La “linea di Xi Jinping” presuppone la convergenza rapida e omogenea tra obiettivi regionali e nazionali.

  Se tutta la Cina non si “alza in piedi”, nessuna arte di essa sarà al sicuro e prospera.

 Il termine ormai certo è quello “del centenario”, alla fine di questo anno 2017.

 Termine simbolico, politico, sapienziale, strategico.

  In un secolo il comunismo cinese ha saputo sia modificarsi al proprio interno, ma sempre con un forte taglio nazionale, che trasformare grandemente sia il Suo Paese che l’Asia e, in prospettiva, l’equilibrio mondiale.

 Quando Mao Zedong gridava, nella Piazza della Pace Celeste, che “il popolo cinese si era alzato in piedi”, nessuno poteva immaginare come un grandissimo Paese e una civiltà millenaria, per mezzo di un originale modello di socialismo nazionale e rivoluzionario, asiatico ma non succube delle mitologie occidentaliste, avrebbe di lì a poco e poi nella grande durata del secolo cambiato prima la Cina, poi l’Asia, poi ancora il resto del mondo.

 I termini stabiliti da Xi Jinping sono quindi oggi chiarissimi, come è nel suo stile rapido, essenziale, antiretorico.

 Entro il 2020, sia il PIL cinese che il reddito pro capite, ben più percepibile dalle masse, dovrebbero raddoppiare i livelli già peraltro raggiunti nel 2010.

 Non si deve qui notare l’aspetto semplicemente descrittivo e predittivo, come è nella tradizione della Terza Internazionale, ma il suo essere facilmente raggiungibile, come se tutta l’evoluzione del socialismo cinese oggi lo preconizzasse, malgrado inevitabili errori, ritardi, smagliature, disastri climatici o geopolitici.

 Sul piano economico, Xi Jinping, fin dalla sua elezione, ha sottolineato il nuovo ruolo di una “economia dell’offerta”, pur rielaborata in termini squisitamente nazionali e socialisti.

 Cosa vuol dire?

 Significa che la Cina deve rapidamente, con il “decidere veloce” che Xi impone al Partito, trasformare a spron battuto il suo grande, ma spesso lento, apparato produttivo.

 Il Presidente, infatti, ha fatto ammettere, con un successo di immenso rilievo internazionale e interno, il renmimbi tra le valute di deposito del Fondo Monetario Internazionale.

 Questo vuol dire che, in una sequenza rapida di svalutazioni successive e precedenti, perfettamente calcolate, Xi Jinping  ha reso la moneta cinese più aperta alle leggi di mercato e molto più facile da esportare o importare.

 Questo è costato però quasi un trilione di Usd, per coprire le uscite della valuta cinese verso i depositi esteri; ma intanto la divisa cinese è nuovamente utile, senza sostanziali restrizioni, a parte alcune temporanee, per gli investitori esteri nelle zone speciali, come appunto nell’Heilongjiang.

 Altro elemento di forte rilievo, la Cina di Xi ha deciso di favorire i prestiti bancari e, soprattutto, le ipoteche immobiliari.

 Abbiamo già visto che c’è spazio per una operazione del genere e, sempre sul piano finanziario, il leader ha fatto entrare gli investitori stranieri nel mercato azionario, permettendo un collegamento tra Shangai, Shenzhen e Hong Kong.

 Scarso indebitamento immobiliare delle famiglie, scarsa rilevanza dei “bad credits” nelle banche cinesi.

  C’è quindi ancora spazio non inflattivo per una espansione monetaria della spesa delle imprese e, ancora, delle famiglie.

 Peraltro, il Centro politico di Pechino ha chiarito subito che le società periferiche non possono prendere troppo in prestito dalle banche per fare lavori pubblici.

 Che sono legati alla qualità e alla stabilità degli investimenti, naturalmente.

 E, con ogni probabilità, saranno gestiti razionalmente in relazione ai grandi investitori esteri nelle nuove fabbriche della Cina di Xi Jinping.

 Le banche hanno oggi la possibilità, che è un fatto nuovo, di gestire i loro cattivi crediti con una qualche discrezionalità, mentre la sovra-capacità produttiva è ormai un ricordo, soprattutto nei vecchi settori da Prima Rivoluzione Industriale.

 E da Terza Internazionale.

 Le imprese pubbliche hanno oggi poi un management più autonomo, per limitare e regolare la loro concorrenza verso le aziende estere.

