La quinta sessione del Congresso Nazionale del Popolo e la quinta sessione del 12° Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese sono due momenti epocali nella evoluzione della “linea di Xi Jinping” e della trasformazione della Cina da grande locomotiva economica del globo a potenza, appunto, multiforme e globale.

 Se, prima di questi anni, la Cina Popolare poteva essere ritenuta una “tigre asiatica” che, diversamente dalle altre, più piccole, aveva manifestato un grande e stabile sviluppo economico; oggi è il momento, durante la direzione di Xi Jinping, di trasformare il semplice  sviluppo economico costante in un potere internazionale deciso, evidente ed  equipollente al nuovo ruolo strategico di Pechino, quello di essere una grande potenza mondiale a tutto tondo.

 Le “tigri” che avevano creato il boom economico dell’Asia erano state bruciate dalle manovre sul dollaro, che esse usavano,; ma la Cina si è salvata anche perché non si è dollarizzata ma, anzi, ha comprato titoli del debito pubblico statunitense, divenendo “socio occulto” del suo principale concorrente.

 Da ciò proviene il sostegno che Xi ha manifestato per la globalizzazione alla recente conferenza di Davos.

 La Cina di Xi non vuole diminuire il tasso di globalizzazione, perché solo il mercato-mondo, nella sua interezza, può sostenere il suo sviluppo armonico, senza generare all’interno squilibri inflazionistici o crisi produttive. Le crisi di sovrapproduzione, che Xi Jinping paventa, sono tipiche, nella tradizione del pensiero marxista, delle crisi capitalistiche vere e proprie.

 Chi vince la lotta darwiniana tra le nazioni e rafforza la sua economia, tende a diffondere il suo successo e, quindi, a eliminare possibili concorrenti.

 Chi invece sta perdendo vuole sempre  la chiusura dei suoi mercati, il protezionismo, il controllo dei flussi economici mondiali.

 Era anche l’idea di Adam Smith nella sua “Ricchezza delle Nazioni”, il testo che fonda l’economia politica moderna.

 L’Inghilterra di Smith, nel 1776, l’anno della rivoluzione americana, peraltro, voleva il liberismo nei mercati lontani ma teneva ben chiusi i propri, chi vince è liberista (per gli altri) chi perde al gioco dell’economia mondiale vuole solo evitare, chiudendosi, danni peggiori.

 Quindi, la Cina di Xi Jinping  si prenderà, diventando leader della peraltro inevitabile globalizzazione futura, una grande  fetta dell’economia mondiale, esternalizzando alcuni suoi asset e e sostituendosi alle vecchie potenze occidentali, che non hanno più il fiato per dirigere la mondializzazione economica, finanziaria, culturale.

 Efficienza e rappresentanza spesso non vanno d’accordo: l’Occidente è in preda di “vested interests” che, tramite la legittima rappresentanza parlamentare, deformano e bloccano le riforme economiche, produttive, finanziarie e, aggiungo, culturali.

 La Cina, proprio grazie alla sua struttura politica, può evitare queste limitazioni occidentali e raggiungere gli obiettivi di Xi presto e con efficacia.

 Per inciso, l’Assemblea (o Congresso) nazionale del popolo è la più alta istituzione statale e l’unico organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese.

 Diversamente da altre strutture rappresentative occidentali, l’organizzazione della rappresentanza cinese attuale è altamente funzionale, dato che prevede una sola camera legislativa (l’Assemblea, appunto) che controlla istituzionalmente la Presidenza, il Consiglio di Stato, la Corte Suprema, l’Esercito e gli otto partiti minori non comunisti che, comunque, hanno giurato fedeltà alla Repubblica fondata da Mao Zedong.

 In una sola riunione annuale, sempre di marzo, il Congresso definisce le decisioni spesso già elaborate dagli organi del Partito, e sostanzialmente discute la “linea” della legislazione e quindi della politica cinese futura.

 La Commissione Politica Consultiva è, anch’essa, un organo dello Stato cinese, e rappresenta i vari partiti politici presenti nella Cina Popolare e che hanno accettato la direzione della Nazione da parte del Partito Comunista.

 E’ una istituzione composta anche da membri di altre associazioni non direttamente politiche, e ospita membri dei partiti politici e di molte associazioni  di Hong Kong, Macao e Taiwan.

 Sono presenti nella Commissione anche personalità di rilievo, ma indipendenti dai vari partiti.

  Il Partito Comunista Cinese, in seguito, eleggerà nel suo congresso nazionale, all’inizio del prossimo anno, una nuova direzione del Partito.

 E’ questa la fase quindi in cui Xi Jinping sta solidificando definitivamente il suo potere sul partito, e quindi anche la sua specifica linea politica: Cinque dei sette membri del Comitato Interno del Politburo dovranno lasciare all’inizio del 2018  il loro incarico, e rimarranno solo Xi Jinping e il premier Li Kekiang.

 E’ probabile che alcuni membri dello Standing Committee del Politiburo in uscita saranno indagati per corruzione.

