La Corea del Nord ha celebrato, il 15 Aprile scorso, il 105° anniversario della nascita di Kim-Il-Sung,  “eterno leader” e fondatore della nuova repubblica della Corea settentrionale.

  “Il giorno del sole” è stato l’occasione per ricordare l’Eterno Leader, paragonato da sempre all’astro luminoso ma, soprattutto, è stato il momento ottimale per realizzare un test missilistico, effettuato la mattina del 16 aprile, proprio all’indomani della grande parata militare e, soprattutto, nel giorno dell’arrivo a Seoul, nella Corea meridionale, di Mike Pence, il vicepresidente USA.

 Il vettore, un KN-15 a medio raggio posto in direzione del Mar del Giappone, è stato lanciato intorno alle 7.18’ del mattino.

 Il missile è però caduto dopo pochi secondi, ma il fatto politico, rappresentato anche dai silos più grandi di ogni altro anno durante la parata militare del giorno precedente, è che, come ha dichiarato il vice-ministro degli esteri di Pyongyang Han Song-ryol, “vi saranno sempre più test missilistici su base settimanale, mensile, annua”.

 Non sappiamo se la caduta del vettore sia stata causata da una imperfezione della programmazione nordcoreana o da una azione di cyberguerra USA, come molte fonti occidentali hanno affermato.

  Il Vice-ministro ha inoltre aggiunto che ogni ulteriore pressione USA sarà letta come un atto di guerra e come una occasione per lo scontro bilaterale definitivo tra Corea Settentrionale e Stati Uniti.

 Mike Pence, poco prima della dichiarazione del funzionario di Pyongyang aveva sostenuto, parlando dalla Corea del Sud, che era finita “l’era della pazienza strategica” degli americani nei confronti del regime di Kim Jong-Un.

 Qui non si tratta di ira o di pazienza, la questione è eminentemente geopolitica e, mai come in questi casi, multilaterale.

 Nei giorni precedenti al “giorno del sole”, il Presidente USA aveva inviato una squadra navale verso la penisola coreana, composta dalla USS Carl Vinson, portaerei da 97.000 tonnellate, accompagnata da un incrociatore lanciamissili, il Lake Champlain, e due cacciatorpediniere, la Wayne Meyer e la Michael Murphy.

 Il significato geopolitico e militare è chiaro: gli USA penetrano in un’area nella quale Pyongyang può inviare facilmente missili o compiere comunque delle azioni militari.

  E, se lo facesse, la squadra navale nordamericana sarebbe capace di uno strike controforze di notevole rilievo e precisione.

 Una portaerei, comunque, ha scarso significato offensivo, visto che i suoi velivoli sono comunque vulnerabili da parte delle forze militari nordcoreane, mentre le operazioni congiunte americane e sudcoreane hanno poi sempre favorito uno scenario di attacco terrestre dalla costa.

La USS Vinson compirà esercitazioni con le forze australiane e, in un prossimo futuro, con i marines giapponesi.

 Comunque, la USS Carl Vinson è un segnale di forza da parte USA da non trascurare: porta 60 aerei e 5000 marinai ma, se è vero che il gruppo navale è capace di colpire alcuni centri strategici della Corea del Nord, è anche vero che la risposta da parte di Pyongyang deve essere messa in conto, è non sarà  certo trascurabile.

 Ma, ripetiamo, lo scontro USA-Corea del Nord non può essere mai letto in termini bilaterali, la questione in gioco è il controllo del Mar Cinese e del Sud-Est asiatico, aree che nessuna nazione asiatica maggiore vuole lasciare nelle sole mani degli USA, e Washington sarebbe molto ingenua a leggere la tensione con Pyongyang come una “sfida all’OK Corral”.

 La Cina, l’unica forza che ha una visione completa dei rapporti di forza nell’area, ha chiesto recentemente a Washington di aprire immediate trattative diplomatiche con la Corea del Nord.

 La Cina non ha peraltro modificato il suo rapporto con Pyongyang, a partire dall’ultimo contatto tra Trump e il presidente Xi Jinping,

 Ma il problema non è, come affermano alcuni dirigenti della Difesa USA, costringere la Corea del Nord a cessare il suo programma missilistico e nucleare, dato che “le armi non si disinventano”.