 Inoltre, la questione vera è la corruzione, problema primario e strutturale per la gestione e, soprattutto, l’internazionalizzazione globalizzata dell’economia cinese, come ha infatti sostenuto Xi Jinping a Davos.

Le “tigri” e le “mosche” della corruzione sono oggi in fase di eliminazione, e non si capisce la linea di Xi Jinping se non si fa mente locale proprio al problema della corruzione e, quindi, dell’efficacia e della rapidità dell’azione di governo.

 L’altra parte della operazione geostrategica del Presidente Xi è la nuova “Via della Seta”, che ormai integra oltre 100 Paesi, con la Asian Infrastructure Development Bank, che conta ormai 57 stati membri. Fra cui l’Italia.

 Il mio Paese ha già contribuito con 2,58 miliardi di Usd alla “vecchia” ADB, quella fondata nel 1966.

 La nuova partecipazione italiana nella AIDB è poi al 12° posto tra i 57 membri iniziali, con il 2,62%, con la Cina al 26° posto ma con il 30% del capitale.

Si tratta di 100 miliardi di Usd di capitale bancario, non poco, che andranno a sostenere anche gli investimenti esteri nelle nuove zone economiche.

 Qui sarà necessario un tramite tra le nostre imprese che investono in Cina e le nostre banche, o le società pubbliche di tutela degli investimenti italiani all’estero, ma non dubitiamo che sapremo trovare la soluzione.

 Poi, vi è la riforma strutturale dell’offerta di Xi Jinping, di cui abbiamo già fatto cenno.

  Vuol dire in particolare abbattere le imprese-ombra, la sovrapproduzione, storica ossessione di tutte le economie di piano, favorire le fusioni e, soprattutto, tagliare i costi di produzione.

 E qui ritorna la questione, di cui parleremo, della Zona di Harbin, perché la supply side economics di marca cinese favorisce in particolare la qualità della produzione agricola, la protezione e la affidabilità dei marchi, la protezione e, non ultimo, l’aumento del reddito degli operatori agricoli e zootecnici.

Non a caso la Prima Modernizzazione di Deng Xiaoping era relativa all’agricoltura, e oggi la supply side di Xi inizia proprio con la produzione agricola e alimentare di qualità.

 E’ infatti questo il punto che collega il particolare, Harbin e l’Heilongjiang, alla linea nazionale e globale del Presidente.

 Gli investimenti diretti non finanziari cinesi in uscita sono aumentati nell’ultimo anno censito del 44,1%, il che vuol dire che, mentre il capitalismo occidentale si diletta dell’immateriale e della finanza pura, la geoeconomia cinese punta dritta alla produzione dei beni reali o dei modi di produzione.

 E non quindi di filiere produttive mature o morte in Occidente, ma del vertice della qualità globale. E anche questo riguarda Harbin.

 Ci dobbiamo scordare la Cina manifattura del mondo per tutte le aziende che non ce la fanno più con i costi di produzione occidentali.

 Le imprese cinesi sono presenti infine in ben 7.961 aziende operanti all’estero, che sono operanti in 164 Paesi.

 Ecco, quando Xi Jinping ha parlato a Davos, ha detto che la Cina favoriva la globalizzazione, appunto perché la sua economia era già largamente mondializzata.

 E mi immagino quegli economisti che non sanno come la distribuzione dei rischi sulle “catene del valore” e della produzione globali siano l’unico modo, ormai di essere immuni da shock asimmetrici, sia finanziari che commerciali.

 Che sono ovviamente collegati, in simultanea o per “preparare” il mercato-bersaglio ad altri bagni monetari o produttivi.

 Ci sono dumping visibili e invisibili, shock valutari imprevisti, ma bisogna sapere navigare in questo mare.

 Il protezionismo qui non ci aiuterà di certo, sarà solo la corda più lunga alla quale ci impiccheremo senza accorgerci.

 Non voglio assistere, spero, alla caduta di interi settori dell’economia europea e Usa, in un baleno, dopo che chi comanda il mercato globale avrà deciso che certe lavorazioni saranno deviate dalle loro fasi occidentali.

 La riforma dell’offerta cinese vede poi la selezione di alcuni specifici settori produttivi e amministrativi.

