Parlare di metafisica, oggi, sembra quasi una offesa alla cultura standard dell’Occidente, tutta Ragione, e Sensazione, tutta empirismo senza soggetto.

 Cosa, questa,  che invece non capita nelle civiltà politiche attualmente emergenti nel globo.

 L’ineluttabilità è di chi perde, la cultura della trasformazione del reale di chi vince.

 E l’Occidente, oggi, è un Accidente rispetto ai grandi fenomeni della trasformazione globale, tra un Impero cinese che sorge dalla americanizzazione post-1989 come vittorioso e la Federazione Russa che si crea un ruolo inevitabile e egemone in Medio Oriente.

 Chi perde crede solo ai fatti, a pochissimi e ovvii,  chi vince li piega alla sua volontà.

 In Cina, nelle accademie militari e nelle scuole del Servizio si insegnano le tradizioni taoiste e confuciane e le arti marziali tradizionali, dirette a combattere sia il nemico esterno che quello interno, il vecchio sé empirico.

 D’altra parte, lo diceva René Guenon, il Tao è l’aspetto esoterico dell’essoterico confucianesimo.

 E  ricordiamoci che il Sapere spirituale è sempre collegato ad una cultura guerriera: l’Hagakure taoista-buddhista dei Samurai giapponesi, all’origine della analisi geopolitica classica con il testo, ancora utilissimo, intitolato Dai Nihon di Karl Haushofer, il fondatore della geopolitica tedesca ed europea moderna.

 Oppure dell’”arte della guerra” di Sun Zu.

   I defezionisti  del servizio sovietico si meravigliavano molto che, nelle accademie militari USA e NATO, non ci fossero questi classici, che loro dovevano analizzare attentamente.

 La scienza storica è Sapienza, quindi unisce una dimensione multipla e valoriale alla analisi e alla raccolta dei fatti.

In India, poi,  la religione indù è molto diffusa tra i giovani delle città, mentre i governi utilizzano la tradizione indù per ricostruire una cultura politica identitaria.

 In Russia, il tradizionale nazionalismo slavo della Chiesa Ortodossa si fonde oggi con il progetto eurasiatico di Vladimir Putin.

 Quando il leader russo andò a visitare Papa Francesco, portò in regalo l’icona della Madonna di Vladimir, quella immagine sacra che Stalin, in segreto, fece volare su Mosca nel momento più duro dell’assedio nazista.

 Senza lo sciismo duodecimano dell’Iran attuale non si comprende infine nulla della politica e della strategia di Teheran.

 Che il Dodicesimo Imam, discendente dal martire Husseyn Alì,  ritorni, dato che è sempre stato in vita, nel mondo visibile e converta all’Islam tutto il mondo, e anche i cristiani e gli ebrei, distruggendo definitivamente le opere dell’Anticristo, è un mito che racconta più della politica estera di Teheran di mille descrizioni sull’armamento missilistico della Repubblica sciita iraniana.

 Insomma, la laicité che l’Occidente sbandiera ai quattro venti, come se fosse chissà quale novità, è un segno di debolezza, non di forza.

 E’ contabilità, non matematica.

 Chi sta vincendo oggi la guerra della globalizzazione raccoglie sempre  il popolo intorno a miti, idee-forza, simboli, riti, identità, chi sta perdendo la “terza guerra mondiale a pezzi”, per usare la formula di Papa Francesco, vive la propria storia secondo il mito illuminista. E anche questo è, appunto, un mito.

 Se infatti si ritiene che solo i miti  e le identità religiose creino le guerre, come sostengono i teorici della laicitè contemporanea, ricordiamo come le grandi carneficine della storia siano stati i rivoluzionari del Trinomio a fare la guerra al resto dell’Europa dei Re, trasformando una nazione di 27 milioni di abitanti, quale era allora la Francia, in una landa desolata abitata da circa 9 milioni di persone.

 Stesso discorso vale per la Rivoluzione Bolscevica che, secondo il discorso di Solgenytsin alla Duma del 1994, al suo ritorno in Russia ebbe, tra l’inizio del “colpo di Stato di Trotzky”  e la fine dello stalinismo, una contabilità di 60 milioni di vittime.

