Se non fosse stato per l’Euro, la bilancia commerciale della Germania avrebbe causato una rivalutazione del Marco, che avrebbe reso automaticamente le altre monete europee più “basse” e quindi favorite nei mercati internazionali.

La moneta unica non era nata per stimolare l’export o migliorare la produttività.

Il presidente, allora, della Comunità Economica Europea Roy Jenkins propose infatti per la prima volta una moneta comune, che però si basava anche su un budget comune, pari al 10% della somma di tutti i PIL dei Paesi comunitari.

L’Euro si basava, all’inizio,  sulla teoria dell’economista canadese Robert Mundell riguardante le “aree monetarie ottimali”, elaborata nel 1961;  e si basava poi sul fatto che una economia aperta agli scambi internazionali tende sempre a un basso tasso di cambio.

E, inoltre, in una economia nazionale altamente diversificata lo shock esogeno è sempre, ipotizzavano gli economisti del gruppo di Mundell, molto limitato.

Il che porterebbe un Paese aperto agli scambi e con una economia diversificata ad accettare, in linea di massima, una moneta comune ad altre nazioni.

A condizione però che vi sia flessibilità nel mercato dei capitali e della forza-lavoro e se, ancora, la sua economia è molto diversificata e aperta agli scambi internazionali.

Ma quanto può essere “diversificata” una economia? L’eccesso di diversificazione non porta forse, come è naturale, a un diverso e talvolta negativo  margine di guadagno tra i prodotti?

Le monete nazionali, in questo modello di Mundell, venivano descritte dalla teoria economica  come semplici barriere per il commercio internazionale, come limiti alla produttività e infine elementi di blocco per le operazioni commerciali.

Jacques Delors e Romano Prodi, in quel periodo, teorizzavano che con la sola introduzione dell’Euro l’economia europea rebus sic stantibus  sarebbe cresciuta dell’1-1,5% all’anno.

In seguito, il modello econometrico utilizzato per queste previsioni è stato dimostrato come del tutto erroneo da Perrson e Nitsch, mentre altri tecnici studiavano l’influsso dell’unione monetaria europea sul commercio internazionale.

Anche in questo caso, le analisi svolte sui dati macroeconomici dimostravano come la valutazione degli effetti positivi della moneta unica fosse stata grandemente esagerata.

Per fini politici, evidentemente, l’economia non è tanto una “scienza triste”, ma una retorica che serve a veicolare scelte politiche e sociali.

L’unione monetaria era responsabile, secondo questi modelli più realistici, solo di un aumento del 4,7-6,3% del commercio estero, mentre le previsioni più pessimistiche delle prime analisi sulla crescita indotta dall’Euro parlavano di un +20% o, addirittura, di un +200-300% di aumento  degli scambi internazionali.

Che l’economia sia ideologia mascherata, non lo sappiamo da oggi.

In altri termini, l’Euro non modifica le operazioni del commercio internazionale, ma piuttosto tende a cambiare il competitive pricing.

Non vi è peraltro verifica fattuale di una stabile differenza strutturale tra commercio estero e tasso di cambio.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra l’altro, un declino del 10% nel tasso di cambio comporta un aumento medio dell’1,5% del PIL.

E’ l’ennesima dimostrazione di come una sana svalutazione fa bene al commercio internazionale.

La moneta unica sempre “alta” ha inoltre reso difficile la ripresa nelle nazioni dell’Eurozona, mentre altri Paesi europei, come la Svezia, sono riusciti a ricostruire rapidamente il loro tessuto economico.

Ciò implica che l’Euro non ha potuto far niente per evitare la crisi, salvo che in Germania, dove il PIL pro capite cresce incessantemente dal 1999 ad oggi.

Per quel che riguarda gli investimenti in capitali fissi, è andata bene solo alla Francia, al Belgio e alla Finlandia.

Portogallo e Grecia sono caduti ai livelli di investimenti sul capitale fisso degli anni ’80, mentre l’investimento in capitale fisso per abitante (abitazioni, infrastrutture, strade, ferrovie, aeroporti, macchinari, etc.)  è stato fermo sugli stessi dati dal 1999.

Entrato l’Euro, cessati gli investimenti infrastrutturali.

E la crisi della moneta unica e dell’Eurozona inizia, come è stato più volte notato, dalla tragica situazione della Grecia.

Atene vale quasi il 3% del PIL della zona Euro, e la crisi bancaria che segue alla tensione in Grecia, in Spagna prima e poi in Germania, per poi arrivare in Italia, non si risolve in quel momento  con l’Unione Bancaria della UE, ma solo con l’azione dei singoli governi.

Il segnale ai mercati internazionali è chiaro: se si colpisce l’Euro con una azione speculativa, sono poi i singoli Paesi dell’Eurozona a tentare di risolverla, con le loro limitate risorse.

