La valutazione della iniziativa “One Belt, one Road” della Cina è al centro del dibattito politico nel World Uyghur Congress e delle altre  reti islamiste interne allo Xingkiang. Più specificamente, gli uyghuri islamisti comparano la proposta di Xi Jinping alle altre iniziative precedenti, come “Aprire il Nordovest” del 1992, “Sviluppo Occidentale” del 2000, i forum sullo sviluppo dello Xingkiang del 2010 e del 2014, oltre alla costituzione, nel 2001, della Shangai Cooperation Organization.

 Tutte iniziative che vengono lette dall’islamismo uighuro unicamente  come atti di repressione dell’insorgenza nell’Est Turkestan e, in particolare,  come elementi di ulteriore controllo del radicalismo musulmano locale.

 Oltre a diluire, spesso in rapporto con paesi islamici, la tensione islamista dello Xingkiang, che verrebbe controllato sia dalla Cina che dai suoi nuovi alleati regionali.

 Vi è inoltre da dire che, nei documenti interni o pubblici del World Uyghur Congress, fa capolino l’idea di una sistematica e possibilmente violenta reazione all’integrazione dell’economia cinese con il mercato-mondo, che è notoriamente l’idea alla base della “One Belt, One Road”.

  Sul piano geopolitico, data la posizione dello Xingkiang, la rivolta islamista uighura potrebbe far molti danni al progetto di nuova Via della Seta, e immaginiamo che la piattaforma dell’islamismo uyghuro sarà utilizzata, in questa chiave,  da tutti i Paesi che vedono come un pericolo la concorrenza cinese, la nuova presenza strategica di Pechino in Asia Centrale, la nuova multipolarità globale predicata dalla Cina di Xi Jinping.

 Lo sviluppo, dicono i vari movimenti uyghuri, viene utilizzato dalle autorità cinesi per marginalizzare e controllare ulteriormente l’islam dello Xingkiang. Non è affatto vero, anzi è vero il contrario, ma il timore strategico dell’islam uighuro è quello di essere circondato da amici della Cina e, quindi, da nemici dell’Islam violento e jihadista.

 E’ quindi da prevedere una prossima sequenza di attentati terroristici, manifestazioni oltre a azioni di guerra psicologica, in questo caso da dirigere verso gli occidentali, che accuseranno la Cina di “repressione” ma, soprattutto, creeranno difficoltà e rallenteranno le attività pratiche collegate alla One Belt One Road.

 Se il progetto di Pechino si realizzerà nei tempi previsti, allora il Turkestan orientale diverrà sempre più irrilevante, sia dal punto di vista economico che strategico;  se invece la One Belt One Road sarà significativamente rallentata dal terrorismo uiguro e dalla sua politica mediatica verso l’Occidente, questo sarà il vero grande  successo degli uighuri, che diverranno il territorio essenziale per lo sviluppo ad Ovest dell’economia di Pechino, con un ricatto che è facile immaginare all’opera.

 Stesso discorso che vale per il “Corridoio Economico Cina-Pakistan” (CECP) che prevede investimenti per 46 miliardi di dollari.

 E’ dal porto di Gwadar, già acquistato dai cinesi, che partirà la “Cintura”, dato che il porto pakistano permette l’accesso al Mare Arabico e soprattutto  evita alla Cina il passaggio dagli Stretti di Malacca.

 La Cina, in effetti, sta finanziando il “benessere”, per usare la terminologia di Pechino, in tutte le aree cuscinetto tra il proprio Stato e quelli confinanti, aree che sono da sempre in tensione nei confronti delle autorità centrali cinesi.

 E qui si deve porre nell’elenco anche lo stesso Xingkiang che, nella visione cinese, deve poter raggiungere un “moderato benessere” il quale, sicuramente, metterebbe molta acqua nelle polveri dell’islamismo locale, sia quello del jihad permanente che nelle operazioni del “jihad della spada”, che pure nello Xingkiang sono già avvenute.

 E ancora, la tradizionale amicizia tra Pechino e Islamabad ha un forte rilievo economico già da oggi, visto che l’interscambio economico tra i due Paesi è oggi di 16 miliardi di Usd annui, per non parlare degli otto sottomarini moderni di produzione cinese venduti al Pakistan, vascelli che sono stati lodati, per le loro caratteristiche tecniche, anche dagli esperti statunitensi.

 Se Pechino crea una rete di forti alleanze con i Paesi islamici ai suoi confini, non ci sono più protezioni garantite per l’islam militante uyghuro.

 L’Afghanistan, tra poco, sarà stabilizzato da una azione combinata tra  Cina, India e Pakistan, mentre nuova Delhi pensa di diventare il vero dominus di Kabul.

