Il bilancio sostanzialmente positivo.

E’ con questa formula che il card. Parolin ha sintetizzato la sua recentissima visita nella Federazione Russa.

Vi è la comunità cattolica in Russia, da tutelare, in primo luogo, con 300 parrocchie e 270 sacerdoti, per lo più non russi ma polacchi, lituani, tedeschi, ucraini e un Arcivescovo di Mosca, l’italiano Paolo Pezzi, uomo di “Comunione e Liberazione” ed esperto di questioni politiche, culturali, religiose russe.

Un brillante presule da sostenere, un attento conoscitore di cose russe e di teologia ortodossa.

Papa Francesco, lo ricordiamo, ha stretto la mano al Patriarca Kirill a L’Avana, lo scorso anno, nel primo incontro tra i due massimi rappresentanti dello scisma del 1054.

Una azione che ha visto il favore degli Usa e il sostegno dell’intero popolo cubano.

E’, questo, un successo diplomatico che il Papa metterà presto all’incasso.

 Papa Francesco, infine, non è più molto interessato allo scisma d’Oriente e alla sua dimensione dottrinale e teologica, oltre che strategica.

 Papa Bergoglio, casomai, è interessato ad una nuova alleanza tra Mosca, la Roma cattolica e, in futuro, anche la Cina, per far uscire la Chiesa dell’Ovest dalla sua dipendenza geopolitica dall’Occidente euro-americano.

Il Papa non vuole più, lo ha dichiarato esplicitamente, rimanere a fare l’altoparlante della sola civiltà occidentale che, peraltro, è ormai scristianizzata.

Il card. Parolin, lo ricorda Lui stesso, è poi il primo alto rappresentante della Chiesa Cattolica ad arrivare a Mosca dopo la guerra di Crimea.

Dato politico e simbolico essenziale, per marcare la distanza, appunto,  tra il Vaticano e l’asse atlantico tra Europa occidentale e USA.

 Con il ministro degli Esteri Lavrov, che il card. Segretario di Stato ha visitato a Mosca, l’accordo è stato rapido e chiaro: la tutela di fatto, da parte delle Forze Russe, di tutte le minoranze religiose in Medio Oriente.

E pensare che, in questo caso, gli Usa sono arrivati persino a incolpare la Russia di “sfavorire” i cosiddetti jihadisti moderati, che la NATO e gli Usa continuano ad addestrare in Siria e altrove.

Il Vaticano, quindi, guarda con esplicita simpatia alla politica filo-Assad del Cremlino, insieme alla comunità cristiana siriaca, nelle sue varie determinazioni, che continua a risiedere in Siria e in Medio Oriente, protetta dalla Russia e dagli alawiti di Bashar el Assad ben più che dal jihad “moderato” che, dai tempi di Obama e della Clinton, ancora è al centro delle operazioni Usa in quel quadrante.

Per la condizione attuale dei cattolici in Russia, vi sono state alcune prevedibili frizioni tra il ministro Lavrov e il card. Parolin.

Uno dei temi, a parte la libertà pratica del culto cattolico, è quello della titolarità delle chiese e dei palazzi intestati alla cattolicità russa, confiscati dal regime sovietico e poi mai più riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la caduta dell’URSS, malgrado le sentenze dei tribunali positive per la Chiesa di Roma a Mosca.

 I cattolici in Russia sono pochi, quasi 800.000, circa lo 0,5% del totale della popolazione, ma il fine strategico vero non è il numero, è la qualità dell’azione strategica combinata tra Vaticano e Mosca: il fine  è appunto quello di una visita di Stato di Papa Francesco in Russia.

Sarebbe il sigillo di una Chiesa Cattolica che, come ai tempi di Giovanni Paolo II, anticipa e supera la fine della guerra fredda, prefigurando un legame tra Vaticano e potenze emergenti dello Heathland eurasiatico che è, ormai, l’alternativa a un nesso strategico flebile e pericoloso tra il Vaticano e l’ateismo consumista e scientista ormai al potere nell’occidente euroamericano.

A Papa Francesco, lo abbiamo capito, non piace affatto questo Occidente: un universo senza Dio che si dirige verso un rapido cupio dissolvi etico e antropologico.

Il Sommo Pontefice preferisce, in effetti, quelle aree del mondo in cui la Chiesa Cattolica possa ancora fare da “ospedale da campo” e operare in un universo culturale in cui la religione, anche quella non cattolica, è rispettata.

Meglio un confuciano che un ingenuo ateo europeo, tutto scienza (che non conosce) e libertà degli istinti.

E qui le idee del card. Parolin e del Papa si incontrano con quelle del patriarca Kirill, che vuole meno legami tra la Chiesa Ortodossa e lo Stato Russo e uno status spirituale non lontano dal Cremlino, ma autonomo dalla politique d’abord di Putin.

Leader mondiale dell’Ortodossia, Kirill, leader mondiale e inevitabile del Cattolicesimo Papa Francesco, per costruire, anche dopo l’accordo con il governo cinese, una sorta di nuova egemonia religiosa e spirituale globale, fuori dalla sudditanza all’occidentalismo per il Vaticano e laterale agli interessi strategici russi per il Patriarca Kirill.

