All’inizio, ma per un breve inizio, come vedremo, fu Abu Nassim, cittadino tunisino, ovvero Moez Al Fezzani, catturato insieme ad altri membri del Daesh-Isis nella Sirte, tra Rigdaleen e Al Jimail, in Libia, il 18 agosto del 2016.

 Già processato in Italia, il nostro Abu Nassim è, ovviamente, assolto a Milano, in una città che, fin dai tempi della Moschea di Viale Jenner è, secondo la CIA, in una nota di dieci anni fa, “il centro direzionale di Al Qaeda in Europa”.

 L’ICI, Istituto Culturale Islamico di Milano, nasce nel 1988 su impulso di alcuni membri del Jamaa al Islamiya egiziano; e diviene subito un centro di raccolta, addestramento e finanziamento degli islamisti che vanno a combattere in Bosnia.

 Una stupida guerra dell’Occidente, che permette ad Alja Izetbegovic, il capo della Repubblica Bosniaca di Serajevo, autore molti anni fa di un testo intitolato profeticamente “fondamentalismo islamico”, di creare in tutti i Balcani un’area islamista che serve all’Afghanistan, alla Cecenia, ad Al Qaeda (Bin Laden è spesso a Serajevo, in quel periodo) e ai kosovari.

 Le cellule e i campi di addestramento dell’ICI, che gode di strani ma ingenti flussi di denaro, erano allora  a Gallarate, Como, Varese e Cremona.

 Data la paretiana persistenza degli aggregati, non sarebbe male seguire ancora questi gruppi, anche se l’ICI risulta smantellato.

 Primo dato da notare, quindi, la strana persistenza delle reti terroristiche.

 In Catalogna si trovava, cittadino algerino, Bellil Belgacem, l’aiutante di un macellaio halal di Vilanova i la Geltrù, colui che compie l’attentato alla nostra base a Nassiriyah,  poi Belgacem passa anche da Milano, Viale Jenner naturalmente, arriva infine  in Siria e, da lì, compie l’attentato alla nostra Base in Iraq, uccidendo 19 nostri militari.

 Sono i jihadisti “esteri” che di solito compiono il terrore, visto che le loro coperture nell’area dell’attentato è probabile che siano conosciute ai Servizi locali.

 Ma le grandi reti di copertura e motivazione, altro grande elemento per valutare il jihad, rimangono, ammesso che non vi siano gravi pericoli di infiltrazione o smantellamento.

 Belkacem fu identificato perché i nostri Servizi mandarono, come sempre accade, materiale biologico dell’attentatore anche alla Guardia Civil spagnola, che risolse inaspettatamente  il problema.

La casa dove abitavano i terroristi delle Ramblas barcellonesi è, altro elemento di persistenza delle reti, di proprietà di Mohamed Mrabet Fahsi, il capo della cellula ritenuta responsabile delle azioni terroristiche alla stazione di Atocha, a Madrid, l’undici marzo 2004.

 I “giornalisti” che uccidono Shah Massoud, il Leone del Panshir, un giorno prima del 9/11, indicandogli come prima domanda, un secondo prima di eliminarlo, “perché ce l’ha tanto con Osama Bin Laden?” vengono da Moleenbeek, l’ancora più famoso, anni dopo, quartiere di Bruxelles.

 Primo dato allora; persistenza delle reti, ma solo se la rete è vasta, affidabile e capace di mobilitare una area di copertura sufficientemente grande, formata da islamici che non si mobilitano mai per gli “infedeli” o di astuti manipolatori, come accade spesso per i membri della Fratellanza Musulmana, i quali depotenziano gli attentati e li imputano talvolta, addirittura, alla “islamofobia”.

 Ma la storia delle minacce jihadiste all’Italia è lunga, e si interseca con le azioni portate a termine da Al Qaeda e dal Daesh- Isis nel resto d’Europa, ormai da troppi anni.

 La prima segnalazione di rilievo nella nostra storia recente è del Marzo 2014, quando i servizi segreti marocchini informano la nostra intelligence, che evita per il rotto della cuffia tre attentati tra Milano, Bologna e Padova.

 La metropolitana a Milano, la Basilica del Santo a Padova e la Chiesa di San Petronio a Bologna.

  Quella, ben nota, dove c’è il ritratto affrescato di Muhammad all’Inferno, canto XXVIII,  quale seminatore di discordia, insieme peraltro ad Alì, il primo Imam sciita.

 Altro tratto costante: la scelta di obiettivi altamente simbolici oppure altamente dannosi per gli “infedeli”.

islamica, il terrore che blocca le reazioni dell’avversario e lo intimidisce.

