani non hanno abbastanza soldi per ingoiare tutto lo stock dei titoli emessi, non facciamoci illusioni, ma la stabilità politica è impossibile, grazie proprio alla vecchia e nuova povertà di massa presente nel nostro Paese.

 Quindi, da un lato abbiamo la vecchia strategia delle classi politiche di comprare selettivamente i voti con favori e sostegni, dall’altra abbiamo l’impossibilità, anche a tempi brevi, di mantenere questo ritmo di spesa elettorale.

 Il keynesismo degli ignoranti, o dei troppo furbi.

 Inoltre, in una fase in cui la classe politica è strutturalmente debole, sorgono e si rafforzano le lobby, i gruppi di potere e di pressione, le combine, tutti meccanismi non trasparenti che, spesso, scrivono le leggi e ne influenzano la discussione.

 Ormai, al posto dei vecchi partiti politici vi è una trama di equilibri e di rapporti di potere che sono difficilmente percepibili dagli elettori, ma che sono ormai indispensabili per pagare le campagne elettorali e creare l’”immagine” dei candidati.

 Fra l’altro, noi abbiamo a che fare, in Italia oggi, con una società di rentier: i “benestanti”, per l’Istat, sono gli “impiegati” (12,2 milioni di persone) e le “pensioni d’argento”, con una platea di 5,2 milioni di persone;  e vi è infine una “classe dirigente” con un reddito superiore del 70% a quello medio nazionale e composta da 4,6 milioni di individui.

 Poco lavoro produttivo, molta rendita diffusa, nessun mercato, troppo Stato.

  Sono comunque finite la piccola borghesia e la classe operaia; e quest’ultima è ormai frazionata nella vasta popolazione, apparentemente variegata, a reddito temporaneo, basso e insicuro.

 Il ceto medio, asse storico dell’Italia, è ormai composto quasi unicamente da pensionati, mentre la vecchia “borghesia” è polarizzata tra i nuovi ricchi e i futuri poveri.

 Si pensi, qui, a quanta ideologia politica svanisce, nel mentre che le classi sociali che hanno costruito il mondo moderno se ne vanno; mentre le classi politiche vivono il loro breve momento di gloria adeguandosi alle mode e ai miti più vieti e scontati della comunicazione di massa.

 E si noti, altro dato essenziale, la caduta verticale della scuola e la perdita di valore e qualità dei titoli universitari, altro elemento che non potrà non essere messo in conto alle attuali classi politiche.

 Sono finiti, quindi, tutti i vecchi ascensori sociali, lo studio, le professioni, ormai proletarizzate, le attività artigianali e specializzate.

 E’ arrivata al potere, con questa classe politica, la schiuma del sessantotto.

 E infatti, se il marxismo sessantottardo voleva la “proletarizzazione”, perché così i nuovi poveri avrebbero fatto la “rivoluzione”, oggi abbiamo l’impoverimento, la proletarizzazione, senza rivolta alcuna.

 Paradossi della storia.

 Dal 2012 ad oggi si sono suicidati, lo ricordiamo, oltre 800 imprenditori, un caso su quattro nel già ricco Nord Est.

 I casi sono quindi due: o le attuali classi politiche lavorano per il Re di Prussia, ma comunque devono essere elette qui, oppure si tratta di vera e propria incapacità, incultura, inesperienza.

 E non si tratta, qui, di tessere le lodi di una piccola e talvolta improbabile crescita economica avvenuta nell’ultimo anno, l’indicatore di grave deprivazione materiale è cresciuto dello 0,4%, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito molto poco a livello nazionale (11,7% dallo 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari, raggiungendo il 19,6%.

 In futuro, non avremo forse una Italia “messicana”, con una piccola quota di impresa evoluta, una massa di attività economiche illegali e una vecchia rete di imprese legali, certo, ma che sopravvivono con manodopera sottopagata e priva di tutele.

 E’ probabile invece che l’Italia divenga un Paese del tutto deindustrializzato, con i nostri vicini UE che ci assorbono le imprese migliori, e una grande massa di popolazione che sopravvive o a lato delle economie illegali o del terziario.

 Dal declino alla povertà il passo è brevissimo.

 E lo affronteremo, questo passo, dato che le nostre classi dirigenti non sanno controllare le “catene del valore” delle grandi produzioni tedesche o Usa, nel Nord Est, né sanno trattare efficacemente la protezione non-tariffaria dei nostri prodotti di lusso che vendiamo bene nel mondo, non conoscono poi le trame monetarie e geopolitiche in atto, non sanno creare infine un sistema formativo tale da permettere l’evoluzione e l’upgrade tecnologico che ci serve, in un mondo di feroce competizione globale.

 Cosa fare, quindi, per evitare il palese declino italiano? Intanto parlarne, poi immaginare il programma di una nuova classe politica.

 E’ difficile, ma non impossibile.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France