La forza militare di Pyongyang è quella del suo potenziale nucleare.

 Ovvero, come affermò all’inizio di Agosto 2017 il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho, nel Forum dell’ASEAN, è degli Usa “la colpa” di voler portare “la guerra nucleare nella penisola coreana” ed ha riaffermato, il ministro, che mai, in nessun caso, la Corea del Nord metterà il suo arsenale missilistico e nucleare sul tavolo delle trattative con gli Usa ed i loro alleati.

 La Cina, in quella fase, affermò che si era arrivati ad un punto critico, ma ciò poteva essere anche l’inizio di nuovi, più efficaci, negoziati tra Pyongyang, gli Usa, la Cina e la Federazione Russa.

 E’ allora ovvio che i due missili lanciati dalla Corea settentrionale nel Luglio scorso, il 4 e il 28, sono certamente capaci di raggiungere il territorio degli Stati Uniti, ma sono stati lanciati con una angolazione tale da evitare comunque l’impatto con il terreno.

 E’ poi ulteriormente evidente che Pyongyang lancia missili verso gli Usa perché vuole evitare che Washington si mobiliti definitivamente per un regime change in Corea del Nord.

 D’altra parte, Rex Tillerson, il Segretario di Stato nordamericano, afferma che, prima di sedere al tavolo delle trattative, la Corea del Nord deve non solo cessare gli esperimenti militari con l’energia N, ma addirittura iniziare un vero, stabile e definitivo processo di denuclearizzazione.

 Detto tra parentesi, l’ossessione degli Usa per la denuclearizzazione dell’Europa, pur mantenendo la NATO ufficialmente come “alleanza atomica”, non ha portato fortuna agli stati che, come il Belgio, la Germania, l’Italia, l’Olanda e la Turchia sono stati duramente denuclearizzati dagli Usa, tra la fine del secondo conflitto mondiale e la costituzione dell’Alleanza Atlantica.

 Quella NATO che doveva, secondo la boutade di lord Ismay, primo segretario della NATO, “tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”.

 Cosa sarebbe successo se l’Italia avesse avuto una ridotta ma credibile sistema militare N, non è possibile immaginarlo, ma certamente la situazione del Mediterraneo sarebbe migliore, oggi.

 La minaccia N dalla Turchia verso l’URSS avrebbe trasformato e ridotto la politica mediorientale di Mosca, la Germania occidentale nuclearizzata non avrebbe avuto la penetrazione dei Servizi della DDR che l’ha poi martoriata, l’Olanda avrebbe avuto in ruolo nel Mare del Nord, il Belgio avrebbe avuto governi più stabili e meno frazionisti.

 L’Italia ha avuto tutte queste cose, ed è una storia a parte.

 Il nucleare è, per dirla con Henri Bergson, il filosofo dell’élan vital, “la forza che non si usa”.

 Ma che si deve comunque mostrare di avere e saper usare, non sul campo, non serve,  ma nei passaggi decisivi della propria politica estera.

 Un Paese senza apparati N  è comunque una nazione priva di politica estera e di strategia.

 Ma, tornando alla riunione del Luglio scorso dell’ASEAN, tutti i ministri degli esteri presenti al già citato Forum hanno condannato “i test missilistici e richiesto una completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione della Corea del Nord”.

 Si potrebbe, a questo punto, senza porre una alternativa secca, affermare che Pyongyang non può accettare di riprendere i Six Party Talks, iniziati nel 2003 e cessati nel Dicembre 2008, senza chiarire una prospettiva unica e centrale: mantenere una quota di armamento N per Pyongyang, ma integralmente verificabile da parte della IAEA.

  Senza poi accertare che il nuovo accordo IAEA  valga per le due Coree simultaneamente, per poi favorire l’integrazione economica di Pyongyang nel sistema regionale, compreso quindi il Giappone, il Vietnam, vecchio amico della Corea Settentrionale e, naturalmente, la Corea del Sud, fino all’India.

