Il presidente uscente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rouhani ha vinto al primo turno, con oltre il 56% dei voti finali, il suo nuovo mandato da Presidente.

  Ovvero, Rouhani ha vinto con 14.619.848 preferenze per il totale di  25.966.729 elettori, e quindi si tratta del 53,6% esatto  del totale dei voti.

 La differenza tra i due dati riguarda il voto disgiunto e quello dato alle sue liste regionali.

 Lo sconfitto principale è comunque Ebrahim Rajsi, una figura importante del clero sciita.

 Tra gli altri sfidanti, che all’inizio si sono presentati addirittura in 1636, subito duramente scremati dal Consiglio dei Guardiani e ridotti a sei solamente, vi erano, oltre appunto a Rajsi,  Mohammed Baqer Qalibaf, sindaco di Teheran, che si è ritirato dalla corsa prima dell’apertura dei seggi, l’ex ministro della Cultura Mustafa Aqa Mursalim, il già  vice presidente della Repubblica Mostafa Hashemi Taba, l’attuale vice Eshaq Jarangiri.

 Si tratta di figure  complesse e comunque di notevole rilievo: Qalibaf è stato, oltre che sindaco della capitale iraniana, capo della polizia dal 2000 al 2005 e, precedentemente, comandante dell’Aviazione delle Guardie Rivoluzionarie dal 1997 al 2000.

 Esperto di geografia politica, Qalibaf è stato anche AD di Khatam al Anbia, una società di ingegneria di diretta proprietà dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione.

 Aveva posto la sua candidatura anche alle precedenti elezioni presidenziali, ma il suo progetto, allora come oggi, era quello di federare tutte le opposizioni conservatrici sotto la sua leadership e proponeva, anche in questo caso, di creare il ministero per il Commercio estero.

 Proporre un nuovo ministero per risolvere un problema non è mai la soluzione giusta.

 Una sottoposizione della politica estera all’economia è il suo tratto più comune, anche nella propaganda del suo gruppo, la “Popolazione per il Progresso e la Giustizia dell’Iran Islamico”.

 Mostafa Mirsalim ha ricevuto solo l’1,17% dei voti.

 Ha una lunga carriera di studi e di attività professionale, come ingegnere, in Francia, è ritornato in Iran allo scoppio della rivoluzione islamica di Qomeini, divenendo capo della polizia nazionale proprio nel 1979, venne poi proposto come candidato primo ministro da Banisadr per mediare con il Majilis, il Parlamento, che era dominato allora dal partito islamico unico.

 Una storia politica a metà quindi tra la repubblica sciita “occidentalista”, figlia di Banisadr e delle spinte nazionalistico-modernizzatrici pur presenti nella rivoluzione del 1979 e la restaurazione identitaria e sciita, tanto che Mirsalim è stato poi, a lungo, consigliere di Ali Kamenei.

 Ministro della cultura e della Guida Islamica dal 1994 al 1998, si è però caratterizzato come un fiero combattente contro gli influssi della “cultura occidentale” nell’Iran della rivoluzione qomeinista; ed è stato inoltre membro del Consiglio per il Discernimento del Sistema, un organo costituito per sanare i contrasti tra il Consiglio degli Esperti e il Parlamento.

 Hashemi Taba è, oltre che vice-presidente, ministro delle Industrie e capo del Comitato Olimpico dell’Iran.

 Ha una linea del tipo che, in Occidente, diremmo “centrista”, è inoltre tra i fondatori del “Partito degli Esecutori della Costruzione”, un raggruppamento legato a Rafsanjani.

 Hashemi Taba ha puntato, durante queste elezioni, soprattutto sulla protezione ambientale e sulla riforma dell’agricoltura.

 Jarangiri è stato il primo vice-presidente del governo di Rouhani, è stato inoltre ministro delle miniere e delle industrie dal 1997 al 2005 con Khatami, poi governatore della provincia di Esfahan e inoltre, per due mandati, membro del Majilis, il parlamento.

 Laureato in fisica, ha acquisito anche un dottorato in management di impresa.

 Probabile catalizzatore di tanti voti riformisti anche nelle elezioni del 2013, si è ripresentato, oggi, in collegamento con l’area che è stata di Rafsanjani, di Khatami e, oggi, proprio dell’attuale vincitore delle elezioni.