 Anche  i taliban saranno rapidamente silenziati, visto che nascono da una costola dei servizi pakistani e che, senza Islamabad, non avrebbero, nemmeno oggi,  né armi né fondi.

  pure  questa è una chiusura strategica, per l’islamismo radicale uyghuro, di grande importanza. Fino ad oggi, infatti, i jihadisti uyghuri che avevano combattuto in Afghanistan erano circa un centinaio, ed alcuni di essi sono già ritornati nello Xingkiang.

 Inoltre,  il  venture capital in Cina è in grande espansione, e tra poco, anche per decisione politica di Pechino, toccherà anche aree selezionate dello Xingkiang.

 Se non ci sono più i poveri, lo sanno bene i vecchi  marxisti-leninisti cinesi, manca il combustibile per  ogni rivolta, religiosa o sociale che sia.

 Intanto, molto pubblicizzato dalle reti web legate al WUC, c’è un elenco di alcuni nomi che dovrebbero essere liberati dalla “repressione” cinese  grazie alle pressioni della UE.

 Si tratta di Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace, Ilham Toti, economista uyghuro, Wang Quanzhang, avvocato legato al movimento Falun Gong, una setta che molto operò ai tempi delle manifestazioni in Piazza Tienanmen e, non potevano certo  mancare alcune femministe.

 Mettere insieme reati e comportamenti molto diversi tra loro è una classica tecnica da guerra psicologica, alla quale gli europei abboccano sempre.

 Il movimento uighuro utilizza poi, sempre più spesso, le aree radical-libertarie della politica europea, storicamente più sensibili alle tematiche tibetane, per diffamare la Cina e, soprattutto, per imporre un collegamento tra le aperture economiche di Pechino con il resto del mondo e la consueta tematica dei “diritti umani”, tematica che mette sullo stesso piano manifestazioni puramente ideologiche e azioni politiche violente.

 La nuova legge sulle Organizzazioni non governative, promulgata dal governo cinese nel 2015, intende soprattutto  evitare il soft power occidentale, che storicamente aizza le minoranze contro il centro politico, ma pure sottolinea la grande utilità e il vasto apprezzamento che godono alcune NGO presso il governo di Pechino.

 Del resto, il “National Endowment for Democracy”, una ONG legata alla CIA, sostiene finanziariamente, fin dalla sua fondazione, il World Uyghur Congress, mentre la Soros Foundation mantiene rapporti con gli uyghuri tramite la sua rete in Kirghizistan.

 Né si deve dimenticare che Dolkun Isa, il segretario del World Uyghur Congress, con sede a Monaco di Baviera, è iscritto allo schedario dell’Interpol come autore di “assassinio tramite esplosivo” e gode, oggi, della cittadinanza tedesca. Evidentemente, un atto politico anticinese dei servizi tedeschi, forse in ottemperanza  a richieste di oltreoceano.

 Se, come pare oggi certo, la Turchia sarà infine accettata nella Shangai Cooperation Organization, che sembra oggi essere un obiettivo strategico primario per Ankara, certamente Pechino chiederà al governo turco di cessare ogni e qualsiasi sostegno al movimento uighuro, una richiesta che, prevediamo, sarà rapidamente accettata dai turchi. E, anche qui, si restringeranno gli spazi di copertura, sostegno finanziamento e legittimazione internazionale per il WUC e i movimenti islamisti uyghuri.

 Fonti occidentali, ampiamente riprodotte nei siti controllati dal WUC, si riferiscono in questi giorni  all’arresto di 22 religiosi uyghuri, all’inizio del Ramadan, per proteggere, come dice il governo cinese, la salute degli studenti e per evitare la propaganda religiosa, alla quale è parificato il Ramadan.

 E non bisogna dimenticare che il 22 Maggio e alla fine di giugno dell’anno 2014 vi sono state manifestazioni violente degli uyghuri, con 43 vittime nel primo caso e una dura azione terroristica nel secondo. Il  Turkestan Islamic Party ha la sua centrale di comando in Pakistan, e anche qui il governo cinese chiederà ad Islamabad un favore che l’islam pakistano non potrà negare, pena la rottura delle trattative economiche legate alla nuova Via della Seta.

  Perfino gli analisti strategici Usa ritengono che la rete uyghura non possa non trasformarsi, in futuro,  in una organizzazione simile ad Al Qaeda.

 Ed è a Berlino, il 29 Maggio del 2017, che si sono riuniti intellettuali e professionisti uyghuri per riorganizzare le attività del WUC e delle altre associazioni etniche o islamiche dell’Est Turkestan, dato che il punto vero all’ordine del giorno è quello di contrastare il nuovo ruolo geopolitico di Pechino, sostenere i media occidentali che parlano della “repressione” cinese nello Xingkiang, contrastare, per ora sul piano informativo e successivamente su quello operativo, la nuova Via della Seta cinese.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France