   Un mito, quello attuale della laicitè,  secondo il quale prima della Rivoluzione Francese del 1789 c’era l’”oscurità” mentre, dopo la carneficina più vasta della storia moderna, sarebbero arrivati i Lumi e quindi la Ragione, che distrugge ogni mito e quindi anche la Metafisica, ritenuta scioccamente simile alla Religione.

 Da qui, emerge una curvatura valoriale della politica estera: se “loro”, i popoli emergenti, sono come “noi”, illuminati e razionalisti, bene, se invece sono ancora in preda ai vecchi miti allora può esservi solo la guerra.

  E si pensi al fatto che decenni di guerra hanno lasciato l’Afghanistan ancora in mano ai Taliban, o che le azioni in Iraq hanno creato un failed state che, oggi, serve solo agli interessi del potere iraniano.

 Mentre, come si ricorderà, il governatore USA dell’Iraq Lewis Paul Bremer, nel 2003, adattò alle regole del traffico di Boston il caotico flusso di automobili della capitale iraqena.

 L’Occidente, da tempo, legge l’Altro come se fosse sé stesso, un sé più “primitivo” e mano “laico”, naturalmente.

 Ed è questo l’errore più grande, il patologico narcisismo dell’Ovest che, in politica, porta alle stesse situazioni verificate in psicologia: un sé “grandioso” che conduce a tattiche manipolative nei confronti degli altri.

 L’Occidente legge infatti il jihad come se fosse “terrorismo”, mentre la “guerra santa” islamica usa certo il terrore ma come parte della sua strategia, non come fine.

 “Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli sulle falangi!! (Sura VIII, Al Anfal, “Il Bottino” v. 12).

 Ma, se studiassimo il tradizionale diritto islamico rispetto al jihad, di almeno 32 regole principali, dedotte dal Corano, e una infinità di interpretazioni che complicano ulteriormente la prassi della “guerra santa”.

  Il jihad, nella tradizione sunnita, è sempre difensivo, ma è comunque destinato all’espansione della comunità dei credenti;   ed esso  è una complessa teologia politica che non riguarda solo la guerra vera e propria, ma la propaganda, l’organizzazione interna dell’Islam, la sua economia, il suo diritto in tempo di pace.

 Come fare a indicare l’Altro da sé come semplice e primitivo, quando l’Islam, nella sua ferocia, organizza una intera società che si muove contro gli “infedeli”, tra mercato del petrolio, azioni di propaganda soft e hard, penetrazione demografica, manipolazione sapientissima del sistema politico dell’Occidente più inerme e sazio di sé?

 L’Occidente legge poi la nuova Russia di Putin come un ritorno del rimosso staliniano e comunista, dimenticandosi che un Paese con undici fusi orari e oltre 24 gruppi etnici maggiori distribuiti su 17 milioni di chilometri quadrati o si governa dal centro, con necessaria durezza, o non lo si governa affatto.

 Una Eurasia “delle autonomie”, come pure venne disgraziatamente in mente a Zbigniew Brzezinsky anni fa, sarebbe più democratica e meno pericolosa per la penisola eurasiatica, ovvero noi?

  Gli USA hanno poi pensato che la liberalizzazione forzata, sviluppatasi ai tempi di El’cin, avrebbe portato la Russia ad essere un Paese periferico, ma avevano sbagliato il conto.

 Se, come è probabile, il defezionista del KGB negli USA Anatoli Golytsin non ha tutti i torti, la sua teoria, esposta in un vecchio e utile libro intitolato New Lies for Old, “bugie nuove  per le vecchie”, la trasformazione dell’URSS e la fine del PCUS sarebbero state attentamente programmate all’interno del  Primo Direttorato Centrale del KGB.

 Distruggere il partito che bloccava lo Stato, far entrare capitali freschi dove non ve ne erano più e far partecipare Mosca al nuovo “grande gioco”, quello della globalizzazione.

 Come si vede, non si può studiare un Paese come la Russia verificando, con la famosa Ragione, solo quale sia il tasso di “democrazia” o di “diritti umani”.