 Rajsi è oggi parte del clero sciita e custode e presidente della fondazione Astan Quds Razavi, la bonyad che custodisce la tomba dell’Imam Reza a Mashad, una fondazione da 210 miliardi di Usd l’anno.

 Rajsi è stato inoltre dirigente del sistema giudiziario iraniano e membro della Assemblea degli Esperti del Khorasan meridionale.

 Si è presentato alle elezioni del 2017 come capolista per il “Fronte delle Forze della Rivoluzione Islamica”, una recente (2016) alleanza tra ben venticinque gruppi dell’area conservatrice.

 Tutti i presidenti dell’Iran, comunque, fin dal 1979, sono stati confermati in una seconda votazione e Rohani ha dalla sua due successi evidenti: l’inflazione, scesa dal 40% al 10% e la crescita del PIL, che oggi segna un +4,6%.

 I temi critici, soprattutto per l’attuale e riconfermato presidente, sono soprattutto l’accordo del P5+1, che è stato applicato solo in parte e con le vecchie sanzioni ancora in buona parte efficaci, la nuova tensione con il Presidente Trump, che mira oggi a catalizzare i sunniti contro gli sciiti per un eventuale nuovo conflitto che marginalizzi Teheran, infine la stabilità strategica iraniana, con i conflitti nel Khuzestan e gli attacchi alla frontiera con il Pakistan.

 Quindi, le carte da giocare per Rajsi sono state la sicurezza, appunto, l’unità nazionale e religiosa sciita, poi il senso di sconfitta che aleggia sull’Iran dato il probabile futuro fallimento dell’accordo sul nucleare P5+1.

 L’elettorato giovanile, in un Paese dove l’età media è di 31 anni e dove più della metà della popolazione è nata dopo la rivoluzione islamica del 1979, non ha quindi premiato il voto identitario, nazionalista e antioccidentalista di Rajsi, uomo di Khamenei e suo probabile successore come Guida Suprema.

 La lotta è stata, sul piano elettorale, tra il fronte della continuità dei rapporti con l’occidente e quello della chiusura, che sconta la nuova politica di Trump in Medio Oriente.

 Politica usa che mira ad uno scontro con Teheran gestito dai sunniti e da Israele, con una probabile “piccola guerra” tra Gerusalemme e Hezbollah nei prossimi mesi e uno scontro maggiore tra Iran e Arabia Saudita nei prossimi anni.

 Non a caso Rajsi ha polemizzato, in campagna elettorale, contro il ridimensionamento del sistema nucleare iraniano ed ha puntato il dito verso l’”inaffidabilità degli occidentali”.

 Ma Rohani ha dalla sua parte, come dicevamo, i successi dell’economia: oltre ai dati che già abbiamo riferito, il sistema presidenziale “riformista” (usiamo ancora queste sciocche categorie) ha portato la crescita economica al 12,5% e ridotto la disoccupazione giovanile al 30%.

 Qualche segnale di debolezza del candidato uscente si è  verificato proprio domenica scorsa, quando la macchina presidenziale è stata colpita a sassate dai minatori, arrabbiati per un incidente che aveva ucciso 42 loro compagni di lavoro;  ma un terzo del totale dei  votanti iraniani risiede nelle città, dove Rohani è ancora molto popolare e dove il turnover elettorale, il cambio del voto e degli eletti, è del 40%.

 Nelle città più piccole, dove il clero sciita è ancora potentissimo, il turnover elettorale sale al 90% e favorisce, tendenzialmente, le destre religiose e conservatrici.

 Le Guardie della Rivoluzione, che sono in parte un corpo di coscritti, hanno certamente favorito Rajsi, ma non è detto che la linea politica di purezza rivoluzionaria, antioccidentalista e contraria al JCPOA, all’accordo nucleare, sia del tutto condivisa, anche all’interno dei Pasdaran.

 Nella loro stampa hanno  già definito Rajsi “Ayatollah”, vi sono foto di militari iraniani in Siria che inneggiano al chierico di Mashad; ma intanto Rohani ha inserito molti membri dei Servizi nel suo staff e ha “purgato” molti elementi provenienti dai Pasdaran.