La Grecia ha poi dimostrato, con la sua crisi, che le tensioni monetarie e creditizie di ogni Paese dell’area monetaria unica non vengono mai sostenute dal resto dell’Eurozona, come capiterebbe in ogni unione monetaria vera, ma il Paese in difficoltà viene colpevolizzato per essere stato “spendaccione”, con il risultato che gli altri Paesi dell’area Euro comprano sottocosto gli asset della nazione in crisi.

Le monete uniche, infatti, funzionano solamente in stati realmente federali, come l’India o gli USA, dove il mercato interno e le reti finanziarie sono molto  ampie e possono gestire il divario di reddito tra le varie zone del Paese.

Se poi  si dovessero sostenere le economie di Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, allora il costo del recupero di questi quattro Paesi costerebbe 260 miliardi di Euro all’anno per dieci anni.

Non si tratta quindi di “cattiveria” della Germania, ma del fatto che l’Euro è pensato male e porta alla crisi i Paesi che non adattano la loro economia interna ad una moneta strutturalmente e irragionevolmente sopravvalutata.

E l’espansione monetaria, in questi casi, unendosi alla “austerità” economica, non risolve i problemi.

La spesa pubblica e quella discrezionale, i salari e, per certi aspetti, anche i profitti sono tutti ormai regolati dai Patti di Solidarietà del 2011, oltre al Trattato sulla Stabilità, Coordinazione e Governance siglati l’anno successivo.

Sono accordi intereuropei che proibiscono la redistribuzione dei fondi dentro la UE; e sono stati siglati su pressione tedesca che, ricordiamolo ancora, non può oggettivamente sobbarcarsi i costi della ristrutturazione del debito dei Paesi del Sud.

Si potrebbe svalutare l’Euro, però.

Ma i rapporti tra i membri dell’Eurozona non cambierebbero; ed anzi la Germania guadagnerebbe ancora di più da un Euro svalutato.

L’unico modo allora  di modificare il rapporto di cambio tra i vari Paesi della moneta unica è quindi non di svalutare l’Euro, che si basa sui cambi fissi stabiliti ne varietur nel 1999, ma semplicemente uscendo dall’area Euro.

Se poi, date le differenze di integrazione economica nell’Eurozona, si svalutasse la moneta unica, il Paese meno integrato ci guadagnerebbe molto di più degli altri, e si tratta in questo caso della Francia.

Un guadagno a scapito dei Paesi mediterranei dell’Euro, è bene chiarirlo.

E’ come ritornare al vecchio gold standard degli anni ’30, con l’Euro, o lo si scioglie integralmente o se ne va via.

La moneta unica rappresenta una grave perdita di flessibilità economica, in questo senso,  nel rapporto tra inflazione, livelli di produttività e debito pubblico.

Relazioni tra valori macroeconimici  che possono essere manipolate per il meglio solo in un ambito nazionale, dato che la UE presenta ancora differenze micro-e macroeconomiche fortissime.

E’ stato l’impasse derivante dal gold standard, lo ricordiamo,  che ha portato alla Grande Depressione successiva alla crisi del 1929.

All’inizio della Grande Crisi, lo si ricorderà, Germania e Gran Bretagna tentarono una svalutazione interna, ma in questi casi, se c’è uno standard monetario fisso, la svalutazione significa solo deflazione interna.

Data la rigidità dei prezzi, i costi finanziari invariati e la restrizione della massa monetaria, ogni politica di questo genere rende alla fine ingestibili sia  la politica che la società.

Se uscissimo allora dalla moneta unica?

Intanto, è bene ricordare che, nel diritto finanziario internazionale, non conta la nazionalità del prestatore, ma la legge del contratto in essere.

Qualora il debito fosse, per esempio,  sotto la legge francese, indipendentemente dalla nazionalità dei contraenti, il pagamento non potrebbe non essere nella moneta nazionale francese.

Peraltro, le statistiche in tutta l’UE a moneta unica ci dicono che il debito privato non sarebbe intaccato dal passaggio al nuovo Franco, Lira, Peseta, etc.

Secondi gli studi della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, che ha già studiato queste tematiche, il costo per i Paesi UE nel lasciare la moneta unica sarebbe di circa 5 miliardi, una cifra che può essere agevolmente gestita da tutti.

Quindi, dopo la fine dell’Euro i Paesi dell’UE potrebbero apprezzare o svalutare la loro moneta, offrendo prezzi competitivi e quindi ricreando proprio quei vantaggi competitivi che sono stati di fatto cancellati dalla moneta unica.

In questo modo, il Marco tedesco si apprezzerebbe sicuramente rispetto alla Lira e alla Peseta, facendo bene alle monete del sud e facendo sparire, quasi per magia, il colossale surplus commerciale tedesco.

Forse, è questa la prospettiva migliore.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France