L’accordo tra le fazioni libiche del 17 Dicembre 2015, siglato in Marocco, non è stato ancora implementato.

 Esso presupponeva un illuministico “processo di pacificazione nazionale”, ovviamente dal basso, che nessuno ha voluto porre in essere, mentre fischiavano le pallottole e il sedicente “califfato” di Abu Baqr al Baghdadi si insediava nella Sirte.

 Ma, nella mentalità ingenua dei maggiori decisori internazionali, era solo l’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar il vero nemico della pacificazione nazionale, ed era all’ex-delfino di Gheddafi che si riferiva il già Segretario di Stato Usa John Kerry quando affermava che sono le “battaglie di singoli, dediti solo al loro interesse, che mettono in pericolo la sicurezza della Libia”.

 Sappiamo per certo che, per qualche strana alchimia, il già Secretary of State affermava con sicumera l’esatto contrario della verità, quindi deduciamo che le forze di Haftar sono state inevitabili per eliminare i militanti jihadisti nella Sirte, il che è però un fatto.

 Quando il vecchio generale di Gheddafi ha lanciato l’”Operazione Karama” (Dignità) il 16 Maggio del 2014, aveva  quindi in mente alcuni obiettivi, tra cui l’unità della Libia, sentimento molto più diffuso di quanto non si creda, tra le popolazioni locali, oltre  alla inevitabile  costituzione di una dittatura militare-civile, l’unica forma di governo capace di disarmare e stabilizzare, non con le chiacchiere onusiane ma con i fatti, tutto l’arco di crisi libico.

 Fin dall’inizio Haftar ha avuto il sostegno dell’Algeria, che ben conosce la resilienza e la pericolosità del jihad permanente e l’aiuto dell’Egitto, che vuole proteggere i suoi cittadini operanti nell’economia libica,  che prima della caduta di Gheddafi era di gran lunga la più florida del Maghreb.

 Abdel Fattah Al Sisi, che solo la terribile mala gestio da parte nostra del “caso Regeni” ha allontanato dagli interessi italiani, sostituiti prontamente al Cairo  dalla Francia, non vuole tra i piedi la Fratellanza Islamica, vera e propria “terza internazionale” del jihad, e arma Haftar, nemico giurato di ogni islamismo totalitario.

   Poi,  Haftar può contare sul  sostegno anche dell’Arabia Saudita e degli Emirati,  che, entrambi, non vogliono né la Fratellanza Musulmana, asse di tutti e due i  governi libici attuali,  né tantomeno  la crisi strutturale di uno dei maggiori produttori di petrolio in Africa, infine lo aiuta anche la Francia, che ha avuto, malgrado tutto, un momento di lucidità strategica  nel quadrante libico.

 Il presidente Hollande fortunatamente dormiva, in quel momento.

 Non pervenuta, ovviamente, la scelta strategica dell’Italia,  che scommette ancora su un impossibile governo unitario subito, che se ci fosse non conterebbe niente, e sulla geopolitica balzana e idealistica dell’ONU, che credo sia pensata  sulla base degli oroscopi del giorno.

  Invece l’Italia di Renzi prima e di Gentiloni poi lancia i dadi (gioco proibitissimo nella cultura islamica) scommettendo solo sul governo di Fajez Al Serraj, che con i suoi venti ministri  conta poco o nulla perfino nei vicoli di Tripoli dove ha sede, sul mare che vide l’inabissamento dell’aereo di Italo Balbo, colpito “per errore” dalla nostra contraerea.

   Roma quindi, a nostro avviso,  avrebbe dovuto trattare anche con Khalifa Haftar, che non è un profeta disarmato come Serraj o Savonarola ma un profeta armatissimo, come Ciro, Romolo, Teseo, sempre per citare il Principe machiavelliano, dove sempre  i capi disarmati ruinano.

 La fine del realismo politico, sostituito da un idealismo tra il sessantottino e il russoviano,  è un problema culturale determinante nella nostra epoca, ma ne parleremo in altro luogo.

 L’altro punto di forza, il pieno che riempie il vuoto, come insegna la dottrina antichissima di Sun Tzu nella sua Arte della Guerra, è oggi per Khalifa Haftar l’accordo con la Federazione Russa, siglato a bordo della Admiral Kuznetsov di ritorno, vittoriosa, dal Medio Oriente,  lo scorso 11 Gennaio.

  Mosca concederà al generale libico, e determinante è stata la mediazione dei Servizi algerini, materiale bellico e, soprattutto strumenti elettronici evoluti per la sorveglianza e l’intelligence da segnali.

 La Russia, che ha già vinto la sua guerra in Siria, altro vuoto occidentale che è stato preso dal “pieno” russo e alawita di Assad, è ormai leader nel Mediterraneo meridionale ed ha quindi l’immediata  necessità di trovare una collocazione e un alleato credibile nel sistema libico.

 I russi sanno ancora pensare la guerra e, quindi, sanno che una o due basi sul solo Mediterraneo orientale sono sguarnite e possono essere strategicamente silenziate, anche senza esplicite azioni belliche.

 Invece di aspettare la “pace perpetua” di kantiana memoria, i russi hanno allora scelto il loro cavallo,  Khalifa Haftar, e lo stanno sostenendo non con le   chiacchiere pacifiste ma con le armi e il loro  supporto politico e strategico sul piano internazionale.