 Per la Cina, dopo un primo periodo in cui gli Occidentali si sono ubriacati per le riforme liberalizzatrici, credendole la fine del sistema comunista, si sono poi accorti che erano proprio le Quattro Modernizzazioni di Deng Xiaoping (e, prima, di Zhou Enlai) che salvavano il Partito dal crollo, mentre la società cinese rimaneva fortemente e spesso spontaneamente comunista.

 Non vi è quindi correlazione tra “libertà borghesi” e quindi illuministe e sistema politico, come peraltro ci aveva già insegnato Benedetto Croce.

 Ma come si può evitare questo pensiero “critico” e razionalista in politica estera, che non ci fa capire l’Altro e ci obbliga, come occidentali, a accettare sempre il fait accompli?

 Krisis è, etimologicamente, l’atto di discernere, separare, giudicare, valutare.

 Critica viene da krino, che è l’arte di giudicare, secondo i valori del bello, del giusto e del buono, le opere e gli uomini che le compiono.

 Già, ma chi costituisce i principi saldi, i valori iniziali e finali della kritikè teknè, dell’arte del separare e, quindi, giudicare? Ovvio, è la metafisica.

 L’Occidente, e qui non aveva certo torto Heidegger, è costituito dalla dimenticanza dell’Essere nel suo “nascondimento”,  che si mostra solo nel suo apparire, nel suo essere “parvenza” temporanea.

 Come un’onda mostra il mare o il vento ci racconta, facendola percepire, l’aria.

 Ovvero, secondo la nostra interpretazione, la krisis occidentale è  oggi carente  in quanto la sua kritikè teknè ha dimenticato i suoi fondamenti, i criteri che le permettono di operare separando le apparenze e riconducendole a un principio iniziale.

 In quanto Sapienza, e non teknè, arte e tecnica, la filosofia è un  sapere non solo teorico, astratto e quindi parziale, ma un conoscere simultaneamente “per noi” e nella “realtà effettuale della cosa” che sono entrambi  utili per l’indirizzo totale della vita.

 La politica estera non si giudica quindi  a partire da un solo aspetto, quello militare o economico o diplomatico, ma dalla comparazione in sé di tutti gli aspetti di un fenomeno.

 Si pensi qui, per esempio,  al riarmo attuale  cinese, che ha un rilievo sia per la politica interna, come per il progetto di Pechino nel Pacifico, infine per una protezione della futura Belt and Road Initiative, eccetera.

 Se si prende razionalisticamente un aspetto, il primo che capita a tiro o che ci piace, lo  si isola e poi lo si rende assoluto, si crea solo un nuovo mito, non una manifestazione dell’Essere.

 Quindi, in metafisica si predilige una visione globale, la ricerca del perché, dato che niente appare mai senza un motivo o, più esattamente, una causa, e ogni causa pone sempre la stessa domanda metafisica: “perché questo avviene così o è così e non altrimenti?”.

 E, inoltre, la metafisica sa che le cose e gli avvenimenti hanno un senso.

 La distinzione tra senso e significato, per Husserl, il maestro di Heidegger, “risponde alla distinzione tra esperienza e vissuto” e quindi l’autore di Essere e Tempo, Martin Heidegger appunto, sulla stessa linea del suo maestro, ci dice che il “senso è la possibilità di azione offerta dal mondo che comprendiamo”.

 Non quindi formule buone per ogni fenomeno, per ogni disvelamento parziale dell’Essere, come accade sempre nella geopolitica razionalista, si pensi qui al “militarismo” russo o alla democrazia “dal basso” maghrebina che ha rafforzato Al Qaeda invece che i soliti “pluralisti”, ma fenomeni interpretati secondo il loro senso, ovvero  secondo l’ampiezza di correlazioni oggettive che essi generano.

 Certo, la metafisica non gode di buona fama, oggi. L’illuminismo l’ha nascosta, più o meno come l’educatore dell’Emile di Rousseau nasconde maliziosamente gli strumenti, nel bosco, che il protagonista  crede di scoprire per caso.

