Il prossimo dieci ottobre vi saranno elezioni, in Liberia, per eleggere il presidente e la Assemblea Legislativa, oltre al Senato.

  La Commissione Nazionale Elettorale del Paese africano, formalmente autonoma sia dall’Esecutivo che dal Legislativo, ha già accettato, nel 2009, un rilevante finanziamento, di ben 17,5 milioni di dollari usa,  direttamente dall’USAID,  per gestire correttamente le precedenti elezioni, del 2004 e del 2014.

 Anche oggi la Agenzia Usa sostiene la Liberia con vari programmi, tutti efficaci e necessari.

 Quando si critica la politica estera Usa, bisognerebbe anche ricordarsi delle migliaia, delle decine di migliaia di volontari che si recano ovunque, con sincero spirito evangelico, per aiutare le popolazioni in via di sviluppo.

 Il Senato liberiano è costituito da due senatori per ognuna delle quindici regioni in cui si suddivide quella nazione africana, ognuno dei membri della camera alta dura nove anni; mentre la Camera dei Rappresentanti ha solo 73 membri.

  Non ci risultano specifici, pubblici, sostegni americani per le tornate elettorali del prossimo ottobre.

 Ma invece abbiamo contezza del sostegno di Washington, anche oggi, alle varie iniziative liberiane per la migliore gestione delle istituzioni di Monrovia, soprattutto per quanto riguarda il loro funzionamento nei confronti dei cittadini, il rispetto della Rule of Law, la libertà dell’informazione, la gestione tecnica dei terreni agricoli, il rafforzamento delle associazioni libere tra la popolazione, la rete insomma della “società civile”, essenziale alla libertà e alla democrazia, come già ci insegnava Hegel.

 Si tratta, qui, delle uniche proposte razionali possibili per evitare che lo youth bulge africano, lo scoppio demografico dei giovani, ormai diffuso in tutte le aree del continente nero, si rivolga direttamente all’Europa, sfasciandole il suo Welfare State e schiantando il suo mercato del lavoro.

 L’Europa, malgrado i fin troppo ripetuti discorsi, non ha voglia, programmi razionali, soldi per aiutare l’Africa prima che essa gli arrivi, in massa, dentro casa.

 Gli USA, invece, l’Africa la conoscono benissimo e, non a caso, hanno fondato l’Africa Command nel 2007, insieme a ben 53 Stati africani ma con la sede centrale in Europa, a Stoccarda.

 Non a caso, dal 19 al 30 maggio scorsi, Washington ha gestito l’esercitazione africana United Accord 2017, per addestrare i militari locali e monitorare le aree africane intorno al Ghana.

 Poi c’è la Cina. Ecco uno dei veri punti di interesse e di sostanziale sviluppo futuro per l’Africa.

 Senza Pechino, non vi sarà reale trasformazione economica in tutto il Continente Nero, e quindi nemmeno in Liberia.

  È poi bene ricordare che Sierra Leone e Liberia sono state, rispettivamente, i Paesi costituiti da schiavi liberati britannici e statunitensi nel 1820 nel caso degli americani e negli anni ’40 dell’ottocento da Londra.

 Ovvio il motivo umanitario e morale, ma vi era anche un fine strategico: nel momento in cui c’era la “corsa all’Africa” da parte delle potenze europee continentali, bisognava creare delle reti di controllo di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia per evitare che le potenze regionali della penisola europea si montassero la testa.

 Né gli Usa né la Gran Bretagna hanno mai cessato di pensare che gli Stati della penisola eurasiatica siano, in effetti, dei pericolosi concorrenti globali.

Ad oggi, però, gli Stati Uniti dipendono dall’Africa per un quarto delle proprie importazioni di petrolio; e per oltre un quarto delle importazioni di petrolio africano i cinesi.

 Basta quindi con le guerre regionali, infinite, tragiche e soprattutto stupide, come quella del Rwanda e le due guerre civili liberiane.

 Rottami della guerra fredda che hanno continuato ad andare avanti anche dopo che il confronto bipolare era morto, come la principessa Sissi sul pontile di Ginevra dopo essere stata accoltellata dal solito anarchico italiano.

