Il Patriarca Kirill, capo della Chiesa Ortodossa Russa, ha chiamato la guerra russa in Siria, in un suo discorso tenuto il 6 Maggio ultimo scorso, come un conflitto “contro il terrorismo globale” e propone allora una “guerra santa” per liberare da questo “nemico subdolo e feroce” non solo il Medio Oriente, ma tutta la civiltà cristiana.

Russia come “terza Roma”, dopo che la prima è caduta e l’altra è fallita con il suo arrendersi al mondo profano.

I cristiani, aggiunge il Patriarca Kirill, sono in terribile pericolo in molti Paesi; ed è per questo che il capo della Chiesa ortodossa russa ricorda con piacere l’incontro avvenuto, a Cuba, con Papa Francesco.

Un incontro, dice Kirill, “avvenuto nel posto giusto al momento giusto”. E dopo mille anni.

Roma ha capito che la società moderna sta fallendo, e occorre una alleanza di religioni per salvare il mondo, idea stabile del Patriarca di Mosca; e la Russia finalmente può lavorare liberamente con l’Occidente, dopo la fine dell’URSS.

E Kirill è stato certamente il meno filosovietico dei padri ortodossi.

In altri termini, la Chiesa russa, legata a filo doppio al nuovo regime di Vladimir Putin, che mai si dimentica del suo ruolo di credente, ipotizza un accordo, non necessariamente egemonico, con la Chiesa di Roma.

Un accordo per superare i “due mondi”, Est e Ovest, e unire, federandolo, il Medio Oriente, culla della Fede (e delle Fedi) e asse strategico tra Oriente e Occidente.

La Chiesa Cattolica, ormai, per esplicita ammissione e anche per tacita operatività del Pontefice, è divenuta non solo “ospedale da campo” della crisi mondiale ma unico referente geopolitico dei poveri, dei diseredati, del vecchio “Terzo Mondo” che passa da una crisi finanziaria all’altra.

Ma siamo ancora in un’area occidentalista.

La Chiesa di Mosca, invece, intende mantenere il suo tradizionale ruolo in Oriente per divenire la unica  “voce dei poveri” contro il vecchio e nuovo imperialismo, ma in un nuovo contesto multipolare, oltre la vecchia egemonia Usa e occidentale.

Ecco che qui arriva la proposta, sempre del Primate Kirill, di un’unica coalizione antiterrorista operante nel mondo.

Quando, a Mosca, il 19 Febbraio scorso, il Patriarca ortodosso ha ricevuto il patriarca di Antiochia John Yazigi X, nato peraltro  a Latakia e sostenitore di Bashar El Assad, ha infatti ricordato che l’”Isis scredita l’immagine dell’islam agli occhi del mondo intero”.

Kirill vuole separare il jihad dall’islam di massa, e unire quest’ultimo al suo progetto di dialogo interreligioso, che dovrebbe gestire il futuro la nuova distribuzione dei poteri in Medio Oriente.

Che sarà religiosa e comunitaria, non statualistica, oltre quindi le linee, disegnate follemente nei deserti, del Patto Sykes-Picot.

Una strategia comunicativa che, in questo caso, accomuna Kirill a Papa Francesco.

Entrambi vogliono separare il jihad dall’islam attuale, lo abbiamo visto, anche se, sembra a noi che entrambi non percepiscano la profondità della trasformazione pratica e dottrinale che il jihadismo moderno, dalla “resistenza” afghana contro le truppe russe fino a Bin Laden, ha apportato nella simbologia e nella prassi di ogni forma di islamismo contemporaneo.

Dopo il jihad della spada attuale, nulla, anche nell’Islam quietista, rimarrà eguale a prima.

Ma separare il grano dal loglio, in questo caso, può permettere qualcosa di nuovo: l’emergere di un Islam non solo pacifico, ma con due altre caratteristiche: l’essere nazionale, e non vagamente e violentemente universalista, e con un nuovo, forte, rapporto con le autorità politiche locali e regionali.

Un Islam tipico del vecchio Califfato, ma capace di una vasta eco, invece dell’Islam maledetto da tutti e, ormai, alla fine della sua guerra con il suo nuovo califfato.

Per Kirill, l’Isis è infatti  “anti-arabo” e anche “distruttore del Medio Oriente”.

In altri termini, per i leader ortodossi russi, che non parlano certo senza l’autorizzazione di Vladimir Putin, il jihadismo califfale vuole indebolire gli attuali Stati mediorientali per consegnarli ad entità non-statuali dietro le quali il Patriarca vede soprattutto  il Nuovo Occidente, che scioglie le antiche identità nazionali e religiose in un medium postmoderno e duramente materialistico e capitalistico.

