L’attuale Presidente dell’OSCE, il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, ha delineato la sua attività nella struttura di sicurezza più grande del mondo, quella alla quale aderiscono 57 Paesi i quali  tentano, anche e soprattutto grazie all’OSCE, di prevenire i loro conflitti interni.

 Dal Giappone alla Nuova Zelanda fino al Messico e alla Corea del Sud, la rete OSCE permette una ampiezza di operazioni mai prima sperimentata da una rete per la sicurezza collettiva.

 E si tratta di aree determinanti per il futuro sviluppo, non solo economico, del globo.

 L’ultima azione,  ma non certo quella  meno rilevante, riguarda la Business Conference 2017 per le tecnologie “verdi” e quelle per le telecomunicazioni,  che si terrà  il 25 gennaio prossimo venturo a Vienna.

 Ecco, questo è un esempio efficace delle attività dell’OSCE, una struttura di sicurezza e stabilità  internazionale che potrebbe, in un contesto che si va peraltro già delineando, sostituire o comunque perfezionare il lavoro di altre organizzazioni per la tutela  collettiva.

  Il ministro Steinmeier ha peraltro notato, in una recente intervista, che l’OSCE, sotto la sua presidenza annuale, ha realizzato ben 300 eventi di rilievo a Vienna, a Berlino e in tutta l’area dell’Organizzazione nel loro anno di Presidenza.

 Dalla Ucraina al Turkmenistan all’Armenia, l’ODHIR e quindi l’OSCE si sono prodigati  e soprattutto opereranno per verificare la regolarità di tante elezioni politiche e locali: in Febbraio ci saranno quelle in Liechtenstein, il 12 le elezioni  in Turkmenistan, il 15 marzo  l’attività elettorale  in Olanda, ad Aprile 2017  le elezioni presidenziali in Francia, ma il 2 di quello stesso  mese anche le operazioni elettorali in Armenia, con il Maggio e il Giugno avremo poi  le attività di  monitoraggio elettorale dell’OSCE in Serbia e Mongolia.

 Tutte aree sensibilissime peraltro, dove la certificazione del processo elettorale è la chiave per la legittimità politica internazionale, e quindi anche economica e finanziaria, di quei nuovi governi.

 Se la questione può fare, all’inizio, sorridere un cinico lettore di Hobbes o di Machiavelli, si pensi a cosa accadrebbe se tutti questi processi elettivi fossero privi di legittimità e certificazione internazionali.

 Blocco dei finanziamenti internazionali, destabilizzazioni operate da vari attori internazionali, il jihad “della spada”, la destrutturazione economica, anche tramite l’emigrazione, di quei Paesi.

 Se quindi la nuova Presidenza Usa, con Donald Trump, non avrà come stella polare la NATO, che il president-elect nordamericano ritiene, non del tutto a torto, obsoleta, o se la UE sarà un “nome collettivo” per gli interessi dei singoli Paesi europei, allora potrà essere solo la OSCE, che tra poco e nel 2018 sarà a presidenza italiana, a  poter convogliare in modo credibile le istanze di una sicurezza collettiva che non può non mancare.

 E c’è da ricordare e ripetere che in Giugno ci saranno le elezioni politiche in Francia, delicatissime, e il 18 giugno di quel mese altre operazioni elettorali in Albania.

 Il 26 di quel mese, Giugno,  avverranno le  operazioni elettorali presidenziali in Islanda, area di cui solo chi conosce la piena definizione della rete NATO può comprendere l’importanza.

 In Germania, non sappiamo ancora bene quando, ci saranno anche lì le elezioni politiche e, a settembre di questo anno, avverranno altre elezioni parlamentari in Norvegia.

 Non importa che si tratti di Paesi democratici: sono Nazioni essenziali per l’equilibrio globale.

 In Slovenia e in Bulgaria, nel 2017, ci saranno altri eventi elettorali importanti, e anche  qui non sappiamo ancora esattamente quando, mentre dovranno essere compiute, in questo nostro anno, le elezioni comunali, anch’esse determinanti sul piano politico, nella FYROM, Former Yugoslav Republic of Macedonia.

