L’OPEC, il cartello dei 14  maggiori produttori di petrolio, ha adottato recentemente una politica destinata a trasformare tutti gli equilibri politici, strategici e economici futuri.

 Per contribuire al sostegno dei prezzi del barile, l’organizzazione viennese dei maggiori produttori di idrocarburi mediorientali ha accettato una diminuzione rilevantissima, insieme alla Federazione Russa e ad altri, che vale almeno 1,8 milioni di  barili di petrolio in meno al giorno.

 Anche tutti i Paesi produttori non-OPEC, oltre la Russia, dovranno stare al gioco, altrimenti l’accordo, che dura sei mesi rinnovabili sine die, non avrà valore.

 La Russia ha ovviamente intenzione di diminuire il suo output petrolifero e, lo ricordiamo, è stato proprio l’eccesso di offerta russa e nordamericana a far scendere il costo del greggio sotto i 100 dollari Usa, nel 2014.

 Ora, è proprio la geopolitica, soprattutto russa, dopo la vittoria di Mosca in Siria, che bussa alle porte dei gestori dei prezzi del petrolio.

  Mosca vuole riprendere il suo cammino di crescita e rifarsi delle spese della guerra in Siria e delle sue future proiezioni di potenza in Medio Oriente.

Il mondo sunnita e quello sciita vogliono o crescere e diversificare o riprendersi, come per Teheran, dalla lunga stagione delle sanzioni internazionali.

 I Paesi non-OPEC produttori o, meglio, estrattori di petrolio sono, lo ricordiamo, il Canada, il Messico, gli USA, il Bahrein, dove solo l’8% del suo Pil è generato dagli idrocarburi, ma  è un grande  centro di finanza islamica e per la produzione di alluminio, l’Oman e, in Asia, la Cina, il Kazakistan, poi ancora ovviamente la Federazione Russa e, in Europa, la Norvegia.

 L’Arabia Saudita provvederà a circa la metà, 486 mila tra i 10 milioni prodotti ogni giorno, della diminuzione totale prevista della produzione petrolifera.

 L’Iran, provatissimo per le sanzioni, accetta la diminuzione implicita nell’accordo Russia-Arabia Saudita, ma passa da 3,975 milioni di barili/giorno a 3,797.

  L’OPEC provvederà a ridurre la produzione per 1,2 milioni di barili al giorno, raggiungendo i 32,5 alla fine di gennaio 2017.

  Se non ci fosse stato il taglio, il prezzo del barile sarebbe calato al di sotto dei 30 Dollari, ma oggi gli analisti più accreditati stimano che il prezzo del barile possa crescere dai 50/65 Usd fino a 70.

 Il costo più alto del greggio si trasmette rapidamente a tutti i prezzi correlati, favorendo l’inizio dell’inflazione che molti, anche qui con qualche ingenuità, stanno aspettando nelle nostre economie occidentali.

 Detto tra parentesi, Mosca non si fida molto delle promesse OPEC, ma gestisce, insieme ad altri, Kuwait (OPEC) Algeria, Venezuela (anch’essi OPEC) Oman (non appartenente, lo abbiamo visto) e la stessa Russia il “Comitato di controllo sulla valutazione sugli accordi di produzione”, e anche la Russia ha tagliato la produzione di 100.000 barili/giorno, in conseguenza degli accordi.

 E’ poi  bene ricordare che, in questo contesto, l’accordo OPEC-non OPEC darebbe ai produttori USA di shale oil la possibilità di stabilizzare la produzione o addirittura di aumentarla.

 Sul piano strettamente tecnico, l’Iran partecipa all’operazione solo e unicamente in considerazione della situazione strategica nel grande Medio Oriente, mentre avrebbe la necessità di aumentare, addirittura, la sua offerta petrolifera di almeno un milione di barili/giorno, per recuperare la sua posizione e rifarsi del lungo periodo sanzionista.

  E, comunque, lo sanno benissimo anche a Teheran, la produzione iraniana di petrolio è addirittura in calo, da 3,85 a 3,60 barili/giorno.

  E, dopo la fine dell’embargo, gli ayatollah iraniani sono riusciti ad aumentare la produzione solo da 2,8 a 3,8 milioni di barili giornalieri, ma il problema è che l’aumento dell’offerta, in un mercato come questo, deprime immediatamente il prezzo unitario del barile.

 Gli operatori infatti si aspettavano un ingenuo flusso illimitato di petrolio dal’Iran, che però non è riuscito ad aumentare la produzione e, anzi, la stessa OPEC ha registrato un calo recente  del petrolio estratto da Teheran da 3,85 a 3,60 milioni di barili/giorno, segno evidente  di danni al sistema estrattivo e di decadenza tecnologica, danni  che non si risolvono certo in un giorno.

 Il boom dei prezzi, causato da un sostanziale aggiottaggio del barile, favorirà quindi anche gli sciiti iraniani, senza diminuire le chances economiche e militari dei sauditi.

 Sul piano qualitativo, che non è affatto secondario in queste situazioni, la produzione di greggio leggero e sweet tipico dei campi di estrazione USA non ha favorito molto il recente  eccesso produttivo, mentre lo è quello solforoso e di qualità media tipico delle estrazioni OPEC.