 È bene notare quindi come la supply side di Pechino veda soprattutto il ruolo della semplificazione amministrativa, che toccherà anche le Zone Economiche, ma soprattutto la riduzione delle tasse, locali e nazionali, la facilitazione dell’accesso al mercato, sempre sui due livelli locale e nazionale, nonché il favorire, e la questione va sottolineata, la concorrenza interna.

 Elementi “liberali” della Riforma di Xi? Si e No.

   La “supply side” cinese vuole eliminare le sacche di rendita improduttiva (e quindi, potenzialmente, di corruzione) e permettere la direzione produttivamente ottima, in senso paretiano, degli investimenti salvati dalla rendita o raccolti all’estero.

 È la metafora della “lotta tra crisalide e farfalla”.

 Non a caso, il deficit di bilancio cinese, e qui i dati sono certissimi, sarà pari a 2,38 miliardi di yuan, ovvero solo il 3% del PIL, con un incremento, peraltro, di 200 miliardi di yuan rispetto allo scorso anno.

 Poco indebitamento?

  Certo, ma quando si vuole comandare in casa propria ed essere creduti dagli investitori globali si deve fare così, solo così.

 Come ha detto anche Vladimir Putin, ogni espansione del vincolo estero sul debito pubblico è una cessione netta di sovranità. Economica, finanziaria, strategica.

 Una parte delle risorse risparmiate dalla supply side saranno poi certamente riversate, dal Presidente cinese e dal Suo governo, nella lotta contro la povertà.

 Se tutti i cinesi non sono felici, nessun cinese è felice.

  Nel solo 2016, e questo vale anche per la Zona di Harbin, la Cina ha portato ben 12,4 milioni di cinesi delle aree rurali oltre la soglia di povertà.

 Ma ci sono ancora 43,36 milioni di cinesi che ancora non ce la fanno.

 Il problema qui è morale, politico, nazionale ma, anche, economico e strategico. Ogni povero è un nemico in casa.

 Ovvero: senza un mercato interno cinese vibrante, mobile, presente, stabile, non vi è crescita socialista del Paese ma nemmeno, ad essere più attenti, capitalistica.

 E non manca, lo ha ripetuto Xi Jinping a Davos, il dato che, tra il 1950 e il 2016, la Cina non ha dimenticato l’impegno internazionalista, con 400 miliardi di yuan in aiuti a Paesi stranieri, 5000 progetti di assistenza, di cui 3000 completati, e la Cina è ancora, dati i risultati dopo la grande bolla capitalistica del 2008, il grande contributore netto alla crescita globale.

 E l’Heilongjiang? E Harbin?

  La proposta che ci hanno fatto gli amici cinesi è interessante, ragionevole e insieme complessa.

 Si compone di quattro aspetti: il commercio internazionale e le Mostre, la tecnica attuale dell’immagazzinamento e della logistica, con tutti gli elementi specifici satellitari, informatici e di controllo di qualità e sicurezza  in ogni fase del trasporto internazionale, la processazione dei prodotti alimentari di alta qualità e dell’elettronica fine relativa, infine la Ricerca&Sviluppo di settore, processo e prodotto, per non parlare delle tecnologie di testing, di raccolta di big data commerciali oltre anche all’outsourcing dei servizi, quando sia possibile.

 Ebbene, lo dico con franchezza agli amici cinesi, occorre davvero la differenza che, almeno per quel che riguarda il food processing, vi sia meno rituale delle mascherine e più controlli di qualità seri.

 Il made in China dell’alimentare deve essere segno di affidabilità, non di seconda lavorazione.

  E qui l’Italia può fare.

 Inoltre, le tecnologie evolute devono essere gestibili anche da controllo remoto, mentre sarebbe bello che, seguendo la “linea del Presidente Xi Jinping”, fosse possibile una fiscalità giusta, rispettosa delle necessità cinesi, ma assolutamente semplice.

 Magari una flat tax da dividere tra governo locale e nazionale.

 Il governatore Lu Hao, che ha una solidissima cultura manageriale e una esperienza seria come dirigente di azienda, richiede a noi italiani una collaborazione nel settore import-export per quanto riguarda, soprattutto, l’alimentare di qualità.

 Ha perfettamente ragione. Il food processing italiano, ce lo richiede sempre Lu Hao, vale anche per la tecnologia di prodotto, in particolare quel prodotto importato per le necessità del nuovo mercato interno cinese.

 Benissimo. Siamo disposti a collaborare pienamente con il progetto di Harbin, ma ci piace, e ce ne occuperemo insieme al governo locale e nazionale, propagandare e creare domanda autopropulsa fin dai primi tempi della nostra presenza a Harbin e nell’Heilongjiang.