Le idee apparentemente “arretrate” del Patriarca Kirill hanno una evidente relazione con la politica estera della Ortodossia di Mosca: aborto, divorzio facile, droga, propaganda dell’omosessualità, sono tutte operazioni di guerra psicologica che mirano a distruggere gli Stati, le comunità religiose e, soprattutto, la solidarietà sociale, al fine di far arrivare l’ateismo ma, soprattutto, l’atomizzazione sociale postcapitalistica.

E sarebbe la fine del Medio Oriente, che diverrebbe un deserto culturale più di quanto non lo abbia ridotto fino ad oggi il jihad.

Per Francesco, peraltro, il superamento del capitalismo, lo ha detto all’incontro del Febbraio scorso con i rappresentanti di “Economia e Unione”, è ormai un dato accertato, superando Egli così la tradizionale dottrina sociale della Chiesa.

Il capitalismo, dice Francesco, “conosce la filantropia, ma non la comunione”.

Per Kirill poi, la cui Chiesa è ben più integrata nel sistema finanziario e politico russo di quanto non lo sia il Cattolicesimo in Occidente, il capitalismo è un bene in quanto produce i beni che vanno ai poveri.

E la Chiesa Ortodossa è, nella visione del patriarca russo, quella che distribuisce il superfluo e corregge la società e la sua economia.

L’Ortodossia, tradizionalmente, è una Chiesa che non è solo sponsa Christi, ma presenza corporea e pratica di Cristo Gesù tra il popolo e nella Storia.

Diverso è qui il caso della Chiesa romana, che opera soprattutto con il laicato cattolico e la persuasione personale; in un mondo ben più antireligioso di quello oggi tipico del mondo slavo.

Nella Caritas in Veritate, peraltro, il meccanismo determinante per la società e l’economia è quello di una cultura liturgica e sacra che genera una economia del dono.

Ma, per Kirill, la pacificazione del Medio Oriente si realizza, certamente, con il nuovo rapporto raggiunto con la Chiesa di Roma, ma soprattutto con la riattivazione della antica “Società Imperiale Ortodossa della Palestina”, che dovrà riacquisire  tutte le immani e antiche proprietà russe in Medio Oriente.

La società vuole riacquistare anche il lato israeliano del monastero dei Santi Cirillo e Metodio, rimettere in sesto quello di  Alexandrovsky a Gerusalemme e, inoltre,  le altre undici chiese e i tre siti ortodossi di proprietà, ancora, della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla madrepatria.

Una delle più grandi e simbolicamente rilevanti proprietà delle Chiese in tutti i Luoghi Santi, che Kirill (e Putin) utilizzeranno con estrema sottigliezza per conquistare le menti e i cuori mediorientali.

La croce della Chiesa slava ha due iscrizioni in lingua russa, molto significative, soprattutto oggi: “Per il bene di Sion non rimarrò in silenzio, per il bene di Gerusalemme non riposerò” (Isaia, 62).

L’idea di fondo del Patriarca russo Kirill è quindi  quella di ritornare alla situazione pre-rivoluzionaria, quando in Siria vi erano oltre 100 scuole e istituti educativi ortodossi, distribuiti in 50 diverse città siriane.

Una immane presenza culturale e politica, che nessuna propaganda mediatica potrà soppiantare.

Già 500 ragazzi palestinesi frequentano oggi la scuola russa, aperta sotto l’Egida della Società Imperiale, a Betlemme.

Per gli ortodossi slavi, la strategia di destabilizzazione in Ucraina e quella in Medio oriente attuale, con il jihad, è una e una sola, e riguarda principalmente la persecuzione delle popolazioni cristiane in tutta l’area, oltre che in quella del Maghreb.

E si ricollega alla geopolitica della destabilizzazione atea e consumistica portata avanti dai Paesi occidentali che hanno fomentato prima le rivolte caucasiche e poi le “primavere arabe”.

Per Kirill, l’occidentalizzazione fuori da UE e Usa è già fallita.

Facile qui intuire come il Patriarcato di Mosca ritenga, non del tutto a torto, come le nefaste “primavere arabe” siano all’origine sia della destabilizzazione attuale del Medio Oriente che della sua scristianizzazione.

Gli Stati occidentali non fanno niente, o pochissimo, per salvare e poi ricevere i migranti cristiani del Medio Oriente, solo la Chiesa Russa e il Vaticano si sono mossi, sia pure in condizioni di difficoltà, generate anche dalla presenza di molti migranti dall’Ucraina.