  Piuttosto si tratterebbe, in un nuovo orizzonte strategico statunitense, di dissuadere la Corea settentrionale concedendo qualche asset di tipo geoeconomico.

  E così conquistare, peraltro, l’appoggio dei maggiori Paesi dell’area.

 Né si tratta solo della sopravvivenza del regime di Pyongyang, che rimarrebbe stabile, probabilmente, anche dopo uno strike nucleare avversario.

  E poi, cosa ci interessa di un regime change in Corea del Nord? Non ci bastano i disastrosi casi delle “primavere arabe” o della Siria? I regimi, da sempre, si cambiano da soli.

 La questione vera, in effetti, è la correlazione strategica tra Cina, Federazione Russia, Iran e, appunto, Corea del Nord.

 I russi sono  i più legati, oggi, a Pyongyang, come riportano spesso le stesse agenzie del regime nordcoreano.

 Il Cremlino ha fortemente ridotto, anche negli ultimi mesi, la crisi economica coreana al Nord;  e sta espandendo la rete ferroviaria  Rajin-Hasan tra i due Paesi.

 Un progetto dal quale la Corea del Sud si è ritirata nel Marzo 2016, mentre Mosca poi sostiene, sul piano energetico, la Corea settentrionale anche durante le periodiche crisi dei rapporti commerciali tra Pechino e Pyongyang, con trasferimenti di idrocarburi dalla Siberia verso Rajin, partendo da Vladivostok.

 Il petrolio russo è stato spesso lavorato nelle industrie nordcoreane, ed ha procurato a Pyongyang valuta pregiata e, soprattutto, la possibilità di rivendere alla Cina proprio i derivati del petrolio russo.

 Almeno 10.000 lavoratori della Corea settentrionale sono già stati inviati in Russia, per sviluppare le infrastrutture siberiane.

 L’idea strategica di Mosca, in questo caso, è quella di divenire un partner strategico sia per Seoul che per Pyongyang, garantendosi un ruolo unico tra i due Paesi che nessun ingenuo gruppo navale può esercitare, alla lunga.

 Peraltro, Mosca blocca ogni emigrazione illegale tra la Corea del Nord e il suo territorio, garantendo a Kim-Jong Un una forte  stabilità demografica, essenziale per il Paese.

 Altro dato determinante, per i rapporti tra Mosca e Pyongyang è, paradossalmente, proprio la presenza, nella Corea del Sud, del sistema antimissile USA THAAD (Terminal High Altitude Aerial Defense) che è visto dai russi sia come un incentivo per i coreani del Nord a proseguire il programma missilistico sia come una vera e propria  minaccia per le relazioni russo-coreane nel settentrione della Penisola.

 Per la Cina, la relazione con il regime di Pyongyang è ancora più complessa.

 Pechino è legata alla Corea del Nord dal Trattato di Mutuo Sostegno e Amicizia sino-coreana del 1961; e la Cina importa e esporta circa i tre quarti della produzione di Pyongyang.

 La Cina non vuole quindi il collasso del regime di Kim-Jong Un perché non vuole, ovviamente, una marea di migranti ai suoi confini, mentre non desidera certo una riunificazione peninsulare diretta dalla Corea del Sud, il che significherebbe decine di migliaia di soldati USA vicini al suo territorio nazionale.

 Invece di spedire navi militari, il Presidente Donald J. Trump farebbe bene a discutere con Mosca e Pechino il futuro della Corea settentrionale, componendo tutti gli interessi: quello giapponese e di Seoul, che non vogliono una minaccia strategica ai loro confini; e quello russo e cinese, che hanno interesse geoeconomici e vogliono, entrambi, un Paese amico diretto verso il Mar Cinese meridionale.

 Qui è la geografia, come già sosteneva Napoleone, a dirigere la strategia militare.

 La diplomazia delle cannoniere è inoltre un residuato dell’Ottocento, o di quando gli USA aprivano forzatamente nuovi mercati alle loro merci, come quando il commodoro Perry aprì il Giappone al commercio internazionale, nel 1853.