  Il termine, lo ricordiamo, fu coniato da Andronico di Rodi, nel I secolo d.C., che aveva posto, nella biblioteca di Alessandria, i libri di Aristotele sulla “filosofia prima” dopo quelli sulla Fisica, tà metà tà physikà.

 La Metafisica, nell’accessione aristotelica che la stessa posizione di Andronico da Rodi sottende, va oltre la ricerca fisica utilizzando gli stessi metodi che si usano nella ricerca tra gli esseri particolari.

 Giorgio Colli avrebbe detto qui che l’Essere, nella “sapienza greca”, ovvero tra i presocratici, ha bisogno di una facoltà diversa da quella della ricerca nel e del mondo, ma lo Stagirita vuole invece usare, diversamente dal razionalismo moderno, la razionalità investigatrice in tutto l’ambito dell’Essere.

  Quindi il nostro sapere è astratto, sempre e comunque, e non esistono linguaggi primitivi o originari oppure ancora più intrinsecamente “veri” degli altri, come hanno immaginato i neopositivisti logici e quindi anche gli empiristi.

  Non esiste comunque il fatto originario o essenziale intorno al quale si strutturano tutti gli altri, come pensano quelli che  si immaginano  una azione X da cui tutto abbia inizio, sia essa la liberazione di Parigi del 25 agosto 1944 o la firma dell’”armistizio corto” a Cassibile il 3 Settembre 1943.

 Non c’è un fatto oggettivamente originario, questo lo credono solo i razionalisti e gli stregoni.

  Si estrae quindi nell’analisi “metafisica” ciò che è comune tra vari fatti, poi si verifica la storia di questi fatti, la loro concatenazione effettuale, poi si estrae-astrae dai vari fenomeni studiati ciò che può essere sottoposto ad una analisi razionale,  ovvero il loro aspetto quantitativo e la loro forma.

 Infine,  si definiscono le regole delle cose e del loro essere in quel modo e non in un altro, si definisce quindi  la loro necessità assoluta, che non può fondarsi, ce lo ha insegnato anche Kant, sulla sola esperienza empirica.

  L’empiria ci parla della costanza dei fenomeni, non della loro necessità.

Ci eleviamo alla metafisica, quindi,  quando non ci rifiutiamo di pensare espressamente ciò che è la condizione grazie alla quale pensiamo tutto il resto.

 Ovvero, in termini storici, quando analizziamo tutti i  contesti in cui sono avvenuti i fatti e, quindi,  il loro “non essere altrimenti”.

 La coscienza metafisica non ha altri oggetti che l’esperienza quotidiana, questo mondo, gli altri, la storia umana, la verità, la cultura.

 Ma, invece di considerarli come già esistenti, come dati empirici disponibili a tutti, ovvero come conseguenze senza premesse; e quindi come se essi procedessero magicamente da sé, la metafisica riscopre la loro estraneità al mondo   e il miracolo del loro apparire.

 Ovvero, la metafisica è il contrario del “sistema”.

 Pensiamo quindi a cosa potrebbe accadere se  applicassimo  questo modo di pensare, non mutilato e tronco come il povero razionalismo dei nostri giorni, alla storia e all’analisi strategica.

 Cambierebbe la percezione e l’efficacia di ogni nostra valutazione: la politica cinese, per esempio, non sarebbe più una sorta di adattamento all’economia “di mercato”, ma lo sforzo unitario  di un Paese per vincere quella guerra chiamata globalizzazione.

 Oppure, il debito pubblico non verrebbe più analizzato come alternativa tra “austerity” e default, ma come un mercato finanziario universale come quello di tutti gli altri titoli.

 E ancora, cominceremmo a percepire con lo “stupore” perché la realtà è così e non è altra, come ci dice Platone, le grandi tettoniche geopolitiche future, come la trasformazione dell’Africa, o la sovrapposizione tra tecnologia e nuovo misticismo, oppure ancora la grande soggettivizzazione della nostra cultura politica occidentale, tra 1984 di Orwell e una nuova conformazione degli istinti primari.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France