Se le due Coree si riunissero, come era nei progetti dell’anno 2000, con la dichiarazione  congiunta del 15 giugno proprio di quell’anno, avremmo avuto una fusione irragionevole di due principi politici radicalmente diversi tra di loro.

 Seoul ha scelto di essere una periferia dell’impero americano, che usa quell’economia in funzione dei suoi cicli interni e delle sue tecnologie mature, che esporta utilizzando il costo basso della manodopera e di alcune materia prime.

 Il Nord ha giocato la carta della guerra fredda, sostenuto solo in parte da Pechino e Mosca, che hanno utilizzato Pyongyang come blocco dell’Occidente e hanno pagato questo impegno della Corea Settentrionale con la stabilità politica e qualche aiuto economico.

 Ma la guerra fredda è  davvero finita, e questo vale sia per il Nord che per il Sud coreano.

 Occorre pensare nuovi mondi e nuove “regole per superconcetti”, per usare una frase di Wittgenstein.

 Tradizionalmente l’unificazione è pensata come  Confederazione, criterio sostenuto dalla Repubblica di Seoul o vi è anche la linea, da sempre sostenuta a Pyongyang, della federazione con ampia autonomia per le due zone.

 I due meeting intercoreani, tenutisi il primo nel 2000 e il secondo nel 2007, con il primo incontro tale addirittura da far comminare al presidente di Seoul un Nobel per la Pace per la sua Sunshine Policy, hanno avuto ottimi risultati economici (area di libero commercio di Kaesong, la zona turistica del Monte Gumgang, tra gli altri) ma nessun dato politico efficace.

 Anzi, nel novembre 2010 il ministro per la Riunificazione della Corea del Nord ha ufficialmente dichiarato la Sunshine Policy un fallimento.

 Succede sempre così, quando i politici si occupano solo dell’”immagine”.

 Ma analizziamo qui ancora  meglio le politiche di riunificazione che oggi vengono proposte, anche da autorevoli think tanks statunitensi.

 L’eccesso di psicologismo, il difetto che Husserl vedeva nella filosofia europea a lui contemporanea, caratterizza ancora l’analisi  nordamericana dei fenomeni strategici in Asia e in Medio Oriente

   E quindi la fenomenologia delle élites, sia del Nord come del Sud coreano, è spesso piuttosto semplificata e priva delle necessarie sfumature.

Non sono così rilevanti come appaiono a prima vista gli “stati mentali” o le tendenze soggettive dei veri membri delle due classi dirigenti.

 I fatti hanno la testa dura, diceva Voltaire, e le élites non vivono di psicologia, ma di verificabili e importanti privilegi, che qualcuno deve pur pagare.

 Intanto, il testo fondativo del Partito dei Lavoratori della Corea del Nord ripete ancora oggi che è la conquista militare del Sud l’obiettivo strategico (e economico) primario del regime di Pyongyang; per non parlare del fatto che la classe dirigente del Nord è selezionata con criteri militari e nazionali, mentre quella del Sud è più tecnocratica e meno prona ad accettare la linea di un confronto militare.

 La differenza non è marginale. Le élites di Seoul scapperebbero, nelle more di un conflitto intercoreano, negli Stati Uninti, credendo di essere a casa, quelli del Nord farebbero la loro guerra fino alla vittoria.

  I nostri amici americani, peraltro, fanno in questo contesto asiatico  l’esempio della “de-baathificazione” nell’Iraq dopo Saddam Husseyn.

  Mai esempio fu più pericoloso per la tesi che esso intende sostenere.

 L’eliminazione del Baath, partito-Stato  e meccanismo selettivo e fidelizzatore della classe dirigente in Siria e Iraq è stata, al contrario, una vera e propria follia strategica, che ha svuotato l’Iraq e lo ha reso viable, certamente, per usare una terminologia tipica dell’analisi strategica a Washington, ma non alla “democrazia” bipartitica di moda tra gli anglosassoni, ma al regime iraniano e, poi, al jihad della spada sunnita del Daesh.

 Ovvero, alla spartizione delle aree di influenza in un Paese, l’Iraq, che ha una maggioranza della popolazione sciita e un’area sunnita che è ormai, tramite il jihad, è divenuta massa di manovra geopolitica delle potenze del Golfo.

 Ogni manipolazione del patrimonio storico dei popoli e delle Nazioni non può non portare ad una loro frantumazione in nuove aree di influenza, che spesso non sono state nemmeno previste dai folli “ingegneri sociali” che credono, come accadde al primo governatore americano di Baghdad, di utilizzare per il traffico viario, nella capitale iraqena, le stenne leggi di Boston.