 Ad ottobre 2017, infine, ci saranno le elezioni presidenziali in Kirghizistan e quelle parlamentari nella Repubblica Ceca.

 Ecco, queste sono solo le attività elettorali di monitoraggio OSCE, e anche solo il semplice elenco può farci capire la loro importanza.

 Noi quindi, durante la Presidenza italiana del 2018, dovremo invece  risolvere l’efficacia delle operazioni elettorali in Ucraina, e non solo quelle elettorali, il tema estremamente complesso delle migrazioni intercontinentali, il rapporto con gli Stati del Mediterraneo meridionale.

 Le linee determinanti della nostra politica estera, quindi, e le questioni essenziali per la struttura e il futuro dei Paesi Europei  e per molte delle nazioni che compongono i 57 membri dell’OSCE.

 Tutto si deciderà tra questo e il prossimo anno, quello di Presidenza OSCE all’Italia.

 Un tema che certamente sta a cuore alla presidenza italiana dell’OSCE, conferita, lo ricordiamo, all’unanimità,  sarà nel 2018  quello della risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh.

 Come ricordiamo, la guerra tra Azerbaigian e Armenia ha portato all’occupazione armena di circa il 20% del territorio azerbaigiano, e le operazioni militari si sono concluse con l’accordo bilaterale di Bishkek del 1994.

 Dio solo sa quanto questo accordo sia nei desiderata di Mosca, che non vuole guerre di cortile ai suoi confini.

 Tutte le risoluzioni internazionali, la 822, 853, 874 e 884 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le altre adottate dall’Assemblea Generale dell’ONU stessa, le altra assunte dalla stessa OSCE in questo mese di Gennaio 2017, tutte  reclamano l’uscita unilaterale delle forze armene dal territorio azerbaigiano.

  Ecco un punto interessante, anche sul piano strategico: come fa l’OSCE a rendere poi credibili le sue decisioni e le tante trattative che compie?

 I “caschi blu” dell’ONU non sono, lo abbiamo visto più volte, efficaci.

 Congelano lo scontro fino a che sono sul campo, poi  tutto torna inevitabilmente come prima.

 Non sarebbe quindi inutile che la stessa OSCE, in un quadro, appunto, di sicurezza collettiva, si dotasse, nel quadro dell’anno a presidenza italiana, di un sistema efficace di controllo delle decisioni sul campo.

 Non è necessario un sistema puramente militare, basterebbe solo una rete di “sensori” sul terreno che potrebbero poi segnalare alle altre strutture militari tradizionali, dalla NATO alla  Shangai Cooperation Organization, fino a singoli Paesi come Turchia e Russia, la necessità di valutare, controllare, prevenire scontri non desiderati o marginali nel grande quadro della nuova Eurasia.

 Le grandi alleanze nate sulla base della guerra fredda sono quindi  obsolete.

 Lo è la NATO, che non verrà presa sul serio dalla nuova Presidenza repubblicana USA di Donald Trump.

 Il nuovo capo della Casa Bianca non vuole enti inutili tra i piedi: se desidera, e certo lo vuole, un accordo globale con la Federazione Russa, lo farà senza e magari contro la stessa Alleanza Atlantica.

 Si noti bene che non si tratta qui solo di soldi americani che vengono spesi per la sicurezza europea mentre i governi UE e NATO, appunto, guadagnano un “dividendo della pace” per il  quale non hanno pagato un soldo.

 Il problema, e lo vedremo presto con la nuova presidenza USA, non è solo questo.

 La questione è  ben più ampia. La NATO è nata, lo diceva Lord Ismay, per “tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

 Oggi l’equazione strategica che corre sull’Oceano Atlantico è del tutto diversa.

 Si tratterebbe, casomai, di tenere i tedeschi dentro, i russi vicini,  ma gli americani ancora dentro.