 Ma anche Pechino sostiene e vota le risoluzioni sull’attività missilistica e nucleare della Corea del Nord ed espande i propri rapporti con la Corea del Sud, manifestando un ruolo mediatorio che potrebbe essere essenziale in futuro.

 Come quello della Federazione Russa.

 Pyongyang, peraltro, non ha mai fatto sconti al grande vicino cinese.

 Nel 2006, per esempio, ha concesso solo venti minuti di avviso alla Cina prima del suo test nucleare, né oggi, fino ad ora, vi è stato un incontro ufficiale tra Kim Jong Un e Xi Jinping.

 Pechino, fra l’altro, non desidera una Corea del Nord sempre dipendente dagli aiuti stranieri, mentre le sanzioni internazionali bloccano l’interscambio economico Pyongyang-Pechino malgrado l’aumento della produzione nordcoreana.

 Una espansione economica nordcoreana per assorbire l’export cinese sarebbe quindi l’ideale, per la dirigenza del PCC, che imposta da sempre i suoi rapporti con Pyongyang  al fine di  rendere omogenee le due economie.

 Il che è solo una parte degli obiettivi della Corea settentrionale, che vuole una integrazione nel contesto economico costiero asiatico senza “padrini” strategici.

 La relazione tra Corea del Nord e Iran è ancora più complessa.

 Teheran utilizza le società nordcoreane per l’acquisizione, da sempre, di materiali sottoposti a regime sanzionistico, soprattutto in ambito militare.

 Per nessuna ragione l’Iran abbandonerà Pyongyang al suo destino, mentre i rapporti economici tra Teheran e la Corea del Sud si rafforzano in modo significativo ogni anno che passa.

 Certamente, anche oggi il flusso di finanziamenti dalla teocrazia sciita al regno ateo della Penisola coreana è incentrato sulle tecnologie missilistiche e nucleari, ma l’Iran esporta grandi quantità di petrolio anche in Corea del Sud.

 Ma, tornando alla parata del 15 Aprile, essa era iniziata con un climax inusitato di accuse tra USA e Pyongyang.

 E proprio l’11 Aprile i dirigenti nordcoreani avevano dichiarato che il loro Paese è pronto a reagire con un attacco nucleare ad ogni minaccia USA, convenzionale o meno.

 E’ la Cina che, come accade ormi da anni, tenta di gettare acqua sul fuoco delle tensioni tra Pyongyang e Washington.

 La Corea del Nord, fra l’altro, ha un esercito di circa un milione di uomini e sette milioni di riservisti, con mille missili balistici tra cui seicento di tipo SCUD B o C o D e il resto della tipologia Nodong, versione adattata dello stesso Scud, mentre dovrebbero essere alcune dozzine i missili di tipo Musudan Taepodong, i più adatti all’attacco extracontinentale.

 21.00 sono i veicoli militari di Pyongyang, 4000 carri armati, 600 aerei da guerra, 72 sottomarini e tre fregate.

 Le testate nucleari già pronte dovrebbero essere venti, con 5000 tonnellate di agente nervino disponibile.

 Per la cyberwar, la Corea del Nord dispone oggi, nella ormai nota “Unità 121”, di 1800 hacker, addestrati probabilmente da Cina, Russia e Iran.

 Quindi, invece di spedire la versione attuale del Commodoro Perry, gli USA potrebbero accordarsi con Cina e Russia per definire, nella Corea del Nord, un regime economico aperto per le zone economiche speciali di Pyongyang.

 Alcune funzionano, altre meno, ma è questa la carta principale da giocare per unificare gli sforzi tra USA, Cina e Russia in rapporto alla Corea settentrionale.

 Inoltre, sarebbe ragionevole impostare un nuovo round di trattative, ben diverso dai Six party talks già avvenuti.

 Sono terminati, come è noto, nel 2009, in seguito alle polemiche sui criteri di verifica e a alcuni lanci missilistici da parte di Pyongyang.

 Ora, sarebbe necessario creare un linkage tra struttura militare e economia, nella Corea del Nord, tale da garantire la stabilità del suo sistema politico e, dall’altro lato, sostenerne l’economia in cambio di verificabili e razionali riduzioni del suo apparato nucleare.

 Ma può essere questa la linea di una America come quella attuale?

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France