Le truppe di Misurata sono oggi quelle dello “Scudo 1”; ma certamente la Turchia non sostiene il semplice Fronte di Misurata, ma  tutta la Fratellanza Islamica, il cui partito, Giustizia e Costruzione, è stato fondato in Libia nel Marzo 2012.

 Dalla repressione feroce con Gheddafi ad oggi, la Fratellanza non è uno strumento efficace per l’egemonia politica e fondamentalista in Libia.

 In risposta al golpe contro l’ikhwan musulmano, la Fratellanza, compiuto  in Egitto del Luglio 2013, la Turchia e il Qatar hanno iniziato a sostenere, sempre in Libia, l’”Alba Libica”.

  Pressione contro l’Egitto e scelta autonoma, da parte dei turchi, del jihadismo preferito sul campo libico.

 Il Congresso Generale Nazionale Libico è stato poi egemonizzato fin dall’inizio dalla Fratellanza Musulmana e dal “Blocco dei martiri”, capeggiato agli inizi dal deceduto Abu Idriss al Libi, capo allora delle Guardie di Frontiera del sud della Libia e membro, con ogni probabilità, di al Qaeda.

 In ogni caso, non certo dalle semplici  “Forze di Misurata”.

 E inoltre  alcuni piloti degli Emirati, partendo dalle basi in Egitto (quindi la questione è un po’ più complessa) hanno bombardato le  milizie islamiste libiche a Tripoli costringendo poi il governo di Al Thinni a trasferirsi a Baida.

 Caso strano, è proprio la Turchia, nelle vesti del suo inviato Emrullah Igler, alla fine dell’ Ottobre 2014, ad incontrare il governo tripolino di Al Hassi; e allora le forze di Misurata, parte di “Alba Libica”, riprendono l’aeroporto della città e subiscono senza fiatare  i bombardamenti emiratini e egiziani a sostegno di Haftar.

 Ma la Turchia non sostiene unicamente la parte più apertamente jihadista di “Alba Libica”, quelli di Misurata, ma soprattutto Ansar al Sharia, una organizzazione jihadista con base a Bengazi, probabilmente autrice dell’operazione contro il consolato Usa del 2012.

 Membri di Ansar al Sharia sono stati poi trasferiti in Turchia per gestire l’attacco, gestito da Ankara, alle città siriane di Salma e Kasab.

 Quindi, non solo quelli di Misurata, anzi.

 La “milizia 17 febbraio” dovrebbe peraltro essere oggi alleata di Ansar al Sharia, nel comitato sciariatico di Bengazi e, ancora una volta, non si tratta certamente solo delle “forze di Misurata”.

 Ma Ankara, che non è ingenua, ha anche  sostenuto il processo, sponsorizzato dall’ONU, per la cessazione delle ostilità tra “Operazione Dignità”, quella di Khalifa Haftar, e l’”Alba libica”.

 Peraltro, Al Serraj, il capo del governo di Tripoli  del GNA, ha proposto, con il sostegno della Turchia, dell’Algeria, della Tunisia, dell’Egitto, a metà del febbraio scorso, un “minigoverno” unitario di transizione con le forze di Haftar, dopo l’incontro tra al Serraj e il generale di “Operazione Dignità”.

 Quindi, Ankara gioca su più tavoli. Altro che i militanti di Misurata, da soli.

  Ed infatti, alla fine di maggio u.s., i turchi hanno chiesto, insieme ad altri, un “cessate il fuoco nazionale” per tutta la Libia.

 A parte le comunicazioni riservate tra Haftar e i turchi, gestite dalla ambasciata Usa in Tunisia, Haftar sta gestendo la sua candidatura alla presidenza libica, nel 2018, e inolre le varie e complicate paci separate tra le multiformi organizzazioni, spesso di scarsa durata, del jihad libico.

 E la tensione islamista del partito AKP di Erdogan, comunque uscito dalla tradizione della Fratellanza, sarò gestita in funzione del rapporto tra Mosca e Ankara.

 La Russia ha bisogno di una trattativa efficace con i turchi, che evidentemente se ne fregano, e nessuno glielo dice, della NATO, e accetta una pressione di Ankara sul Nagorno-Karabakh in alternativa ad un accordo paritario sulla Siria.

Peraltro, la prossima base navle a Barca, la terra di origine di Annibale, destinata da Haftar ai russi, sarà anche un punto di riferimento per le navi di Ankara.

 Come si vede, non tutto è bianco e nero, moltissimo è grigio; e tutto, alchemicamente, può trasformarsi nel suo contrario.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France