 Sobillata fu, quella del Rwanda, all’inizio, da un servizio europeo, le due guerre civili liberiane dalla fame di denaro di qualche ufficiale locale e da piccole beghe tra Stati confinanti.

 E da qualche grande azienda occidentale.

  E allora basta, infine, con l’idea, che è oggi davvero folle, di replicare le vecchie divisioni della guerra fredda dentro l’Africa, con tante piccole rane geopolitiche che si gonfiano fino a scoppiare.

  O magari, cercando di illudere dittatorelli locali da strapazzo per pensare che si possa, con tanta inutile e feroce violenza, estrarre da una popolazione stremata un reddito e delle materie prime da rivendere a basso prezzo agli stupidi occidentali.

 Noi, in Occidente, non siamo affatto stupidi, non abbiamo bisogno di loschi intermediari che gestiscano le materie prime come se fossero monopolisti locali; e nemmeno vogliamo che l’Africa diventi non una serie di stati falliti, ma un intero continente definitivamente votato al disastro.

 Basta, ancora, con l’idea che il Continente Nero sia una riserva di materie prime e nient’altro; oppure una zona in cui tutto sia permesso, magari perfino a spese degli stessi europei, che, per esempio, pagano ancora il cambio fisso del Franco CFA rispetto all’Euro.

  No, l’Africa è un immenso continente che va rispettato, va messo oggi rapidamente sulle sue gambe, ed anche questa è una metafora hegeliana e, soprattutto, non va pensato come semplice reservoir di materie prime che altri lavorano.

 Parafrasando il Mao Zedong del suo primo discorso da presidente in Piazza Tienanmien: popolo africano, ora siete in piedi!

 Il lavoro deve allora rifluire in Africa, deve essere certamente meno costoso di quello europeo, ma occorre comunque che sia a un costo tale da trasformare il sistema sociale, economico, civile del Continente Nero.

 Invece di spedire tante materie prime africane verso aree di elaborazione intermedia ugualmente, se non di più, lontane dalle aree primarie di consumo, che sono le nostre, sarebbe bene insegnare ad una stupida globalizzazione a valorizzare i grandi potenziali locali africani.

 Non si può più immaginare una geopolitica del continente nero gestita da conflitti continui e ferocissimi, e appunto la Liberia ne è una tragica testimonianza, con la sua guerra civile tra il 1989 e il 1996 e la sua seconda fase, tra il 1999 e il 2003.

Tutti conflitti tra i soliti dittatorelli che operavano per le seconde file delle vecchie potenze globali, nuovi padroni che pensavano di ripetere il vecchio gioco delle grandi potenze, il “Torneo delle Ombre”, come lo chiamavano i russi, con pochi mezzi, nessuna idea geopolitica efficace, nessun comando.

 Nemmeno, e questo è davvero grave, della rete di mediatori delle materie prime. Si, certo aumentavano i prezzi, ma diminuiva in modo verticale il consumo.

 E ritorniamo, ora, alle elezioni in Liberia del prossimo ottobre.

 Il presidente del Paese è eletto con un sistema a doppio turno, mentre l’Assemblea Legislativa, composta da 73 membri, lo abbiamo già detto, è votata con quel sistema, pensato più da allibratori per le scommesse di cavalli che non da dei seri politologi, che gli inglesi chiamano il first past the post.

 Ovvero, un meccanismo elettorale che concede l’elezione al candidato che abbia raggiunto la parità dei voti, ma che possa avere inoltre anche un solo voto in più del suo diretto concorrente.

 Ovvi gli effetti: clientelismo, corruzione, manipolazione elettorale, promesse non mantenute, strapotere dei capibastone locali dei vari candidati.

 Sarebbe andato benissimo anche per la Sicilia del secondo ottocento.

 I candidati alla presidenza sono oggi nove.

 Vi è Alexander B. Cummings, capo dell’Alternative National Congress liberiano, già dirigente della Coca Cola, oggi è il presidente della Cummings Africa Foundation.

 Poi c’è George Weah, notissimo (e bravissimo) calciatore che ha passato ben quattro stagioni in Italia.

