Un treno serbo, dal 14 gennaio scorso fino a pochi giorni fa, era stazionato sul confine del Kosovo, mostrando la scritta “il Kossovo è serbo” in varie lingue, oltre ad una serie di figure e stemmi della religione ortodossa e del nazionalismo, appunto, serbo.

  Le autorità kosovare hanno finora bloccato l’avanzata del treno sulla linea di 213 chilometri  che va Belgrado a Mitroviça, una città a maggioranza serba situata  dentro il Kosovo musulmano.

  La tensione politica e militare è già elevatissima: la Serbia può contare su una forza armata di circa 60.000 uomini, ben preparati e armati, mentre le forze di sicurezza kosovare, al massimo della loro dimensione, possono raggiungere al massimo la consistenza di 6000 elementi.

 Come è noto, l’accordo di pace tra la Serbia e il Kosovo è vecchio di circa venti  anni; ed  è stato raggiunto dopo il bombardamento, da parte della NATO, della capitale serba Belgrado.

 Oggi, quasi tutto l’Occidente riconosce l’indipendenza del Kosovo, con l’eccezione di Federazione Russa e Cina, che ritengono che la regione sia parte integrante della Serbia.

 Come peraltro è ancora statuito nella Costituzione serba attuale.

  Gli accordi di Dayton ( ovvero e più esattamente il General Framework Agreement for Peace) del Novembre 1995, lo ricordiamo qui, prevedevano una ingegneria strategica foriera di infiniti guasti, come spesso accade quando si costruiscono a tavolino gli Stati e, addirittura, i popoli.

 L’accordo di Dayton stabiliva  la creazione di una Federazione Croato-Musulmana, avente il 51% del territorio nazionale precedente all’Accordo e 92 municipalità e la Repubblica Srpska, che è sovrana sul rimanente 49%.

 Le due entità hanno notevoli autonomie, ma sono inserite, citiamo dal testo dell’Agreement, “in una cornice statale unitaria”.

 Termine vago e, anche in questo caso, foriero di pericoli strategici e geopolitici che possiamo facilmente immaginare.

 Alla presidenza si alternano un serbo, un croato e un musulmano, ogni otto mesi.

 Come spesso è accaduto, e ciò vale anche per l’Italia, la pace successiva alla vittoria degli USA ha portato a sistemi politici e costituzionali del tutto disfunzionali, con meccanismi interni di blocco e di sovrarapresentanza che non permettono nemmeno il normale funzionamento delle istituzioni.

 E questo, è ovvio, indebolisce per sempre lo Stato che ha perso la guerra o la nazione che viene “ingegnerizzata” in modo tale da bloccare ogni decisione, o rimandarla sine die.

 La Repubblica Srpska è poi dotata di un parlamento monocamerale autonomo, mentre la Federazione Croato-Musulmana è invece dotata di una assemblea legislativa bicamerale.

 Ogni quattro anni vengono dunque  eletti 42 deputati, di cui 28 sono votati nella federazione e gli altri 14 tra i Serbi, mentre nella “Camera dei Popoli” sono presenti 5 serbi, 5 croati e 5 musulmani.

 Evidente sovrarappresentazione dell’Islam balcanico, egualmente evidente meccanismo politico punitivo nei confronti della popolazione serba, una macchina politico-statuale fatta apposta, lo ripetiamo, per essere inefficace e disfunzionale.

 Tra l’altro,  almeno 250 musulmani della sola Bosnia-Erzegovina  sono andati a compiere il jihad in Medio Oriente,  tra il 2012 e il 2015,  un numero rilevante se si pensa che la popolazione totale è di 3.800.000 persone.

  Le armi da guerra sono ancora diffusissime, i gruppi terroristici islamisti e jihadisti sono poi concentrati soprattutto nei villaggi montani.

 I  media bosniaci parlano di almeno 64 paradzemate, ovvero gruppi autonomi jihadisti e terroristici, distribuiti  tra i villaggi periferici e le montagne.

 Dall’altra parte, il presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodic, è attualmente inquisito con l’accusa di riciclaggio e lavaggio di denaro “sporco”, ma ha programmato un referendum per dichiarare l’indipendenza della parte serba nel 2018.

 Il Kosovo è un paese con uno dei più alti indici di corruzione politica al mondo, mentre i serbi presenti nella repubblica kosovara sono stati recentemente autorizzati ad avere una forte autonomia territoriale dai supervisori dell’Unione Europea.

  Le folli guerre balcaniche degli anni ’90 hanno creato, con la stupida ingegneria nazionalistica dei vincitori occidentali, una polveriera che non può non scoppiare da un momento all’altro.

 In Macedonia, un governo, anch’esso notoriamente corrotto, ha esacerbato le tensioni con la minoranza locale albanese, circa il 25% della popolazione, che vuole la sua indipendenza tramite la federalizzazione della Macedonia e, in futuro, di tutti gli Stati balcanici creati dagli infausti Accordi di Dayton.

 Gli albanesi sono dappertutto, nei Balcani, come peraltro i musulmani.

 Applicare il criterio dello stato etnico o religioso significa non porre più limiti logici o territoriali alla iperframmentazione balcanica.

 In Croazia, lo ricordiamo, gli USA hanno sostenuto le forze armate locali contro i militari della Krajna Serba, in un cupio dissolvi geopolitico che, invece di ricostruire una Serbia forte e capace di fare da antemurale all’Islam jihadista, ha generato una lunga serie di piccole e irrilevanti repubbliche etniche e a base spesso religiosa, creando proprio quella tensione che sta emergendo in tutti i Balcani oggi.

 Idem in Kosovo, dove il sostegno degli USA è stato tutto a favore degli albanesi.