 Gli strumenti economici e umanitari del Six Party Talks erano significativi, anche da parte degli Usa: un milione  di tonnellate di olio pesante o equivalenti, da dividere come spesa tra i sei “parties”, sostegno alle spese e alla forniture energetiche nordcoreane, il finanziamento, qui tutto di origine nordamericana, dei costi di denuclearizzazione, l’assistenza alla IAEA, 12,5 milioni di tonnellate di cibo, dal 1995 al 2003, per alleviare le condizioni spesso molto critiche della popolazione nordcoreana.

 Ecco, il sostegno a Pyongyang costa, ma è meglio dare una mano alla Corea del Nord ora che creare una spirale militare che può essere risolta solamente da una guerra limitata e, alla fine, nucleare, che non è negli interessi di nessuno.

 Per non parlare dei danni che comporterebbe, in un futuro speriamo lontanissimo e impossibile, la ferita strategica tra Usa, Russia e Cina nel Sud-Est asiatico e il blocco, anche per l’UE, dell’area asiatica, poi anche per l’India e i Paesi del Golfo, di tutte le rotte dell’Oceano Indiano fino al mare Meridionale Cinese.

 Sarebbe una delle più profonde destabilizzazioni globali avvenute nell’Evo Moderno, peggiore perfino delle due Guerre Mondiali che, peraltro, gli asiatici hanno sempre letto come conflitti regionali.

 Diluire quindi l’area di pressione strategica di Pyongyang e diminuire, in parallelo, la percezione di accerchiamento e di impoverimento strategico che oggi sentono non solo le classi dirigenti nordcoreane ma anche la popolazione locale.

 Il sistema N della Corea del Nord serve comunque a: 1) garantire la sopravvivenza del regime, 2) a sostenere il suo prestigio militare e il suo peso, anche economico, 3) raggiungere una superiorità strategica asimmetrica con la Corea del Sud.

 Che ha più forze armate, meglio addestrate, ma ha un nucleare che ha chiavi di accesso solo nordamericane.

 Quindi, sarebbe razionale passare dalla retorica della denuclearizzazione totale della Corea Settentrionale, impossibile da raggiungere e strategicamente pericolosa perfino per gli Usa, ad una più razionale e, crediamo, accettabile, anche per Pyongyang, trattativa “classica” per il controllo strategico delle armi N.

 La linea di Kim Jong Un, dal 2013, è quella del collegare lo sviluppo economico con i progetti nucleari, incentrando tutto lo sforzo delle FF.AA. di Pyongyang, lo abbiamo notato all’inizio, che è tutto diretto sull’arsenale N.

 Il regime della Corea del Nord legge, come fanno tutte le classi dirigenti informate, le proprie scelte con la storia recente dei maggiori attori strategici mondiali: Kim Jong Un ha ben visto cosa è accaduto a Saddam Husseyn e a Muammar El Gheddafi, malgrado che il dittatore iraqeno avesse accettato il “consiglio” degli Usa e le loro armi per dare inizio alla sua guerra decennale contro l’Iran degli ayatollah.

 L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, inoltre, è letta da Pyongyang come la rottura definitiva dell’Accordo OSCE di Budapest del 1994, che riguardava principalmente l’accesso di Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

 L’accordo nella capitale ungherese era garantito da Usa, Russia, Gran Bretagna, mentre la Cina e la Francia avevano concesso assicurazioni meno precise in documenti separati.

 Ecco, se questo è il panorama generale, cosa vuol dire inviare un generale-parlamentare italiano a trattare cosa e come, a Pyongyang?

 Cosa potrebbe dire la Repubblica Italiana, che è ormai una delle più pedestri ripetitrici degli errori strategici Usa e Ue, alla dirigenza della Repubblica Democratica e Popolare della Corea?

 Certo, qualcosa potrebbe dire, se avesse qualche autonoma gonade residua.