Il punto politico centrale di questo nuovo assetto georeligioso è la questione ucraina.

La colletta straordinaria indetta da Papa Bergoglio per l’Ucraina, raccolta operante già nel 2014,  ha colpito favorevolmente l’ortodossia russa e tutto il popolo dei credenti, il successo è stato grande (1 milione 230 euro) ed essa ha dimostrato che il Vaticano non la pensa, sia pure nella dimensione caritatevole e universalista che lo contraddistingue, come le potenze occidentali che oggi operano nel teatro di operazioni ucraino.

Se l’Occidente, oggi, opera nei quadranti di guerra con un internazionalismo pasticcione, il Vaticano del card. Parolin e di Papa Bergoglio si basa ancora sul tradizionale e insuperato “diritto delle genti”;  e su un ragionevole e mai settario rispetto delle nazionalità, delle etnie, dei confini, degli Stati legittimi.

Diritto umanitario, in primo luogo, quello del Papa e del card. Segretario di Stato Parolin: accordi tra le parti, ovunque siano appena possibili, liberazione immediata dei prigionieri, un tema che può smuovere da solo la situazione politica, poi ancora la tregua e il cessate-il-fuoco, ecco tutte le azioni che il Vaticano sta mettendo in campo per risolvere la crisi ucraina.

E, magari, anche la tensione in Siria, dove i due milioni di fedeli in Nostro Signore Gesù Cristo sono passati, dal 2011 ad oggi, a uno solo.

In Iraq dai 300.000 cristiani siamo arrivati, oggi, a 200.000.

In Siria, nella quale è in atto una vera e propria “guerra contro i cristiani”, come ha dichiarato recentemente Jacques Benhan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassakè-Nisibi, diocesi in cui si trova Raqqa, mentre i curdi del YPG si comportano molto male con le varie chiese cristiane ancora presenti.

Curdi che, come è facile prevedere, saranno abbandonati dagli Usa appena Washington li avrà usati fino in fondo.

Il Daesh-Isis viene sostenuto dalla Turchia e anche dagli Usa, mentre le comunità cristiane vengono protette, nei limiti delle loro aree e competenze, dai soldati russi e dalle forze di Bashar el Assad.

In un contesto come questo, certamente la Chiesa di Bergoglio non può operare appieno, ma può certamente unificare le comunità religiose e etniche di base e farle agire come parti in causa nelle trattative future.

Una operazione che, con maggiore facilità, potrebbe avvenire in Ucraina.

Se infatti la Siria, come è sempre più probabile, verrà smembrata, allora si rafforzerà l’asse sciita tra l’area di Bashar e l’Iran, che è stato all’origine della guerra sunnita e jihadista contro il regime baathista siriano; mentre la Russia diverrà il vero player strategico dell’area, con gli Usa ridotti ad essere i referenti di Qatar (finanziatori di Al Nusra) e Arabia Saudita (finanziatori di Isis-Daesh).

Ecco, si stanno eradicando le tradizioni cristiane, in Siria come altrove in Medio Oriente, per favorire lo scontro finale tra sciiti e sunniti, scontro che il Vaticano non vuole e che farà di tutto, tra Russia e Cina, per evitare.

Scontro tra sciiti e sunniti, “terza guerra mondiale a pezzi”, per dirla con una fortunata formula di Papa Francesco, nella quale gli occidentali stanno dalla parte dei sunniti, preparando per loro e per il Medio Oriente altri anni di sangue e distruzione.

E, come è già avvenuto a Cuba, sarà il Vaticano, nel nuovo contesto mondiale, a riavvicinare al momento giusto Usa e Federazione Russa.

Forse, come si dice nella Segreteria di Stato vaticana, con un nuovo accordo per il Medio Oriente.

E sarà proprio questa la finalità della “geopolitica della Misericordia” del Papa Bergoglio e del Suo Segretario di Stato, card. Parolin.

Bergoglio ha condannato Washington per voler abbattere Assad a suon di missili, con una dura dichiarazione del settembre 2013, ma tra Putin e il Papa vi è un ulteriore punto di accordo, la difesa della famiglia tradizionale.

Il leader del Cremlino ha ripetutamente condannato le “derive nichilistiche” dell’Occidente, l’ossessiva e filosoficamente irragionevole fiducia nella Ragione, sia il Patriarca Kirill che Putin ripetono spesso, sui loro media, la vecchia frase di Benedetto XVI, “è l’occidente il peggior nemico dell’occidente”.

Lo scisma, poi, potrebbe essere superato dottrinalmente con una dichiarazione, che già il Patriarca Kirill aveva ipotizzato, nella quale si accetta che il Papa, il Patriarca di Roma, sia il protos tra i Patriarchi delle altre Chiese, sulla base del documento, discusso nel 2008 nell’isola di Creta, sulla storia e l’identità delle Chiese prima e dopo il Grande Scisma.

Anche questo è un tema che arriverà presto al suo naturale compimento, nella prassi diplomatica della Misericordia instaurata dal card. Parolin e da papa Francesco.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France