 Oggi, dopo due elezioni che gli sono andate male, è membro dell’Assemblea liberiana dal 2014.

 Poi, abbiamo a che fare con Joseph Boakai, vice presidente fino al gennaio 2006, ma già manager della Liberia Wood Management Corporation e della Liberia Petroleum Refining Company.

Ecco, il petrolio.

  La Liberia non ne ha, ma possiede circa un miliardo di riserve off shore divise in 30 concessioni, 17 di mare profondo e 13 zone marittime “ultra deep”, e la Exxon Mobil aveva peraltro iniziato le prospezioni già nel 2011, ma l’epidemia di Ebola aveva bloccato tutto.

  Nel 2017, ma solo alla fine di quest’anno, Exxon Mobil ricomincerà a scavare. Credete che questo non sia estraneo alle elezioni di ottobre? Avete perfettamente ragione.

 Tra i candidati, vi è inoltre Charles Walker Boakine, avvocato e socio di un importante studio legale di Monrovia.

 Capo del Liberty Party, già alleato del Congresso per il Cambiamento Democratico, oggi i due vecchi elementi della coalizione che, in termini europei, definiremmo di centro-sinistra, sono nemici dichiarati.

 Poi c’è tra i candidati presidenziali anche Prince Johnson, senatore della Contea di Nimba, assassino dichiarato, durante la prima guerra liberiana, 1989-1997, del capo golpista Samuel Doe e, per un pelo, non del cleptocrate James Taylor, che pure diventò presidente della Liberia nel 1997.

 Il Guinness book of Records ritiene, lo notiamo con qualche malizia, l’elezione presidenziale liberiana del 1927 sia stata la più fraudolenta nella storia del mondo, ma anche oggi non si scherza.

 Poi, sempre tra i candidati del 2017, vi è Benoni Urei, ricco uomo d’affari, o anche Jeremiah Wapoe, un altro uomo d’affari e ancora Richard Miller, un altro businessman.

 Ma la nostra beniamina, lo diciamo francamente, è Macdella Cooper.

 Ha creato da tempo la sua omonima fondazione, per la salute e lo sviluppo culturale e civile dei bambini e delle donne liberiane.

 All’insorgere della prima guerra civile locale, è andata in esilio prima in Costa d’Avorio ed è poi migrata negli Usa nel 1993.

MacDella Cooper Un degree in Comunicazione, al College of New Jersey, poi la vita, il lavoro, la realtà, l’esperienza conoscitiva del mondo.

 Inizia come indossatrice nel mondo dell’alta moda, poi ha cominciato a disegnare modelli per le più grandi firme del settore dell’abbigliamrnto internazionale, sia negli Usa che in Europa.

 Nel 2003 lancia quindi la sua fondazione, di cui abbiamo già fatto cenno, con una sede nella contea di Margibi, in Liberia, a Charlesville.

 Ed è qui che viene fuori il programma politico, razionale e possibile, ma soprattutto utile per tutti, di Macdella Cooper.

 In primo luogo, educazione gratuita per tutti i bambini liberiani.

 Oggi, il livello di alfabetizzazione è, laggiù, del 63,5% per i ragazzi e del 32,2% per le giovani donne.

 Tra gli adulti, il grado di alfabetizzazione è molto scarso, il 42,9%, mentre le iscrizioni alle scuole primarie riguardano oggi solo il 41% di tutti i bambini.

 Nessun Paese può davvero sopravvivere con questi dati riguardo all’istruzione.

 Sono cifre che prefigurano unicamente il caporalato, la fame endemica, il basso ma inevitabile livello tecnologico delle industrie locali, estere o nazionali non importa e, poi, come è naturale, la degenerazione criminale della politica e, quindi, della spesa pubblica.

 Come finanziare allora questo nuovo e intelligente welfare state africano, il che è ancora più improbabile in un Paese, la Liberia, che ha tutte le istituzioni, anche quelle più irrazionali, modellate sulla anglo-saxon idea, come la chiamava Carrol Quigley, il professore inascoltato di Clinton?

 Macdella propone un controllo sulle risorse naturali liberiane.

 Ottima idea.