 Quos Deus perdere vult, dementat, potrebbe essere il motto della geopolitica occidentale di questi ultimi anni.

 L’”Operazione Dignità” è certamente un alleato determinante del governo di Tobruk, ma l’altro governo, quello sulla spiaggia tripolina, ha perso, malgrado gli aiuti, anche il controllo su quella che dovrebbe essere la sua capitale; e quindi non avrebbe più senso sostenerlo più di tanto.

 Ma chi si dimentica Machiavelli è destinato a studiarlo nella sconfitta.

 I russi hanno poi sempre desiderato una base in Africa settentrionale: nel 2010 chiesero al governo algerino l’accesso alla base di Mers-el-Kebir, che allora gli fu negata.

 Ma oggi hanno a disposizione la Libia, che hanno sempre sognato di avere  anche quando c’era Gheddafi, che proprio prima di essere deposto dal combinato disposto di jihadisti e democrazie europee, aveva comprato da Mosca armi, per, si dice, quattro miliardi di Usd, mentre aveva accettato la presenza di “istruttori” russi per le sue Forze Armate.

 Mosca non può vendere armi direttamente ad Haftar, dato l’embargo ONU in forza dal 2011, ma può farle “cedere” dagli algerini, che hanno già  il 90% del loro arsenale in armi russe.

 Peraltro, i militanti del c.d. “califfato” stanno scappando dalla Sirte e dalla Libia centrale verso il sud, ovvero alla frontiera libica con Algeria, Chad, Niger.

 E’ stato infatti  proprio il Chad a chiudere le sue frontiere con la Libia il 3 gennaio scorso.

 L’Algeria, poi, vuole continuare le trattative con tutti i players libici,  ma preferirebbe avere due basi russe in Cirenaica, che sono già in programma, invece che la vacua ignavia degli idealisti occidentali.

 Ma intanto scommette sul cavallo più forte, Khalifa Haftar.

 Nel frattempo, Mosca è divenuta il maggior fornitore di petrolio verso la Cina, soppiantando i sauditi, e questo accade proprio dopo l’accordo OPEC-non OPEC, che ha fatto diminuire la produzione sia ai produttori arabo-islamici che alla Russia, facendo ovviamente  risalire il prezzo del barile.

 Se la storia è comunque magistra vitae, come dovrebbe essere, è comunque  vero che Haftar voleva diventare comandante in capo delle nuove Forze Armate libiche post-gheddafiane, ma la scelta cadde, per gli infiniti bizantinismi della politica maghrebina, su Yussuf Al-Mangoush, che si costruì subito una milizia privata di jihadisti e fece uccidere diversi ufficiali lealisti.

 E, probabilmente, al Mangush avrà fatto uccidere anche il generale Abdel Fattah al Yunis, il potente capo dei ribelli dell’Est libico.

 E, sempre se l’Occidente non sarà un gattino cieco, come purtroppo sospetto, le forze di Misurata, che sostengono a pagamento (anche nostro) il governo di Al Serraj, saranno ancora un osso durissimo per l’”Operazione Dignità” di Haftar.

 Invece di fare come quel sessantottino che si inseriva tra la Polizia e i rivoluzionari rossi con un lenzuolo bianco, gridando “pace!” ma prendendole di santa ragione da entrambi, l’Italia e il resto della UE, e vedremo ora cosa farà l’America nuova di Trump, dovrebbero trattare con Haftar;  oltre che aprire un “dialogo” (questa parola gli piace tanto) con  Khalifa al-Gwell, leader del governo di Tobruk, e infine decidersi a creare una nuova carta geografica della Libia possibile.

 Con la forza, magari, non solo con le declamazioni di principio.

 Ovvero  due governi, e a Serraj gli faremmo anche  un bel regalo prendendolo sul serio, con una Forza Armata unica  comandata da Haftar e, soprattutto, un confine tra Est e Ovest libico controllato da egiziani, sauditi, algerini, tunisini e una Multinational Force in Libya sotto mandato ONU  costituita, come Forza di interposizione, da Italia, Spagna, Francia, USA e Federazione Russa.

 Attualmente, la tensione tra le Forze di Misurata e l’”Operazione Dignità” è altissima e potrebbe investire la stessa città di Tripoli, ma lo scontro riguarderebbe direttamente anche la zona petrolifera centrale, mentre Haftar sta operando alleanze tribali nel Sud, la stessa strategia che ha permesso al generale di prendere l’Oil Crescent libico.

 Il centro di gravità di questa guerra sarà, con ogni probabilità,  ancora la Sirte, in cui Khalifa Haftar farà di tutto per chiudere il terreno alle forze di Misurata.

 Peraltro, Al Serraj ha dichiarato, al meeting dell’Unione Africana a Brazzaville, lo scorso 30 gennaio, che vuole costruire una “unità antiterrorista” e, per questo, potrebbe incontrare proprio il generale Haftar.

 L’accordo che Al Serraj ha in mente è certamente la nomina di Haftar a comandante in capo delle FF.AA. unite della Libia, ma soprattutto il mantenimento del suo governo tripolino e del suo attuale posto di lavoro.

 Se non altro, facendo valere i suoi appoggi internazionali, ovvero i “profeti disarmati” dell’Occidente.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France