 Per esempio, si potrebbe informare che, in un nuovo contesto di ripresa dei Six Party Talks per una politica di controllo del potenziale N della Corea Settentrionale, l’Italia si sarebbe fatta parte diligente (nel senso giuridico del termine) per lo sviluppo economico nordcoreano, soprattutto in collegamento con la Cina, nella quale l’Italia sta operando bene?

 Credete forse che due, pur titolati, quisque de populo possano convincere sia gli Usa che Kim Jong Un?  O che basti il simpatico comico televisivo Razzi?

  Roma potrebbe anche garantire la costituzione di un accordo con Russia, Cina e Usa per la progressiva diminuzione del potenziale atomico di Pyongyang, da non distruggere ma da rendere compossibile con gli investimenti per una nuova industrializzazione coreana.

 Lo fate dire alla Mogherini, o al gen. Rossi, sottosegretario alla Difesa del gov. Renzi?

 Tutto si può fare, poi, salvo affermare che i missili della Corea settentrionale possono raggiungere la UE “prima del tempo”, come ha detto la ministra francese della Difesa Florence Parly; e peraltro l’Alto Commissario della UE per la Politica Estera, Federica Mogherini, ha annunciato un non meglio precisato nuovo “programma di sanzioni Ue contro la “Corea popolare e Democratica” che, in effetti, esiste già dal 2006, in attuazione delle sanzioni decise dall’ONU.

 I dati sono semplici.  L’interscambio commerciale tra l’UE e la Corea è stato, nel 2016, di 27 milioni di Euro.

 La quota di investimenti europei è oggi molto scarsa.

 Le misure restrittive, quelle già prese dal 2006 al 2016, senza che evidentemente la Mogherini ne sapesse niente, riguardano la vendita di tecnologie relative in qualche modo al sistema nucleare, software informatico di ogni genere, tecniche dual use, beni di lusso, assistenza finanziaria.

 Come sempre accade, le sanzioni favoriscono due azioni, entrambe pericolose per i sanzionisti: lo sviluppo di economie interne di sostituzione, spesso con costi di produzione inferiori a quelli già verificati nei beni importati, e l’interscambio rafforzato con i Paesi amici, ben lieti di prendersi quote di mercato nuove abbandonate dai moralisti di facile contentatura.

 L’interscambio Corea del Nord-Cina è infatti decuplicato dal 2001 al 2015.

 Nell’Aprile 2016 la Cina ha però temporaneamente bloccato le importazioni di carbone nordcoreano, con l’unica eccezione delle quote relative al “benessere del popolo”.

 Un inchino formale, un kowtow, alle sanzioni decise dall’ONU e, peraltro, approvate anche dalla Cina.

 La Cina, comunque, fornisce a Pyongyang gran parte del cibo e il 90% del totale degli scambi.

 Nel primo semestre di questo anno, inoltre, il commercio bilaterale tra Cina e Corea del Nord era maggiore del 37,4% rispetto al medesimo periodo del 2016.

 I due Paesi hanno poi aperto, dal settembre 2015, una linea veloce di cargo e container per l’esportazione del carbone coreano, mentre è già attiva una linea ferroviaria ad alta velocità tra le città confinarie di Dandong e di Shenyan.

 E’ proprio da Dandong che passa il 70% dell’interscambio Cina-Corea del Nord.

 Naturalmente, per Pechino l’obiettivo primario nella penisola coreana è la stabilità politica e strategica.

 Se poi vi fosse uno scontro, di qualsiasi natura, tra Corea del Sud, Usa e Pyongyang, nessuno, dicono i cinesi, potrebbe dichiararsi vincitore e, soprattutto, Pechino vedrebbe arrivare dentro i suoi confini un numero rilevantissimo di migranti dal confine nordcoreano, il che destabilizzerebbe tutta la sua area meridionale.

 A chi conviene?

 La Corea di Kim Jong Un vuole poi, attraverso il suo programma missilistico, comprare tempo per risolvere i suoi equilibri geoeconomici, deve ancora cancellare alcune riserve sulla ripresa dei Six Party Talks, soprattutto per quanto riguarda la denuclearizzazione della Corea del Sud, dato che non è questa l’equazione strategica tra le due Coree, ma sarebbe davvero benvenuto un vero Trattato di Pace tra Pyongyang e gli Stati Uniti.