 Cambieranno profondamente, quando il Partito Comunista Cinese sarà totalmente  in mano a Xi Jinping, anche le forze armate.

 Già oggi i quattro quartier generali delle FF.AA. di Pechino sono stati ridotti di entità e accorpati nella Commissione Militare Centrale.

  La seconda riforma militare di Xi è, e vedremo presto i risultati,  quella di equiparare le quattro armi, facendo cessare il ruolo primario delle Forze di Terra.

 Ovvio, oggi la Cina non è più una potenza regionale che si deve difendere soprattutto  da invasioni terrestri, le più geopoliticamente probabili;  ma una potenza globale e globalista che deve tutelare il suo nuovo status con una grande aviazione e una forte marina militare per le “acque blu”, come le chiamano i tecnici.

 Quindi, comandi separati anche per le forze di terra, che prima dirigevano tutto l’apparato militare di Pechino.

 In sostanza, Xi Jinping vuole una Forza Armata ridotta di numero (sono stati dimissionati 300.000 tra  soldati e ufficiali) ma che sia sempre “combat ready”, capace di operazioni combinate e, soprattutto, adatta ad operare fuori dai tradizionali scenari cinesi.

 Xi Jinping, peraltro, conosce bene le debolezze strutturali che ancora minacciano lo sviluppo della Cina: la corruzione, certamente, che ha sottratto finora  masse di liquidità immani   all’economia produttiva di Pechino,  tramite un milione di funzionari fino ad oggi indagati per quel grave reato, poi  l’innovazione tecnologica, per evitare che la Cina rimanga la vecchia  “manifattura del mondo”, come le “tigri” dollarizzate,  ma esclusa dai nuovi trend  produttivi, infine  l’agricoltura e, soprattutto, la crescita stabile del benessere della popolazione.

 C’è il rischio che si manifesti in Cina  la “trappola del reddito medio”, come la chiamano gli economisti, ovvero che lo sviluppo si fermi quando tutti hanno raggiunto un reddito soddisfacente.

  E’ successo a gran parte delle economie sviluppate d’Oriente. Dopo la “trappola del reddito medio” arriva inevitabilmente un’altra trappola ma “della povertà, come nelle economie dell’America latina attuale.

 Dentro questo progetto sta, per Xi, la riforma e la semplificazione dello Stato, che va di pari passo con la piena entrata della Cina nelle economie a più alto tasso di tecnologie innovative, che è, per molti aspetti, il rilievo, la faccia economica   della riforma politica dello Stato che Xi Jinping ha intrapreso.

 E, ancora, un mercato finanziario con private equities e le altre forme di gestione della liquidità e del debito privato,  l’aumento della competizione tra le imprese, una forza-lavoro esperta ma capace di muoversi tra tecnologie e fabbriche diverse, il riadattamento del tradizionale welfare agricolo dello hukou, l’entrata infine  della storica sovrappopolazione delle campagne nella forza-lavoro urbana.

 Come Mao Zedong ha accelerato lo sviluppo della Cina, spesso con alterni risultati, Xi Jinping vuole la “Quinta Modernizzazione”, quella non scritta da Deng Xiaoping ma la più importante: la Modernizzazione dello Stato, che trainerà inevitabilmente quella della società civile e dell’economia.

 Città-campagna, i loro rapporti,  il tema che sta alla radice del pensiero di Mao Zedong e di tutto il marxismo migliore; e che il generale Marshall tenne nella dovuta importanza nel suo famoso discorso di Harvard in cui delineava il “Piano Marshall”, appunto, per l’Europa distrutta.

 Se Xi Jinping riesce a ridurre la corruzione, e finora ci è riuscito, ma soprattutto a riformare lo Stato per eliminare le vecchie rendite di posizione protezioniste dell’economia statizzata, allora la Cina non cadrà nella “trappola del reddito medio” ed avrà ancora immense possibilità di sviluppo, che Xi indirizzerà tutte nell’innovazione tecnologica di prodotto e di processo.

 Se, come è accaduto spesso nella storia del socialismo applicato, lo Stato imprenditore manterrà grandi sacche di rendita improduttiva, inefficienza, costi inutili e tutto quello che anche noi italiani ben conosciamo, allora la battaglia di Xi Jinping, l’unica possibile oggi in Cina, avrà tempi troppo lunghi per essere realizzata.

 Ma la filosofia dell’attuale dirigenza cinese, che si occuperà anche  di inquinamento, che è un grave impedimento alla globalizzazione, non un suo naturale sottoprodotto, di città a misura d’uomo, con il coordinamento, voluto da Xi Jinping, tra Pechino, Tianjin e Hebei, degli investimenti nelle infrastrutture, è ancora quella tradizionale, confuciana e taoista.

 Tutto si basa sul nesso tra “Minyi”ovvero l’opinione pubblica, e “Minxin”, i cuori e le menti delle persone.

 E’ certo  che Xi Jinping sia un leader globale amatissimo dal popolo cinese, quindi, ma certamente la durezza dei vecchi apparati e delle rendite di posizione si farà ancora sentire.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France