L’attentato al sistema di metropolitane di San Pietroburgo è certamente il peggiore attacco terroristico che la Federazione Russa abbia sperimentato, a parte il Caucaso del Nord, dal tempo di quello, compiuto da due attentatori suicidi, a Volgograd nel 2013, che causò 32 vittime.

  L’attacco, al momento in cui scriviamo, non è stato ancora rivendicato ufficialmente, come spesso accade nel jihad della spada contemporaneo.

  La soluzione più probabile è quella che identifica i terroristi di San Pietroburgo come un gruppo che, come è accaduto a Volgograd, a Mosca e in altre città, compie azioni jihadiste in relazione alla guerriglia musulmana dei ceceni.

  I morti causati dall’azione terroristica di San Pietroburgo  sono, al momento, 11, con quaranta feriti.

 L’attentatore, identificato, è risultato essere un kirghiso con cittadinanza russa.

 La temporizzazione dell’attentato è stata perfetta: Vladimir Putin era in città per incontrare il presidente bielorusso Lukashenko ed assistere ad un Forum sui media.

 E’ come se l’attentato fosse “dedicato” a Vladimir Putin.

  C’entra anche, probabilmente, la crisi di immagine causata dall’arresto, pochi giorni fa, dell’oppositore Aleksej Navalny.

 Quando un Paese è in crisi di “immagine”, indipendentemente dalle cause, il terrorismo jihadista accelera o ritarda l’azione già programmata, per creare una immagine di debolezza e marginalizzazione delle classi dirigenti del paese-bersaglio.

 L’esplosione, come sempre in questi casi, è causata da un ordigno artigianale, per non segnalare passaggi di armi o esplosivi più evoluti, che i Servizi monitorano.

 Anzi, gli ordigni sarebbero stati due, con 200 o 300 grammi di tritolo. Che si può preparare in casa.

 L’attentatore suicida, lo abbiamo già detto, è un kirghizo, certamente in contatto con il jihad siriano, che, secondo i Servizi russi, si chiamerebbe Akhbarjon Dialjlov, nato a Osh nel 1995.

  Le probabilità più ragionevoli sono quindi due: l’attentato, come spesso accade con il “jihad della spada”, segnala il ritorno in Russia dei ceceni che hanno combattuto con il Daesh-Isis; oppure si tratta  dell’inizio di una campagna autonoma del jihad centro-asiatico contro l’unica potenza che combatte efficacemente in Siria contro l’islamismo della “guerra santa”.

 O punizione per la guerra in Siria o inizio del jihad centroasiatico, collegato a quello cinese.

 Una chiusura terroristica a tenaglia della Russia da parte del terrorismo jihadista, per evitare che Mosca entri, con successo, nella lotta antijihadista in Medio Oriente o, in futuro, in Asia.

 Le due operazioni del terrorismo islamista, naturalmente, non sono nettamente separabili.

 Dopo la guerra musulmana in Cecenia, il jihad quindi intende, con ogni probabilità, incendiare tutto il confine meridionale della Federazione Russa.

  Sarebbe la fine del progetto eurasiatico di Mosca, l’inizio dell’isolamento della Russia e, quindi, della sua crisi economica e strategica.

 Qui però, data l’entità dell’azione a San Pietroburgo, c’è da supporre un collegamento diretto con l’islamismo jihadista siriano, per “punire” la Russia del suo specifico impegno in Siria a favore di Assad, e con altre zone grigie del jihad asiatico: Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan  Kirghizistan e la rete dell’Islam radicale dei turkmeni nello Xingkiang.

  Si può ipotizzare, in questo contesto, un ritorno in gran numero dei jihadisti ceceni dalla Siria e dal territorio del Daesh-Isis, i quali ricominciano ad “operare” contro la Russia e, in seguito, contro i Paesi asiatici alleati di Mosca: Cina, le repubbliche dell’Asia centrale, probabilmente anche l’Iran.

  Lo stato islamico, infatti, ha rilasciato, pochi giorni fa, un video di minacce contro l’Iran, con attentati jihadisti che saranno organizzati da una nuova “divisione” dell’Isis-Daesh, la Salman al-Farsi, così chiamata dal nome di un “compagno” del profeta Muhammad.

 Attualmente il Daesh è in azione nella provincia iraqena di Diyala, e si sta muovendo verso l’Anbar.

   Prossimi punti di innesco del jihad del “califfato” saranno il Libano, dietro Damasco e quindi in posizione di accerchiamento alla Siria, l’Asia Centrale appunto, e l’Iran. Successivamente il jihad si sposterà nello Xingkiang.

  Un accerchiamento vero e proprio della Federazione Russa, che è stata correttamente identificata dai terroristi islamisti come l’unico loro nemico credibile.

  Saranno quindi colpiti, nella fase 2 del Daesh-Isis, tutti i Paesi suddetti, alleati con Mosca e, se si colpisce la Russia, si indebolisce, secondo il pensiero dei jihadisti, la risposta militare e di sicurezza dei suoi alleati periferici.

 La repressione del jihad ceceno era stata forte e definitiva nel 2014, poco prima dei giochi olimpici di Sochi, noto obiettivo primario del jihad antirusso.

 Fra l’altro, la grande campagna contro gli islamisti ceceni (ma con militanti in Cecenia provenienti da tutte le repubbliche centroasiatiche) includeva un piano “coperto” e segretissimo di invio dei terroristi verso il Medio Oriente, con la promessa solenne di non fare più ritorno in Russia.

 Non a caso, gli attacchi terroristici a Volgograd non furono seguiti da una scia di altri attentati, come si poteva all’inizio prevedere.

 E’ poi noto che i jihadisti provenienti dalla Federazione Russa e dalle repubbliche islamiche ex-sovietiche componevano la maggiore frazione “nazionale” nell’Isis-Daesh.

  Quindi, l’attentato a San Pietroburgo vuole dimostrare che: 1) la strategia di Putin di combattere il Daesh in Siria per evitare che i terroristi ritornino in Russia è fallita;  2) che vi è unità di intenti e di strategia tra il jihad siriano-iraqeno del Daesh e tutto il terrorismo islamista dell’Asia Centrale fino allo Xingkiang; 3) che infine l’obiettivo è quello di “punire la Russia” per la sua guerra in Siria e che, in seguito, la punizione del terrore toccherà ad altri Paesi, quelli che circondano i nuovi poli di diffusione dello “stato islamico”.

 Il terrorismo jihadista colpisce gli Stati che confinano con quelli che i militanti islamisti  vogliono direttamente colpire.

 Si pensi qui ai continui attentati in Iraq e in Turchia che hanno preceduto la creazione del c.d. “califfato” tra Iraq e Siria.

 Quindi, è del tutto probabile che, se non ci sarà una azione capillare e decisa dei Servizi russi, gli attentati proseguiranno, per instillare nei decisori russi quella “paura”  di lottare contro il jihad per paura di una sequenza di “punizioni” terroristiche.

 Ma è certo che Vladimir Putin non si farà intimorire.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France