 E anche la Turchia ha messo le mani in Iraq, naturalmente  per  sistemare la questione curda.

 E Ankara  sembra farsi peraltro beffe di ogni “linea” elaborata all’interno della NATO,  di cui peraltro la Turchia  fa parte.

 Dalle guerre nei Balcani, nate per evitare la globalizzazione degli idrocarburi russi verso l’Europa e il Mediterraneo, alla utilizzazione in massa del jihad afghano, già allora, per destabilizzare e molecolizzare il sistema politico post-jugoslavo, alla destabilizzazione stabile, mi si passi questo ossimoro, del Maghreb con le sciocche “primavere arabe”, da concludersi con la fine della Siria e il suo spacchettamento etnoreligioso, sembra oggi che la strategia globale degli USA punti ad una frantumazione di ogni quadrante geopolitico.

 Ma, se tutti i Paesi divengono “liquidi” e viable, ogni contagio politico tende a moltiplicarsi e ad aggravarsi.

 Si pensi, oggi, alla Macedonia e al progetto, non tanto nascosto, di arrivare ad una Grande Albania islamizzata, capace di tenere testa alla Serbia slava e, quindi, filorussa.

 L’idea, tornando alla linea USA in questo quadrante coreano, è quella di una riunificazione che crea un interesse favorevole per le classi dirigenti nordcoreane.

 Come? Il sistema di Pyongyang, caratterizzato sul songbun, il sistema delle caste tradizionali, si divide ulteriormente in altri 51 sottogruppi.

 Naturalmente, il criterio principale è la fedeltà al Regime, come ovunque, e quindi non vedo come l’élite della Corea Settentrionale possa accettare una riunificazione soft, in cui Pyongyang perde inevitabilmente una quota di potere, per mantenere l’egemonia, in meno e con peggiori “premi” elitari, in una eventuale riunificazione pacifica con il Sud.

 Secondo i calcoli più affidabili, circa 4,4 milioni di nordcoreani possono far parte della “classe dirigente” locale ma, come ben sanno i lettori di Pareto e di Veblen, tutte le classi elitarie sono intrinsecamente frazioniste e devono avere forti incentivi sia simbolici che materiali per sostenere il regime che le mantiene.

 La psicologia e il mito democratico non bastano.

  Si veda qui il fenomeno dell’Ostalgie che ha preso una buona parte di cittadini ed elettori della vecchia Germania Est dopo la riunificazione, Nost-Algie del posto fisso, della mancanza di disoccupazione, del welfare autoritario ma efficace del vecchio regime della SED.

 E il denaro non paga comunque il simbolo, mai, quindi gli incentivi immateriali devono essere sempre maggiori di quelli materiali.

  Si parla poi di una amnistia selettiva per i defezionisti del Nord?

  E Perché mai?

  Come farebbe la Corea del Sud a sostenere questa nuova quota di classi dirigenti frustrate provenienti da Pyongyang, e quale sarebbe infine  l’obiettivo strategico di questa operazione?

 Lo svuotamento del regime di Pyongyang dall’interno, si suppone, ma siamo davvero sicuri che la classe dirigente del Sud possa tranquillamente raddoppiare di volume, magari integrando quelle quote del Songbun del Nord che sono già avvezze alle transazioni illecite?

 Poi, la riunificazione non porterebbe nessun vantaggio concreto alla popolazione della Corea del Sud.

 Anzi, si tratterebbe di sostenere una popolazione, circa il 50% di quella dell’area del Nord,  che è largamente al di sotto degli standard economici tipici anche dei ceti popolari della Corea Meridionale.

 Secondo i nostri calcoli, ciò creerebbe, per i cinque anni successivi alla riunificazione, un debito pubblico almeno del 24% in più di quello previsto, che è già intorno al 40% e in un contesto di crescita debole, dovuta alla crisi prima e alla saturazione del mercato USA e alla contrazione di quello interno.

 Essere un client state non paga mai.

 In altri termini, questo tipo di unificazione porterebbe  certamente al default del governo di Seoul.

 Inoltre, la Corea del Sud sconta oggi l’incertezza politica, dopo l’impeachment del Presidente Park Geun Hye, per non parlare della già citata compressione dei consumi interni, derivata da un eccessivo legame ciclico con l’economia Usa e, da non dimenticare, dal calo delle esportazioni verso la Cina.

 Con una crescita prevista del 2,6% per tutto il 2017, Seoul non ha sicuramente il potenziale per assorbire o per rendere credibili i suoi debiti generati dai costi della riunificazione, elitaria o di massa che sia.