 Il simbolismo è ad uso interno, e unisce i jihadisti in una finalità apparentemente “alta”.

 Poi arrivano quelli, gli spazzini del jihad, a minimizzare, nascondere, relativizzare.

 O massa, allora, massima quantità di vittime, o simbolo, la distruzione dell’immagine antislamica, vera o presunta.

 Peraltro, Muhammad nel XXVIII canto dell’inferno dantesco, dice a Dante di dare alcune indicazioni a Frà Dolcino.

 Allora, dovremmo avere una alleanza tra gli islamici e i seguaci dell’eretico piemontese della Valsesia?

 Peraltro, proprio in quel periodo la rivista Dabiq, quella ufficiale del califfato di Al Baghdadi, ospita in copertina l’obelisco di Piazza San Pietro con la bandiera nera del “califfato” sirio-iraqeno.

 A cosa serve il simbolo? Semplice: ad indicare la linea ai militanti, ovvero colpire in questo caso la Chiesa e non altro, poi a terrorizzare il nemico, secondo la tecnica della guerra indicata dal Corano e dagli ahadit, infine a sviare le operazioni dell’avversario.

 La guerra è inganno, tema coranico da non dimenticare mai.

 In quella fase, non molto dopo l’attentato in piazza Jemaa el Fna a Marrakesh, nel 2011, il Servizio marocchino che ci ha avvisati ha inoltre neutralizzato 126 cellule jihadiste, arrestato 2676 militanti del Daesh-Isis e bloccato sul nascere 276 attentati.

 Altra costante, eccola, del terrorismo jihadista: esso si compone e si ricompone con estrema velocità, per seminare l’avversario, indirizzarlo verso reti “vecchie”, coprire le reti in fase di attivazione e di preparazione dell’attentato.

 In tutto il 2015 appaiono su Twitter ed altri social media foto con militanti dell’Isis davanti a luoghi politici, di massa e storico-artistici, in Italia, con l’hashtag “siamotravoi”.

 Non abbiamo mai avuto dubbi sulla presenza attiva delle reti jihadiste in Italia.

 E’ stata infatti smantellata, nel Maggio di quest’anno, una rete di trafficanti di immigrati clandestini senza documenti, tra Bari, Catania e Salerno, una rete di somali che avevano contatti con gruppi di jihadisti, che probabilmente finanziavano con i loro traffici.

 Al di là delle chiacchiere delle “anime belle”, o dei politicanti incompetenti, è del tutto ovvio che l’immigrazione clandestina non possa non coprire la costituzione di gruppi jihadisti in Italia, divisi inizialmente per etnie e successivamente finanziati dalle reti internazionali del jihad.

 “Siamotravoi” (“e vi macelleremo”, si aggiunge) è un hashtag su Twitter, tecnicamente di facile identificazione, e parla, alla fine della sua apparizione, dello “Stato Islamico a Roma”.

 Identità maggiore (la lotta contro la Chiesa Cattolica) legata ad una identità minore: ogni militante sa bene cosa fare, e il cosa fare glielo indica la realtà in cui si trova ad operare il jihad: con i coltelli, con le bombole di propano o di metano, con i cellulari da rielaborare come innesco remoto.

 Il jihad è mimetico, ma è il fine esplicito quello da raggiungere. Qui non vi è infingimento.

 Quindi, altra tipologia stabile del jihad europeo: prima il grande attentato, che mobilita le masse islamiche e le fidelizza, esaltandole, poi la microfisica del potere operata dal terrorismo “fai da te”.

 A febbraio viene pubblicato, poi, da parte del “califfato”, un testo in italiano, un buon italiano, scritto da tale Mehdi, intitolato Lo stato islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare, un lavoro che punta molto sui “servizi ai cittadini”.

 Questo Mahdi, lo si è scoperto dopo, si chiama Elmahdi Alili, un cittadino italiano di venti anni di origini marocchine.

 Sempre Alili, successivamente al documento che abbiamo rapidamente esaminato, minaccia missili del califfato contro la Sicilia.

 Vedremo come la vecchia conquista islamica della Sicilia sia un mito equipollente a quello di Al Andalus in Spagna, un mito cui già faceva riferimento Osama Bin Laden nei suoi primi proclami.

 Allora, i primi testi del Daesh-Isis sulla Spagna sono, rispettivamente, del 7 Gennaio 2016, del 31 gennaio 2016, del 30 Maggio, sempre del 2016, con un climax elevatissimo di video  e messaggi, nelle reti gestite dal Daesh, poco prima degli attentati di Barcellona.