  Ma dobbiamo fare i conti con quello che Stiglitz chiama il resource course e, inoltre, con la volatilità eccessiva dei prezzi delle materie prime, dominati dai futures occidentali e, quindi, dalla speculazione, che si riversa sulle materie prime quando non c’è altro da mordere.

 Quindi, o si costituisce una Autorità dei Prezzi e delle vendite, che sta attenta ai prezzi internazionali ma soprattutto a non farsi truffare, un ente nazionale e statale, ma è proprio la “maledizione delle risorse” di cui parla Stiglitz a farci pensare che essa diventi una area di rent seeking, ricerca della rendita clientelare.

  Oppure, si vendono le materie prime liberiane, prodotti agricoli, oro, ferro, diamanti, gomma, legni pregiati al miglior offerente. Con una asta regolamentata dagli usi internazionali e dalle leggi liberiane.

 Eccoli, i clienti: la Cina, gli stessi Usa, che non sono il diavolo con cui li si dipinge, Israele.

 Con materie prime rare, una parte del prezzo la fa sempre l’offerta.

 Quando infine si deve aumentare il prezzo di quel che si vende, si diversifica l’offerta. Non vuoi l’oro liberiano? Lo venderemo ai cinesi o al Giappone.

 Poi, la nostra Macdella parla di salute.

   Una questione centrale, nel Paese in cui Ebola ha mietuto almeno 11.000 vittime.

 Per non parlare qui della malnutrizione, della corruzione e della mancanza di strutture sanitarie pubbliche, sottoposte alla folle e maligna religione della “liberalizzazione”.

 Certo, se si liberalizzano le attività economiche, aumenta il reddito medio, ma siamo sicuri che un lavoro che ti porta due dollari in più al giorno ti possa permettere anche delle buone terapie?

 E’ questa la fallacia dell’argomento generale, già maliziosamente descritta da Pareto.

 Il 35% dei costi della salute sono infatti, in Liberia, a carico degli stessi pazienti.

 Che sono, statisticamente, i più poveri. Una razionalità economica a rovescio.

 Nel 2015, poi, per qualche tempo, l’intero Paese africano è stato privo del 77% delle sue medicine di base.

 E l’Ebola, ricorda Macdella, è stata soprattutto debellata dalla buona volontà del popolo liberiano, dagli aiuti internazionali, meno significativi di quanto non si creda e, in particolare, dagli sforzi della Cina.

 Come si farà a pagare il sistema sanitario pubblico liberiano, essenziale come l’istruzione o addirittura di più per risalire la china del sottosviluppo?

 Una quota, da stabilire, della OMS, che viene trasferita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, una quota di aiuti strutturali (medicine, ospedali, centri di formazione per medici e paramedici)  finanziata da parte della UE, che ormai crede che l’Africa di oggi sia quelle delle antiche carte imperiali romane, dove vi era scritto hic sunt leones, “qui ci sono i leoni”, poi ancora una grande quota a carico del volontariato internazionale e, poi, infine un sostegno diretto  da parte di Cina e Israele.

 In altri termini, cari amici liberiani, cara Macdella, se vi vendete subito a un unico padrone il vostro prezzo scenderà fino a non poter pagare i costi di produzione.

 In termini meno metaforici, non vi fate mettere le manette da nessuno, ad Est come ad Ovest.

 Vedrete poi come, magicamente, anche i prezzi delle vostre materie prime si stabilizzeranno.

 Anche qui, Macdella Cooper vuole l’accesso gratuito alle cure, altrimenti risuonerebbe, anche a Monrovia, la frase infame di Maria Antonietta di Francia, “se non hanno pane mangino le brioches”.

 Il liberismo è stato inventato, dai teorici della Mont Pèlerin Society, come uno strumento per l’aumento generalizzato dei redditi, ma se uno deve pagarsi tutto da solo, dalle pensioni alla salute alla scuola, mi si dice come si fa ad aumentare i guadagni e il risparmio? Sono giù tutti ricchi?

 E pensare che il Codice di Camaldoli, elaborato alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai migliori intellettuali cattolici italiani, aveva già risolto tutto.

 Parliamo poi dell’energia elettrica. Che arriva solo nel 10% delle case liberiane.