 Negli ultimi anni, l’aumento di produzione del cartello con base a Vienna ha prodotto oltre il 50% del suo eccesso di offerta proprio dall’Arabia Saudita e dall’Iraq, ovvero 1,5 milioni di bb/gg, mentre lo shale oil, il nemico principale del cartello di Vienna, si è ridotto di oltre 500.000 barili/giorno, dato che è più sensibile di altre aree alla profitability garantita dall’alto prezzo.

 E’ vero, peraltro, che l’aumento del prezzo al barile favorisce, oggi, perfino  lo shale USA e canadese, che diviene economicamente interessante solo  oltre i 60 Usd a barile e, addirittura alcuni analisti sostengono che il 60% di produzione petrolifera rimanente al mondo sia oggi proprio nell’area dello shale USA, le cui imprese dovrebbero acquisire un vantaggio competitivo nei prossimi cinque anni.

 Ricordiamo, peraltro, che il costo di produzione del barile USA è calato, negli ultimi anni, del 30-40%, mentre è caduto, in area OPEC, di solo il 20%.

  Quindi, una scelta  geoeconomica chiaramente in funzione antiamericana diviene, paradossalmente,  un asset della nuova economia USA, tra petrolio e imprese manifatturiere interne, secondo il progetto di Donald J. Trump.

 I Sauditi sono oggi, peraltro,  al massimo dei loro livelli produttivi, ma potrebbero avere capacità tecnologiche per incrementarli, per un breve lasso di tempo, del 25%.

 Oggi, dopo l’accordo OPEC-non OPEC, il future sul Brent con scadenza febbraio 2017 ha superato temporaneamente quota 57 Usd, un rialzo di più del 5% rispetto alla sola chiusura dell’ultimo venerdì.

 E, secondo Merrill Lynch, l’accordo tra i due gruppi d produttori di petrolio, un accordo che la Russia ha elaborato da anni, e ricordiamo qui le dichiarazioni di Putin a favore della entrata, addirittura, della Russia nell’OPEC, farà salire il barile a 70 Usd entro la metà di questo anno.

 I capitali speculativi ritorneranno allora sui mercati petroliferi, abbandonando temporaneamente le altre alternative: le materie prime non-oil, le monete, l’oro e i metalli preziosi, oltre che a molti titoli di Stato.

 Ecco, è qui che l’Italia dovrà ricalibrare la sua offerta di titoli di debito pubblico. E non sarà certo facile.

 Ma, comunque, niente è ancora ben deciso e stabile.

   Vi ricorderete, infatti, della guerra sotterranea all’OPEC scatenata dal Kuwait nel 1985, quando i Paesi del cartello  dichiaravano riserve di petrolio superiori, molto superiori a quelle reali perché questo faceva lievitare la loro quota di produzione.

 In linea di massima, le riserve OPEC dovrebbero essere, da 1,3 miliardi di barili dichiarati dal cartello di Vienna, appena 0,8 miliardi.

 In linea di massima, tutte le riserve petrolifere  ufficiali del cartello viennese potrebbero essere superiori di oltre un terzo a quelle effettive.

 Senza aggiungere qui che i veri dati sulle riserve di petrolio e gas saudite sono, ancor oggi, segreto di Stato, a Riyadh.

 Quindi, l’attuale linea dell’OPEC è quella di chiamare nel cartello, almeno indirettamente, tutta la produzione esterna di petrolio, favorendo marginalmente perfino quella USA e canadese, che pure era stata l’obiettivo della lunga battaglia ribassista dei Paesi petroliferi mediorientali.

 Gli effetti geopolitici li vediamo subito: un accorpamento di gran parte del Medio Oriente dietro alle strategie di Mosca, mentre gli USA, e non parliamo nemmeno qui della ridicola UE, rimangono al palo.

 L’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio iraqeno al giorno, a un prezzo ben inferiore a quello saudita, prima promesso ad Al Sisi nell’accordo-quadro che prevedeva 23 miliardi di Usd di aiuti l’anno.

 Riyadh non ha implementato l’accordo con il Cairo, per punire l’Egitto della sua partecipazione al sistema russo-alawita in Siria e in Iraq, appunto.

 Al Sisi ha perfino riaperto i canali occulti con l’Hezb’ollah libanese,  contribuirà alla costruzione di  un oleodotto dall’Iraq all’Egitto che passa dalla Giordania, senza poi contare che l’Egitto addestra fin da oggi quattro unità dell’esercito iraqeno per  operazioni antiterroristiche.

 Peraltro, il Cairo sta combattendo attivamente lo “Stato” Islamico in Libia e, soprattutto, in Sinai, e il Daesh può ormai colpire tutto l’Egitto dalle sue basi nel sud della Libia.

 Quindi, Al-Sisi ha previsto un rafforzamento dei suoi legami con l’Algeria, che ha problemi simili.

 Ecco, infatti, dove andranno i nuovi capitali che ricominciano ad arrivare dai petroli: alla difesa delle linee  estreme contro il jihad, quindi Egitto, Giordania, Iraq, Siria e, inoltre, ad una stabilizzazione della situazione siriana, che sarà pagata dall’aumento del greggio, il quale  inoltre finanzierà la modernizzazione e la diversificazione dell’economia russa.

 Gli europei, come i ragazzini di periferia alle stazioni ferroviarie, staranno a guardare i treni che partono.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France