 La nuova classe media cinese aspetta il cibo di Harbin, tra l’Italia e la grande tradizione locale.

 Due sapienze millenarie quindi si incontrano, la nostra italiana e quella cinese, per l’alimentare di qualità, che avrà certamente un mercato rilevantissimo. Interno e internazionale.

 Saremo sempre   vicini agli amici cinesi per addestrare il loro personale.

 Gli amici cinesi vogliono poi, giustamente, aziende italiane con lunghe catene produttive.

 Sull’alimentare, basta solo pensarci un momento.

 Siamo certi che la regione dell’Heilongjiang sarà capace di fornire prodotti primari, semilavorati, elementi intermedi che permetteranno ai flussi commerciali internazionali di creare una nuova catena del valore localizzata ad Harbin.

 Mi viene in mente l’acqua minerale, vero tesoro dei nostri tempi, per non parlare delle preparazioni di base che possono essere, naturalmente, integrate a livello internazionale e permettere una base agricola e produttiva iniziale nello stesso Heilongjiang.

 Le granaglie speciali. Le acque minerali con addizioni naturali.

 Le salse tradizionali o i dressing per i cibi carnei o vegetali.

 Basta pensarci un momento.

 Non parliamo nemmeno delle preparazioni pronte e complete per i piatti a base di riso, o delle preparazioni tutto compreso di piatti già pronti, di tradizione cinese o italiana.

 Per le tecnologie di controllo del prodotto, siamo disposti a parlare concretamente di settori automatici di controllo di qualità, di robotica per le analisi a tappeto, di tecniche di commercializzazione settoriale che permettano una produzione temporizzata e senza troppo magazzino del cibo e della sua distribuzione, fino al consumatore finale, ovunque in Cina.

 Ecco la sintesi, che Lu Hao ha correttamente analizzato, tra tecnologia informatica evoluta di processo e alimentare di alta qualità e a prezzo ragionevole, direi di massa.

 Sul piano fiscale, il governo della regione di Harbin propone una esenzione fiscale per quel che riguarda l’IVA sui macchinari propri, i materiali da costruzione, i ricambi, anche per gli uffici e l’amministrazione, il carburante e il magazzino.

 Perfetto. A noi piacerebbe tanto anche una tariffa unica per i trasporti, da trattare prima dell’impianto, in funzione del materiale, dei macchinari e del resto.

 Vogliamo pagare, ma vogliamo sapere quanto e dove; e possibilmente prima.

 Naturalmente, gli amici della regione di Harbin trattano le importazioni necessarie come sconti all’uscita. Va bene così.

 Nessuna tassa per il consumo o l’IVA per beni e servizi trattati tra imprese interne alla zona.

  Bene, ma sarebbe bene specificare che questo vale, appunto, anche per i soli servizi tra imprese.

 Mi piacerebbe anche che delle società di spin off cinesi imparassero, e implementassero, sempre in-house, le tecnologie alimentari e di controllo del prodotto.

 Queste sono cose che può fare solo chi conosce benissimo, e da sempre, il proprio mercato potenziale.

 Siamo disposti a dare una mano a tutti i ricercatori e le piccole imprese cinesi che lo vogliano.

 Sul piano valutario, i beni dello scambio internazionale che entrano nella Zona di Harbin non passano dalle normali procedure di verifica.

 Bene. Ma noi stiamo addirittura pensando ad un “Made in Harbin” che potrebbe segnalare prodotti di particolare qualità e rilievo per il mercato cinese.

  Per gli affitti di impresa e delle infrastrutture, il governo dell’amico Lu Hao, in perfetta sintonia con la “linea di Xi Jinping”, propone condizioni particolari e, immaginiamo, favorevoli.

   Molto favorevoli, peraltro, prevedendo un massimo di tre anni di affitto gratis.

 Tutto benissimo, lo ripetiamo, ma ci piacerebbe che il governo locale e nazionale discutessero con noi il sistema delle infrastrutture, che non vuol dire solo trasporto, ma sicurezza degli impianti, dei magazzini, dei controlli di qualità e fiscali.

 Né è escluso che si possa valutare, caso per caso, la struttura interna delle officine già predisposte dal progetto della Zona Comprensiva di Harbin, che è peraltro un ottimo progetto.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France