 Anche la demografia non aiuta, dato che la popolazione della Corea meridionale dovrebbe iniziare a calare strutturalmente l’anno prossimo.

 Certo, ci sono le braccia del Nord, ma la forza-lavoro ha un costo di formazione, oltre naturalmente al costo dei mezzi di produzione che dovrebbero garantire il lavoro, appunto,  alle braccia del Nord.

 Sono occorsi oltre venti anni per avere, e ancora non ci sono riusciti, malgrado la manipolazione dell’Euro e i colossali investimenti tedeschi, una omogeneità economica e sociale tra Germania dell’Ovest e la vecchia area della DDR.

 E’ sempre bene ricordarlo.

  E la Germania, nel momento della Vereinigung, era la terza economia del Pianeta, non certo la rispettabile ma ben più piccola Corea del Sud.

 E la Cina? Evidentemente non è interessata alla riunificazione coreana.

 Se, infatti, ciò dovesse accadere sarebbe la ripetizione, nel Terzo Millennio, della unificazione tra Nord e Sud italiano, e la “linea” economica e politica sarebbe dettata in questo caso da Seoul, non da Pyongyang.

 E questo, come è facile immaginare, non piace a Pechino.

 Che ha tutto l’interesse a congelare ogni questione geopolitica in Asia, operando con gli Stati periferici come gli Orazi con i Curiazi, separandoli e poi legandoli con accordi bilaterali.

 Nulla Pechino vuole, in Asia, che porti  alla creazione di un nuovo blocco strategico capace di dettare alcune condizioni al sistema geoeconomico e militare cinese.

 E, dato che la Corea del Sud è sempre  un client state degli Usa, l’unificazione verrebbe calcolata, in Cina, come un aumento indesiderato del potenziale nordamericano nell’area di rispetto delle sue coste orientali e meridionali.

 Ma, per molti versi, nemmeno Washington beneficerebbe della riunificazione coreana.

 Se non vi è più una motivazione tale da mantenere vaste truppe in Corea del Sud, la correlazione degli interessi Usa dovrebbe inevitabilmente cambiare, lasciando scoperta la penisola coreana mentre Washington dovrebbe reinviare le sue FF.AA. nel Pacifico, intorno al Mar Cinese Meridionale e nella zona di rispetto giapponese.

 Né Pechino né, oggi, Tokyo,  apprezzano questo nuovo scenario del potere militare americano in Asia.

 E, se gli Usa mantenessero una quota rilevante  di truppe nella nuova Corea riunificata, ciò sarebbe letto, da tutti, solo in funzione anticinese.

 Nemmeno il Giappone beneficerebbe poi della riunificazione, di stile tedesco, tra le due Coree.

 Sia il Sud e, potenzialmente, perfino il Nord, sono ormai competitori globali dell’economia di Tokyo, per non parlare del blocco strategico rappresentato, per il Giappone, da una “zona di coprosperità” imperiale, che la Corea unita interdirebbe.

 Non vi è geopolitica giapponese che non si rivolga a tutto il Sud Est asiatico, non è possibile altrimenti.

 E questo vale per l’Impero, per il Dai Nihon di cui parlava Haushofer nel ‘900, e vale per il Giappone regionalizzato dagli Usa.

 I giapponesi, diversamente dagli italiani, sono stati sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale ma riescono ancora a pensare in grande e a capire davvero le questioni di geopolitica, senza demonizzare il proprio passato e senza adorare il proprio vecchio nemico.

 Allora, che fare? Semplice.

  Riaprire il circolo dei Six Party Talks, finanziare progetti specifici nella Corea settentrionale, aiutare il popolo della Corea di Pyongyang con aiuti umanitari  ma, soprattutto, con una politica di reindustralizzazione pacifica, che va verso la Russia, la Cina, l’UE e, magari, anche verso gli Usa.

 Si dovrebbero muovere subito  la Banca Asiatica per le Infrastrutture e le finanze europee, e  l’Italia è presente nella Banca dell’Asia; e si dovrebbe inoltre ripensare, in una trattativa nucleare di tipo nuovo, al potenziale civile del sistema N di Pyongyang, per fargli vendere energia ai suoi vicini.

 Naturalmente, la ripresa in modo più analitico dei Six Party Talks deve fondarsi su una ricostruzione delle zone economiche libere nordcoreane e con un rapporto efficace con la Russia e la Cina, che dovrebbero diventare i nuovi garanti dell’equilibrio nucleare e economico della penisola coreana.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France