  Perché, poi? Se gli USA avessero bloccato il passaggio di armi al confine tra Kosovo e Albania, condannando la violenza delle forze kosovare e, di contro, la violenza paritetica delle forze serbe, l’accordo sarebbe stato più stabile e facile.

 La popolazione serba del Kosovo, dopo che la minaccia di bombardare l’area da parte degli USA era diventata esplicita, venne lasciata sola e disarmata, in preda alle violenze dell’UCK e delle altre organizzazioni paramilitari kosovare-albanesi.

 Il dolore e la paura sono memorie ancora recenti, e bruciano la mente di tanti serbi e di tanti altri gruppi che sono stati inevitabilmente sottorappresentati nel sistema post-jugoslavo del folle divide et impera occidentale.

 La prima e, diremmo, l’ultima guerra compiuta dagli USA nel loro nuovo ruolo di unica superpotenza globale ha quindi creato una situazione irrazionale e instabile.

 Sembra che oggi non si facciano le guerre “umanitarie” per definire un nuovo equilibrio strategico, ma per perpetuare l’instabilità e il contrasto militare nei luoghi in cui si manifestano.

 Basti pensare al Libano, che è ormai un caso ultraventennale di “usucapione geopolitica”, o all’area centroafricana.

 Dove si ragione per “forze di stabilizzazione” si realizza la stabilizzazione, certamente, ma della crisi militare, umanitaria, geopolitica che si voleva all’inizio risolvere.

 Rendere quindi  porosi e instabili i Balcani,  forse per destabilizzare in futuro anche la UE e regalare l’intera area all’islamismo, non è stata certo una buona idea.

 D’altra parte, la Russia, in quegli anni, pur essendo contraria al separatismo etno-religioso, non voleva sostenere fino in fondo la Serbia ortodossa e slava, per timore che la separazione dei serbi dal resto della ex-Jugoslavia favorisse l’applicazione del medesimo principio in Cecenia.

 La Turchia era invece del tutto  favorevole alla stabilizzazione americana dell’area, che favoriva gli islamici e, in particolare, pacificava la principale linea di penetrazione economica di Ankara verso l’UE.

 Certamente, dopo l’assedio di Mosul da parte del Daesh-Isis, molti foreign fighters jihadisti ritorneranno o andranno nei Balcani, l’area più vicina, più islamizzata, più instabile dell’Eurasia, cuscinetto tra una debole e svogliata Unione  Europea e la nuova grande ummah politico-militare islamica in costruzione.

 Il salafismo è peraltro sempre più diffuso nei Balcani, riccamente sovvenzionato dall’Arabia Saudita e, fino dalla fine degli anni ’90, migliaia di jihadisti sono andati a combattere, in Kosovo e in Croazia, per difendere i loro confratelli islamisti nelle tante guerre post-jugoslave.

 Circa 900, tra jihadisti albanesi, croati e bosniaci sono andati finora a combattere in Siria e in Iraq e alcuni, circa 300, sono già tornati e, c’è da immaginarlo, non staranno con le mani in mano.

 L’anno scorso un video elaborato dall’Isis-Daesh propagandava un “califfato regionale” balcanico, chiamando al jihad militanti albanesi e bosniaci.

 La riduzione dei diritti e del territorio dei cristiani ortodossi serbi e slavi, obiettivo di molte delle recenti guerre balcaniche, aveva allora come unico fine quello di ridurre l’influenza russa nell’area, ma ci ha regalato il jihad bosniaco-albanese.

 Non mi sembra un brillante risultato.

 Tornando al treno serbo, se supererà il confine kosovaro, sarà con ogni probabilità attaccato dalle forze di sicurezza del Kosovo, e quindi si realizzerà  il casus belli che i serbi cercano per ridisegnare i confini a loro favore e, pensiamo, riprendersi aree della repubblica albanese che sono, fra l’altro,  tradizionalmente serbe.

  Dobbiamo poi notare che, in questi giorni, il parlamento kosovaro discute se e quando costruire un esercito vero e proprio.

 Attualmente, lo ripetiamo, la Forza di Sicurezza di quel Paese è formata da 2500 elementi con armi leggere e 800 riservisti.

 I politici kosovari pensano invece ad una forza armata vera e propria con 5000 soldati operativi e 3000 riservisti.

 Certamente i nuovo militari di Pristina non staranno con le mani in mano e aiuteranno, senza alcun dubbio, sia la penetrazione salafita che le reti dei jihadisti di ritorno da Siria e Iraq.

  La prossima area di destabilizzazione permanente, dopo la chiusura delle operazioni in Siria, sarà quindi la zona islamica, kosovara, bosniaca e croata dei Balcani.

 Il che porterà ad una pressione strategica oggi inimmaginabile sull’UE, che avrà al suo fianco un immane reservoir di jihadisti che, sicuramente, chiuderanno l’area-cuscinetto tra la Unione Europea e l’Asia Centrale, oltre a destabilizzare definitivamente la continuità tra Europa e Federazione Russa.

 Inoltre, la stessa Cina sarà bloccata nel suo “passaggio ad ovest” con la Belt and Road Initiative, che si fermerà fino a dove vorranno i jihadisti che occupano la “terra di mezzo” tra UE e Eurasia.

 E’ difficile oggi immaginare l’effetto economico, strategico e geopolitico della futura destabilizzazione dei Balcani, ma temiamo che sarà immenso, deformando la postura militare e strategica  e lo stesso  sviluppo economico di tutta l’Europa.

 Intanto, invece di seguire pedissequamente la “linea” degli USA nei Balcani, ricordandosi della grande statua di Bill Clinton in centro a Pristina, la capitale del Kossovo, l’UE dovrebbe pensare ad una strategia, anche militare, di gestione della crisi attuale di tutti i Paesi balcanici.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France