Una teologia, quella di Kirill, della nuova regionalizzazione comunitaria e religiosa del Medio Oriente, contro la globalizzazione che ha favorito una “modernizzazione” satanica, quella del jihad.

Ecco, quindi, un altro asset della Chiesa di Mosca, che prepara l’espansione della Russia in tutta l’area tra Siria, Iraq, Libano e Palestina, intestandosi la protezione dei cristiani, anche di quelli fedeli a Roma.

E’ proprio qui che nasce l’ulteriore asset ortodosso, quello di proporsi, come dice l’arcivescovo melchita (quindi cattolico) di Siria, Joseph Absi, di far cessare le rivalità tra le Chiese cristiane mediorientali, tutte, che indeboliscono la Fede di fronte a un nemico feroce e senza scrupoli.

Feroce come un fanatico, modernizzatore come un post-moderno.

O Jihad della spada o ateismo di massa occidentalista, distruggere le differenze in Medio Oriente non è l’obiettivo di Kirill e nemmeno di Putin.

Vi sono 22 Chiese locali in comunione con Roma, in tutta l’area mediorientale, e molti sostengono che l’unione tra l’ortodossia e la Chiesa romana dovrebbe basarsi, proprio per le necessità dell’autonomia locale del nuovo Medio Oriente, in un progetto pluralistico di “separazione della comunione dall’autorità”.

Tra gli obiettivi di Kirill, c’è anche quello di sostenere la piccola, ma in crescita, comunità cattolica, ma parlante ebraico, operante in Israele;  oltre a definire date costanti per i pellegrinaggi in Terra Santa, in modo da mantenere un flusso continuo di fedeli dall’Estero.

Per Kirill, le comunità cristiane sono tutte protette in Israele.

E lo stato ebraico può svilupparsi, senza perdere la sua identità, in una entità politica che protegge le minoranze religiose in tutto il Medio Oriente.

La grande presenza di emigrati russi nello stato ebraico fa “sentire a casa” tanti pellegrini ortodossi e l’accordo tra Mosca e Gerusalemme per i passaporti rende oggi tutto più facile.

Anche sul piano religioso, l’ortodossia di Mosca è sostanzialmente un progetto  geopolitico per tutelare, come “maggior azionista” del cristianesimo, le minoranze religiose cristiane in tutto il Medio Oriente, collaborare con il Vaticano che ha ancora una geopolitica filoccidentalista, creare infine un clima culturale e religioso per sostenere le operazioni della Russia.

Insomma, il Pariarca Kirill vuole la collaborazione di Israele al suo progetto interreligioso, stima molto la presenza dello stato ebraico in Russia, che è rilevante, propone poi un rapporto tra ortodossi e ebraismo che prefiguri, in ambito religioso, la relazione bilaterale e preferenziale futura tra Mosca e Gerusalemme.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, la Chiesa di Mosca ha sostenuto la politica di apertura della Presidenza Putin, affermando che tutti i Paesi islamici, colpiti spesso dall’Isis come, appunto, i sauditi, devono entrare in una alleanza interreligiosa contro l’estremismo e il terrorismo, in un contesto multilaterale.

E, all’interno della complessa questione libanese, la Chiesa Ortodossa Slava si rifà, fin dalla visita di Kirill in Libano nel Novembre 2011, al sostegno nei confronti della Siria per difendere la pace e il pluralismo religioso anche nel Paese dei Cedri.

La visita del 2011 era stata programmata con il sostegno del Vaticano e l’apertura di uno specifico rapporto tra la Chiesa Ortodossa con, in particolare, i maroniti, da sempre fedeli a Roma.

Allora, se gli occidentali si alleano, nel Grande Medio Oriente, con vaste comunità di islamici detti “moderati”, la Chiesa Ortodossa di Mosca diviene il polo unitario di tutti i cristiani dell’area, se poi il Vaticano diminuisce la sua presenza nel mezzo del mondo islamico, per evitare ritorsioni o favorire il dialogo con i maomettani in Europa, allora la Chiesa di Mosca imposta una stabile relazione con tutte le fedi religiose nell’area; e se infine l’islam ha una statualità, Mosca ortodossa ci  tratta amichevolmente, se allora l’ebraismo discute in termini teologici, la Chiesa moscovita allarga il dibattito interreligioso anche a Israele.

La costruzione quindi, per Mosca, di una egemonia religiosa, che appare come l’ombra necessaria del progetto putiniano di controllo multipolare del Medio Oriente dopo che gli Usa, per il peso dei propri errori, se ne saranno dovuti andare via dall’area, lasciandola in mano ad infidi paesi “amici”.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France