“Lo scorso 5 Marzo sono stati lanciati quattro missili balistici da parte della Corea del Nord. Si tratta di vettori del tipo “Rodong”, con una gittata tra i 1300 e i 1500 chilometri; e sono stati lanciati dal poligono di Dongchang-ri, situato nel nordovest del Paese.

 Il Rodong, detto anche No-Dong, è nato dalla rielaborazione dei russi SS-1 Scud B, che sono arrivati a Pyongyang, alla metà degli anni ’80, donati  dagli egiziani e dagli iracheni;  ma essi vengono anche riprodotti, con la “retroingegneria” tipica della Corea del Nord, anche dalla Cina, ma con la denominazione di Scud-C.

 I lanci di prova del 1990 e del 1993 non hanno dato grandi risultati, peraltro, ma questo invio sembra essere perfettamente riuscito.

 I tre missili sopravvissuti al lancio, infatti, nel vasto raggio di 1000 chilometri, sono entrati nella zona economica esclusiva del Giappone, giungendo a soli 300 chilometri dalle coste nipponiche.

 Il senso politico di questo lancio è chiaro: si tratta della risposta della Corea del Nord alle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Sud, ovvero l’operazione “Foal Eagle”, che durerà fino al termine del mese di Aprile.

 Questa volta, l’annuale esercitazione “Foal Eagle” si sovrappone, parzialmente, alla “Key Resolve”, che è iniziata il 13 Marzo scorso.

 L’ultima esercitazione Foal Eagle, peraltro, poteva contare su 290.000 militari sudcoreani e 15.000 statunitensi,

 Si tratta della maggiore esercitazione congiunta USA con un Paese alleato.

 Peraltro, sarà presto costruito, nella Corea del Sud, un terminale THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che indica come, nell’attuale dirigenza militare nordamericana, la protezione e l’alleanza tra Washington e Seoul siano determinanti nella strategia di controllo-protezione dell’intero  Sud-Est del Pacifico.

  Il THAAD, peraltro, permette di colpire un missile balistico sia dentro che fuori l’atmosfera, e una sua batteria è composta da un lanciatore, da otto intercettori per ogni rampa di lancio, un radar trasportabile AN/TPY 2, e infine una centralina di comando semiautomatica che mette in comunicazione le varie parti del THAAD tra di loro.

 Pyongyang vede le esercitazioni combinate USA-Corea del Sud come la annuale prova generale di una completa invasione del suo territorio.

   In altri termini, oggi  la Corea del Sud non pensa più che occorra una deterrenza di tipo tradizionale e convenzionale  per modificare la postura strategica di Pyongyang.

 Le sanzioni inflitte alla Corea del Nord il 30 novembre 2016 e il 24 marzo dello stesso anno non funzionano.

  Pyongyang, tramite la Cina ma anche utilizzando una vasta rete di rapporti in Africa e in Medio Oriente, evita senza molti problemi gli effetti più pesanti del regime sanzionistico imposto dall’ONU.

 Gli stabilimenti del complesso industriale  Kaesong sono stati chiusi, sempre su indicazione della Corea del Sud, all’inizio del 2016.

  Seoul, malgrado la pressione cinese e russa, è  oggi sempre meno interessata ad un percorso di pacificazione con la Corea del Nord e vuole, soprattutto, rafforzare i suoi nessi bilaterali con gli USA.

 Washington riacquista così una preminenza nel Sud Est asiatico e un alleato importante nell’accerchiamento della Cina e nella chiusura dei Mari regionali asiatici alla Russia.

 Ma è un vecchio pensiero strategico, destinato ad aggravare i contrasti e a far aumentare i costi della presenza USA nell’area, senza i possibili ricavi, strategici ed economici.

 Sarà bene notare che, però, la situazione coreana si risolve unicamente con una trattativa multilaterale e con la collaborazione, primaria, di Cina e Russia, mentre la ricerca di una “parità strategica” tra le due Coree non può risolvere nessuna delle questioni sul tappeto, nemmeno di tipo militare e nuclare.

 Il THAAD non creerà una deterrenza credibile nei confronti di Pyongyang, mentre qualcuno, a Washington, pensa perfino ad una temporanea uscita della Corea del Sud dal  TNP, Trattato di Non Proliferazione Nucleare, per permettere a Seoul la costruzione di un proprio arsenale nucleare, da contrapporre a quello del Nord.

 Altro terribile  errore: Solo la Federazione Russa, che pure mantiene ottimi rapporti con Seoul, può trattare un rallentamento del programma nucleare-missilistico nordcoreano, che è finalizzato ad una trasformazione stabile della sua economia senza modificare la struttura del potere nordcoreano e il suo regime politico.

 Certo, i quattro missili lanciati il 5 marzo sono un test, come ha dichiarato la stessa agenzia ufficiale di notizie di Pyongyang KCNA, per verificare la possibilità di colpire una base USA in Giappone o nel Pacifico meridionale, ma è proprio il meccanismo bilaterale dell’aumento della tensione militare che va sospeso, al più presto, a favore di un nuovo round di trattative che abbiano il loro peso, certamente, sugli USA, ma che permettano soprattutto a Cina e Russia di gestire un nuovo rapporto con le due Coree.

 Il Nord potrebbe cominciare ad avere un flusso rilevante e costante di investimenti, organizzati da una agenzia ad hoc composta da Russia, Cina, Giappone e USA. A questo dovrebbe corrispondere un programma di smilitarizzazione progressiva dell’area, o almeno de-nuclearizzazione, con un accordo specifico, fuori dal controllo IAEA, che pure permarrebbe per le ispezioni di rito, un accordo siglato dalla Corea del Sud, da quella del Nord, dagli USA e, ancora, dalla Russia e dalla Cina.

 Non serve a nessuno un blocco strategico tra il Grande Medio Oriente, l’Oceano Indiano e il Sud-Est del Pacifico.

 Si tratta di un’area che deve essere libera di diventare la fascia meridionale della grande Via della Seta, che Pechino intende riattivare in breve tempo.

 A nessuno, quindi, interessa mantenere questo relitto della “guerra fredda”, che blocca lo sviluppo di tutti i partners regionali e può solo portare al peggio, con il risultato di un incendio militare che si propagherebbe facilmente nel Golfo Persico e in Asia Centrale.

 Sarà bene, quindi, ripensare la questione senza limitarsi  a fare calcoli strategici di tipo unicamente militare o nucleare.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France