 Khamenei ha fortemente favorito Rajsi, anche durante la campagna elettorale, ma qui la questione vera è un’altra: quanto vale, sul piano elettorale ed economico, il JCPOA e può esso risolvere la crisi produttiva e quindi politica di Teheran?

 I conservatori, che pure in certe loro aree hanno accettato, bon grè mal grè, il P5+1 e il JCPOA, si pongono una sola domanda: se esso risolve in gran parte i nostri problemi economici, quanto costa però la mancanza di sicurezza che ne deriva?

 Inoltre, se l’accordo non avesse effetti risolutivi sull’economia iraniana, rimarrebbe solo il danno geopolitico e strategico alla sua sicurezza.

 Ma, a parte che le imprese delle Guardie hanno, paradossalmente molto guadagnato dal JCPOA, il vero problema è la naturale, ovvia lentezza dei suoi effetti sull’economia iraniana.

 Nei sei mesi successivi alla firma dell’accordo sul nucleare, l’Iran ha riavuto accesso a 4,2 miliardi di Usd  di fondi congelati all’estero e ha aumentato le sue esportazioni di circa 7 miliardi di Usd.

 Le esportazioni di petrolio sono aumentate, sempre nel semestre successivo all’accordo JCPOA, di 400.000 barili/giorno, con 5 miliardi di Usd di maggiori guadagni.

 Il piano economico del governo, votato all’inizio di quest’anno, prevede poi 30 miliardi di nuovi investimenti dall’estero, oltre ad altre attività di finanziamento estero diretto e di investimento nazionale, mentre erano solo 4, lo ricordiamo,  i miliardi disponibili per investimenti  al tempo delle sanzioni.

 E’ poi da ricordare che l’Iran ha acquisito il 2,8% della banca per le Infrastrutture in Asia.

 Le banche sono però  il vero punto debole del sistema economico di Teheran.

 Bassa liquidità della banca di emissione, per ovvi motivi antinflazionistici,  moltissimi non performing loans, pratiche bancarie disomogenee, corruzione, un sistema bancario, insomma, che è rimasto isolato dal resto del mondo per molti anni e oggi non ha più idea di come si siano  trasformate la finanza e la banca.

 Basti pensare che, nel 2012, tutte e trenta le banche iraniane sono state disconnesse dallo SWIFT e, ancora oggi, dopo la parziale cessazione delle sanzioni, molti degli istituti di credito iraniani si trovano in difficoltà ad usare il sistema della Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications.

 Per l’aggiornamento della sola industria estrattiva, gli esperti iraniani ritengono poi necessario un investimento di oltre 100 miliardi di Usd.

 Se continua così, quindi, tra difficoltà oggettive e riarmo saudita e sunnita, la popolazione iraniana, che all’inizio sosteneva fortemente, secondo i sondaggi, il JCPOA al 42,7%, vedrà, come oggi accade, raffreddare il suo entusiasmo  al 22,3%).

 Tra le cause della crisi economica, la popolazione iraniana vede, al 27%, la cattiva gestione dello stesso Rohani, ma al 45% incolpa della crisi economica le condizioni esterne che non sono sotto il diretto controllo del neopresidente.

 L’aumento delle esportazioni di petrolio, poi, è stato in gran parte neutralizzato dalla caduta del prezzo del barile.

 Il prodotto iraniano non-oil salirà comunque meno del 3% annuo, mentre Rohani ha come obiettivo primario quello di abbattere l’inflazione, quindi non sosterrà la spesa in deficit dello Stato, che è in gran parte welfare, diretto o mascherato.

 Il meccanismo psicologico e propagandistico, che si è mostrato in queste elezioni presidenziali, è quindi, a livello di massa, un sempre maggiore pessimismo per gli effetti economici del JCPOA e una sensazione di debolezza strategica di fronte alle nuove minacce per la sicurezza iraniana, oltre ad una sorta di sfiducia per come sembra che l’Occidente voglia far di tutto per destabilizzare, marginalizzare e impoverire il popolo iraniano.

 Rohani ha trovato le masse iraniane ancora relativamente ottimiste sulla crescita economica e l’apertura di Teheran al resto del mondo, ma se questo non accadesse i conservatori riprenderebbero rapidamente il potere.

 La domanda è retorica: Cosa interessa quindi a noi, in Italia e in Europa?

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France