 E’ quello che Kim Jong Un vuole davvero.

 Il che farebbe cessare l’armistizio e creerebbe le condizioni per una nuova trattativa tra Usa, Corea del Nord, Russia e Cina.

 La Corea di Seoul avrebbe un Patto di Protezione e di Aiuto Militare e Civile da parte degli Usa, sottoscritto peraltro  dagli altri quattro partecipanti ai Six Party Talks.

 Dopo la sigla del futuro Trattato tra Washington e Pyongyang, dovrebbe rimanere un ulteriore trattato di protezione, anche nucleare, della Corea del Sud che, in un nuovo contesto geopolitico, potrebbe diventare una Regione autonoma di uno Stato peninsulare che comprenderebbe alcune aree del Nord Russo e cinese.

 Diluire, controllare, diluire. Una geopolitica regionale attenta sa bene come operare sulle tensioni coreane.

 Gli errori delle precedenti trattative con Pyongyang sono ormai palesi: l’Agreed Framework 1994 tra Usa e Corea del Nord si basava sul fatto che gli americani chiedevano alla Corea del Nord di cessare il suo programma al plutonio, il che comunque fu fatto.

 Nel 2002 si scopre poi che la Corea del Nord ha un programma di arricchimento dell’uranio.

 Bob Gallucci, ancora insuperato esperto di relazioni tra Corea settentrionale e Usa, ammette a quel momento che era il vero fine di Washington quello di bloccare le operazioni sul plutonio piuttosto che quelle sull’uranio arricchito.

 Due cose diverse, due linee strategiche differenti.

 Era quella la soluzione.

 Invece di sperare in un impossibile collasso del regime di Pyongyang, era meglio lasciargli una fetta di operazioni, all’epoca peraltro accettate anche dalla IAEA.

 Naturalmente, la caduta dei regimi comunisti nel mondo dopo il 1989 e dei loro partiti di riferimento nell’occidente “capitalistico”, crea una tensione ben comprensibile nella capitale della Corea del Nord.

 Il regime aveva sostenuto Yasser Arafat, il Vietnam del Nord, aveva un rapporto specialissimo, anche sul piano della tecnologia nucleare, con la Germania dell’Est, sosteneva attivamente la Somalia e altri Stati africani “socialisti”, amava i sovietici, che lo aiutavano con il nucleare, che infatti laggiù incomincia negli anni ’50, e hanno rapporti ottimi e inevitabili con la Cina, che però non potrà aiutare materialmente i nordcoreani fino almeno agli anni ’70.

 Ceausescu era di casa, a Pyongyang, come tanti dirigenti dell’”eurocomunismo” mediterraneo di allora.

 Niente è come sembra.

 Il comunismo della Corea del Nord e, in particolare, di Kim Il Sung, era una piattaforma globale di trattative efficaci tra l’Ovest e l’Est.

 I Six Party Talks partono, lo ricordiamo, nel 2003 e finiscono il 19 settembre 2005.

 Nel testo finale vi era posto per le procedure di denuclearizzazione della Corea settentrionale, Pyongyang scriveva chiaramente il suo desiderio di stabilizzazione formale dei rapporti con gli Usa e con gli altri Paesi occidentali, poi la creazione di una organizzazione di pace per l’intera penisola coreana, che dovrebbe essere il primo problema di una missione italiana a Pyongyang intelligente, la Corea settentrionale poi, nel 2005, accetta e implementa l’accordo dei Six Parties.

 Ecco, altro che retorica dei “diritti umani”, più o meno esattamente censiti, cosa che capita di rado, e ulteriore retorica sul “cattivo”, il vilain shakespeariano che dovrebbe incarnare tutti i mali, e quindi va distrutto.

 Si tratta di pensare la strategia, e di compiere le operazioni razionali che tale pensiero induce.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France