 Prima si motiva e si danno gli ordini generali, poi si attiva la rete, infine gli si dà il via.

 E l’Italia? Nei primi giorni, tra il 3 e il 7, del Giugno scorso l’Isis-Daesh ha prodotto tre video di propaganda e un file PDF; e due dei video si riferiscono a Roma.

 Le immagini sono molto recenti, filmate in movimento e di notte; e i filmati hanno titoli che si riferiscono all’Italia, uno “appuntamento a Roma”, mentre il PDF ha come titolo  “voi volete Raqqa, noi Roma”.

 Ma Raqqa è ormai perduta, e allora la conquista di Roma sembra una sorta di rivalsa e di ricostruzione insieme del califfato tra gli “infedeli”.

 Il primo filmato, tradotto dall’arabo in inglese, è  quindi deadline Rome, “appuntamento a Roma”, appunto. Ma “deadline” ha anche altri significati, in inglese.

 Sono, questi film,  tutti prodotti dalla Fondazione Al Waad, (“Impegno”) una struttura non ufficiale legata al Daesh-Isis.

 E qui, nell’analisi del filmato, ritorniamo alla questione libica, la chiave attuale  della connessione tra jihad globale e Italia.

 L’Isis teme infatti un ruolo primario del nostro Paese nel sostegno al Governo di Accordo Nazionale di Al Serraj, poi il califfato chiama i “fratelli” a prendere le armi per fare in jihad in Libia, poi infine si ricorda di Al Libi, l’”erede” di Bin Laden.

 Segno poi da non trascurare, il “califfato” si rifà, come è nella tradizione jihadista, ad una battaglia del Profeta, quella di Kandaq, ovvero la guerra “del fossato”.

 Meccani e infedeli da un lato, musulmani medinesi e neoconvertiti  dall’altro.

 Una battaglia da studiare simbolicamente, ma anche praticamente: i tremila fedeli del Profeta stanno asserragliati, senza accettare lo scontro con le sovrastanti forze degli “infedeli”.

 Immagine dell’attuale califfato sirio-iraqeno, evidentemente.

 L’assedio, dopo l’ordine di Muhammad di costruire il fossato, scavato per evitare la cavalleria dei meccani, si prolunga.

 Ma la tribù ebraica dei Banu Qurayza non concede la propria collaborazione al Profeta, cosa che prima era stata data per certa.

  E viene allora accusata di tradimento.

 Il simbolismo è chiaro.

 E, proseguono i documenti del “califfato” su Roma, “noi conquisteremo Roma, Costantinopoli e Gerusalemme”.

 Significato possibile: iniziamo da Roma, sede dei “crociati”, poi proseguiamo con Bisanzio e l’Ebraismo.

 Il PDF mostra infine il Colosseo e il Teatro di Marcello, ed è stato inserito in rete dalla Fondazione Al Wafa, una organizzazione stavolta ufficiale del Daesh-Isis.

 Ancora qui è presente un riferimento alla tribù Quraysh, i meccani che rifiutano la Profezia di Muhammad.

 Indice di un dibattito interno, probabilmente tra militanti dello “stato” sirio-iracheno e jihadisti che vogliono operare in Europa?

 Stare o andarsene, trasformando il Daesh-Isis in una agenzia terroristica globale, come la vecchia Al Qaeda, o richiamare nella propria area territoriale tutti i jihadisti già presenti in Europa, che prima comunque compiano un attentato o almeno  una azione di guerra personale contro gli “infedeli”?

 Una semplice indicazione del “nemico”, ovvero, in questo avere successo in qualche operazione, oppure è un progetto geopolitico a partire dalla resistenza a Raqqa e altrove nell’area del Daesh?

 Oppure, ancora, come dimostra il secondo video, intitolato “tra due migrazioni”, si chiede esplicitamente ai jihadisti di ritornare nel “califfato”, oltre a mostrare le immagini della visita di Papa Francesco a Lesbo, mentre i migranti appaiono rifiutare e polemizzare per la visita del Santo Padre.

 Vediamo i dati: il primo riguarda i migranti, quindi si ipotizza da parte del califfato una quota di migranti oggi presenti  in Italia che potrebbero riunirsi al jihad territoriale, il secondo è il rifiuto della mano aperta di Papa Francesco, che potrebbe avere successo in qualche area del mondo musulmano.

  Ovvero, si dice ai jihadisti: fate il vostro grande attentato, che avete già in fase di esecuzione, poi venite qui.

 Il terzo filmato, dedicato al Ramadan, “mese di conquista”, spiega con molti dati storici la conquista islamica della Sicilia, poi appare uno stivale sopra l’immagine dell’Italia e, infine, arriva sullo schermo la parola Roma.