 Ma allora  perché  Washington dovrebbe pagare quasi tutto il carrozzone  NATO se può trattare da pari a pari con Mosca, e con ottime condizioni di partenza?

 La Russia non ha peraltro alcun interesse a “tenere fuori” gli USA dai quadranti in cui opera e sta oggi vincendo la sua partita.

 In Siria, in Asia Centrale, nelle nuove guerre regionali che si stanno configurando in Medio Oriente, Mosca vuole far contare Washington, dopo le azioni senza senso strategico e logico  di Barack Obama, divise tra interventismo “democratico” ingenuo e disastroso ma  puramente ideologico  e l’irrilevanza politica in altre aree, egualmente importanti.

 Mosca non vuole tutto il fardello delle sue operazioni internazionali, che pure hanno tolto alla stessa America molte castagne dal fuoco.

  In Medio Oriente ci sarà, con ogni probabilità, una grande conferenza di pace o, comunque, una rete di relazioni bi- e trilaterali che ridisegneranno il nuovo equilibrio tra le potenze.

 Mosca come arbitro finale, certamente, dopo la sua vittoria in Siria, gli accordi con Gerusalemme e la stabilizzazione del sistema sciita e dei confini iraqeni e giordani.

 Per non parlare poi  dell’invito all’Arabia Saudita a partecipare alle prossime trattative sulla pace siriana e l’offerta agli Emirati per lo stesso fine, sempre da parte di Mosca.

 Cosa farà qui l’OSCE, che certamente sarà invitata, e non solo per monitorare le future elezioni?

 La presidenza italiana avrà idee nuove e una nuova percezione degli equilibri regionali tali da proporre soluzioni originali e sicure?

 E se provassimo, sempre in ambito OSCE, a garantire la gestione del flusso dei migranti, cosa che molti dirigenti europei e italiani reclamano con forza?

 Bene: se la direzione OSCE italiana facesse entrare la Federazione Russa e la Cina, per esempio, non sarebbe certo male.

 La Turchia è già membro, e dovrebbe essere resa attiva proprio nell’ambito della nostra azione di sicurezza collettiva, sia per quanto riguarda i migranti, che non possono essere l’oggetto di un ricatto alla sola Germania con i soldi UE, sia per il ridisegno delle linee di arrivo e, soprattutto, di selezione della migrazione dal Medio Oriente.

 Si tratterà, sempre in ambito OSCE e nell’ambito della Presidenza italiana del 2018, di integrare i Paesi del Maghreb, almeno quelli non destabilizzati per sempre dalla stupida follia delle “primavere arabe”, in un progetto di sicurezza collettiva per le migrazioni e la stabilità del Mediterraneo.

 Se, come è del tutto probabile, la Federazione Russa sarà presente con due basi in Libia, nei territori controllati da Khalifa Haftar e dal governo di Tobruk, mentre noi e gli altri “umanitari” ci balocchiamo ancora con il tentativo di governo tripolino di Fajez al Serraj, allora la presidenza italiana  OSCE del 2018 dovrà chiudere la partita libica con una conferenza internazionale, ed armi nazionali integrate, entro il quadro OSCE,  sempre con Cina e Federazione Russa.

  Bisognerà togliere alla nostra organizzazione di sicurezza collettiva l’aria di associazione tra Paesi del “Nord del Mondo”, come li chiamava l’impareggiabile Willi Brandt.

 Aprire quindi al Maghreb, e ai Paesi stabilizzati in quell’area malgrado la follia primaverile, ma soprattutto far entrare nel quadro OSCE Mosca e Pechino.

 Se l’Italia riuscirà in questo intento avrà una chance per sostituire due organizzazioni in fase di chiusura, NATO e UE, con una nuova rete di sicurezza collettiva ampia e credibile.

 Se invece rimarremo nel “vecchio pensiero” e avremo paura delle nostre ombre, allora ogni sforzo sarà vano e dovremo passare ad una fase per la quale l’Italia è totalmente impreparata: la politica estera e di difesa nazionalizzata e autonoma.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France