 Manca anche, talvolta, in Liberia, il carburante, gestito dal monopolio locale.

 E se, cara Macdella Cooper, si rompesse quel vostro monopolio interno e, magari, si chiamasse la nostra ENI, che ha una magnifica tradizione di equilibrio e di rispetto delle popolazioni africane?

 L’energia elettrica è, guarda caso, unicamente fornita da generatori diesel.

  Chi li gestisce, a parte quelli privati? Lo avete già capito.

Il Millennium Fund ha siglato, nel 2015, un contratto da 257 milioni di Usd per la ristrutturazione dell’impianto idroelettrico del Monte Coffee, ma occorre una autorità autonoma che regoli il sistema energetico.

 Autorità autonome, che rispondano solo a Lei se, come speriamo, sarà eletta Presidente, sono la chiave amministrativa e politica per non avere a che fare con la immensa, corrotta, nemica burocrazia locale.

 Si ricordi, signora Macdella Cooper, che, come diceva Machiavelli, gli uomini “vanno vezzeggiati o spenti”.

 Altra tematica, giustissima, è quella del decentramento.

  Si tratta qui di portare i servizi, la salute, l’istruzione a tutti i liberiani, evitando peraltro il destino delle grandi città generate unicamente dalla grande povertà, come è accaduto già a Haiti, poi in America Latina, e certamente anche in Africa, basti pensare al Cairo o alla Federazione Sudafricana.

 Il programma di decentralizzazione è antico, risale in Liberia al 2012, ed è stato finora sostenuto dalla UE, dallo stesso governo liberiano, dall’efficiente e umanitario esecutivo svedese, dalla missione in Liberia dell’ONU e dall’United Nations Development Program.

 Tutto benissimo, ma siamo sicuri che, in periferia, la burocrazia liberiana si comporti come quando ha cento occhi sopra di essa?

 Altro tema essenziale, nel programma di Macdella Cooper, è quello della distribuzione della proprietà terriera.

 È questo l’asse politico per sviluppare la nuova Liberia.

  A Marzo 2017 è stato dato l’avvio alle azioni per sostenere il Lands Right Act, che prevede un ruolo per le organizzazioni della società civile nella gestione di nuovi diritti, sicuri e stabili, di lavorazione e proprietà della terra, di vendita dei prodotti agricoli, di mantenimento di questi diritti per un tempo sufficiente.

 E di stabilizzazione, quindi, al più alto livello possibile degli agricoltori, la vera classe media futura della nuova, libera e ricca Liberia.

 Il rappresentante dell’UE per queste tematiche è, a Monrovia, un brillante funzionario italiano, Alberto Menghini.

 Creare proprietari, sempre, nelle campagne.

  Si pensi, in Italia, a quanto hanno contato nella nostra storia le lotte per la terra, sostenute dal sindacalismo cattolico (le leghe di Miglioli) e da quello socialista, spesso perfino più “morbido” delle lotte dei cattolici per la proprietà della terra.

 Non si capisce niente, dell’Italia, se non ci risuona all’orecchio il grido “la terra ai contadini!” che è passato dal socialismo ai cattolici, poi ai repubblicani e, infine, perfino al fascismo della “bonifica integrale”.

 La terra ai contadini, la terra a chi la lavora, deve essere il grido di tutte le forze politiche africane responsabili, ancora oggi.

 Non eradicare allora, lo dice Macdella Cooper molto giustamente, i diritti consuetudinari e quelli stabiliti da tutti e da tempo, magari invece si deve censirli e passare da questo pourparler agrario a veri e propri titoli di proprietà.

 Non eliminare, mai, lo dice Macdella, i commons, le proprietà di villaggio in uso comune.

 Giustissimo.

 Se non avessero eliminato i commons agricoli per favorire la migrazione della masse impoverite, e affamate, a lavorare per nulla nelle fabbriche manchesteriane, gli inglesi non avrebbero avuto le colossali crisi alimentari del loro XIX secolo.

 Ecco, mi sono permesso, in simpatia e amicizia, di scrivere alcune note a margine del programma di Macdella Cooper a candidato Presidente della Liberia.

 Mi auguro che Le portino fortuna.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France