 Lo scorso Marzo, peraltro, è presente  sulla rete un ulteriore  filmato piuttosto strano, con sottotitoli in arabo e inglese, in cui uno dei due jihadisti parla solamente la lingua dei segni.

 Chi scrive non è esperto di questo linguaggio, ma è molto probabile che i segni dicano molto di più del previsto.

 E’ sempre un invito a trasferirsi, il filmato per sordomuti,  magari dopo l’attentato, nel califfato sirio-iracheno, con minacce, stavolta aspecifiche, a Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Francia, sempre ripetendo la formula ormai consueta “verremo da voi e vi uccideremo”.

 Bene: o si chiamano a raccolta i jihadisti per fare massa nel momento in cui, grazie unicamente alla Russia e ai suoi alleati regionali, il califfato cede, oppure si dice ai jihadisti rimasti in area Isis-Daesh andate e distruggete i paesi europei.

 L’ambiguità è evidentemente voluta.

 Ma è ad Aprile del 2015 (il che ci fa pensare che l’attentato è più vicino del previsto, dati i tempi della relazione tradizionale tra la minaccia sul web e la realizzazione del terrore) che il califfato di Al Baghdadi manda in rete un filmato in arabo ma sottolineato integralmente in italiano.

 Vale per gli arabi italianizzati e per i giovani non ancora padroni della lingua coranica.

 Infatti è prodotto come un buon video musicale.

 “Come un fulmine a ciel sereno vedrete la guerra tra di voi”. “Da te verremo con scempio e morte”.

  I due poli della propaganda, qui, sono questi.

 Si citano i coltelli affilati, a cui abbiamo già fatto l’abitudine.

  Ecco l’indicazione precisa di un’arma.

  Poi, nel  filmato con i sottotitoli in italiano,  ci si riferisce alle “palle di fuoco”, che possono essere pallottole o bombe.

 Ecco qui un filmato di indicazione, e di vera indicazione dei tempi finali.

 Senza escatologia non si comprende il jihad contemporaneo, anche nei suoi aspetti da McIslam che potrebbero, in altri contesti, muovere al riso.

 Il “califfato” vuol dire, con questa specifica propaganda, che i suoi militanti devono fare presto, il più presto possibile.

 Sempre a novembre 2015 arriva nel nostro Paese una serie di foto via Twitter con immagini di particolare ferocia e sempre riferite, con minacce efferate, all’Italia.

 O si dice in questo caso ai jihadisti che devono arrivare in Italia di muoversi rapidamente, per preparare l’attentato e risultare ignoti alla Polizia e ai Servizi, infatti si parla sempre di “verremo a uccidervi”; oppure si dice ai jihadisti in fase di elaborazione del terrore che esso deve essere estremamente feroce.

 E se il califfato, oggi in crisi tra Siria e Iraq, volesse creare punti di continua destabilizzazione in Europa, da connettere, come ha fatto sul suo territorio mediorientale, da corridoi e da piccole aree di controllo?

 L’Europa è così debole e incerta che nemmeno questa è una ipotesi da mettere da parte.

 Infine, ha secondo noi scarso valore analitico l’interpretazione del jihad attuale, almeno da Nizza a Barcellona, come una lotta interna, utilizzando la rete terroristica islamista, tra il Qatar e l’Arabia Saudita e i suoi alleati.

 Certo, le proprietà immobiliari, alberghiere, industriali del Regno e dell’Emirato sono, in Italia e in Europa, ingenti.

 Ma una operazione terroristica nel quartiere di Porta Nuova a Milano, acquistato dal Qatar, sarebbe una firma troppo evidente.

 E uno dei due, Qatar o Arabia Saudita, potrebbe davvero dare l’ultimo colpo al califfato che entrambi hanno così largamente sostenuto.

 E, comunque, sia i sauditi che l’emirato degli Al Thani continuano oggi ad aiutare il “califfato”, e quindi la struttura di Al Baghdadi, ormai defunto, non ha nessun interesse a sostenere l’uno contro l’altro.

 Il terrorismo, ne so qualcosa, è sempre più informato di quanto non si creda, sui suoi obiettivi: io vengo da una brutta esperienza con le c.d. “Nuove Brigate Rosse”, ero il primo della lista, ma il capo della Polizia di allora, Parisi, mi informò di tutto quello che la rete della nostra Sicurezza veniva a sapere.

 Poi, ancora accadono episodi strani, come quello di una giornalista negazionista della Shoah che si scopre essere amica della fondatrice delle suddette Brigate Rosse, la Lioce.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France