E’ in atto un complesso gioco strategico tra Russia, Iran, Siria e, di conseguenza, tra i sostenitori di Assad e gli altri attori dell’attuale equilibrio bellico siriano.

 In prima analisi, vi è da notare le affermazioni  del  segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Iraniano, Ali Shamkhani, il quale ha affermato il 15 gennaio scorso che “la frammentazione delle aree regionali in Medio Oriente spianerà comunque la strada alle forze takfire, (ovvero “infedeli”) su tutti i territori islamici” il che, aggiunge Shamkani con una interessante sfumatura, contraddice gli interessi di tutto il mondo islamico”. E quindi dell’Iran.

 In altri termini, Shamkani, che parla in nome e per conto dell’Autorità e Guida Suprema, il Rahbar Khamenei, vuol dire due cose: che l’Iran combatterà per l’integrità della Siria, e nei vecchi confini; e che comunque  l’Iran è pronto alla lotta contro i takfiri, gli “apostati”, sia nel mondo sciita che in quello sunnita.

 Teheran non ha alcun interesse all’incendio “democratico” di tutto il Medio Oriente, come è invece avvenuto per gli Usa tra le famigerate “primavere arabe” e la creazione del cosiddetto “califfato” tra Iraq e Siria.

 Ancora, la lotta sciita contro il takfirismo sunnita vuol dire, a Teheran, un qualche scontro futuro con l’Arabia Saudita,  anche se Shamkani è stato chiaro nel dire che quello che afferma non riguarda nemmeno lo stesso regime di Riyadh.

 “La caduta della casa reale saudita-ha aggiunto Shamkani-non vuol dire che essa sarebbe sostituita da un nuovo regime più adatto alle necessità”. Meglio controllare e proteggere, ad altissimo costo politico, che creare condizioni di vuoto strategico che sarebbero incontrollabili da alcuno.

Anche in questo caso, la lezione delle “primavere arabe” è stata pienamente intesa dalle potenze mediorientali.

 Ancora, Teheran ripete che non vuole destabilizzare nessuno, come peraltro la stessa Russia, che ha perfino  invitato i sauditi alla futura conferenza per il Nuovo Medio Oriente.

 Fine strategico essenziale, per tutti quelli che stanno vincendo la guerra siriana, è quello di mantenere l’attuale sistema, con gli USA perdenti e legati, si spera ormai di malavoglia, ai sauditi.

 Gli americani sono peraltro ancora freddi,  come nella prospettiva obamiana,  nei confronti di Israele, la unica carta giusta che non hanno saputo giocare e che oggi, con la Presidenza Trump, sarà finalmente giocata.

 E non solo in Medio Oriente, prevediamo.

 Intanto, questo lunedì 15 u.s. L’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad ha lanciato un attacco che, per quel che ne sappiamo mentre scriviamo, dovrebbe essere efficace, alle postazioni di Jabhat Fatah al Sham, il nuovo brand di Al Nusra, la frazione siriana di Al Qaeda, che opera in zona oltre al jihad di Harakat Harar al Sham, altra unione litigiosa  di piccoli gruppi jihadisti.

 La 42° Brigata della 4° Divisione meccanizzata delle forze di Assad ha ripetutamente, tra ieri e oggi,  colpito le aree di al Fijah, nell’area di Wadi Barada,  in una postazione che quelle forze jihadiste che non avevano firmato l’accordo tenevano e rifiutavano di abbandonare, secondo la lettera del trattato del 30 Dicembre ad Astana.

 Il Wadi era stato recentemente tenuto dall’Esercito Libero Siriano, il principale operatore dei gattini ciechi dell’Occidente.

 Fateh al Sham avrebbe addirittura ucciso un mediatore del trattato di pace.

 Wadi Barada, se si guardano le carte degli Stati Maggiori, è il punto di congiungimento tra le necessità idriche del centro della Siria e la chiusura del fronte siriano, russo e iraniano su Damasco, di cui il Wadi è porta primaria.

 Le forze di Bashar e quelle dell’Hezb’ollah libanese sono ancora all’opera, liberare il Wadi vuol dire garantire la sopravvivenza di Damasco e aprirsi la strada verso Idlib.

 Intanto, prosegue la sequenza di bombardamenti dei russi e dell’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad contro le postazioni Isis-Daesh tra Maskanah e la pianura di Deir Hafeh.

 Siamo nell’area orientale della regione di Aleppo, che è anch’essa centrale per risolvere la guerra;  i bombardamenti russi e siriani sono diretti a distruggere la strada principale per i rifornimenti del cosiddetto “califfato”, quella che va da Raqqa ad Aleppo Est.

 I russi, secondo fonti militari interne, avrebbero addirittura sostenuto e protetto, con i loro lanci di bombe nei raid aerei, l’area di controllo turca  a nord di Al Bab.

 Inoltre, l’aviazione di Mosca ha già costituito una sua struttura fissa, sempre secondo notizie siriane, che dovrebbe  sostenere e coprire  l’offensiva siriana di terra proprio nell’area di Deir Hafer.

 E i russi, come era prevedibile, utilizzano la tregua del 30 Dicembre scorso per rafforzare le loro posizioni in Siria.

 Ci sono voci, pressanti, sul progetto di rafforzamento della base navale di Tartus, sul Mediterraneo, e sull’aumento di forze aeree russe nella base di Humaynim.

 Ancora, in un altro punto nevralgico di questa guerra in Siria, affidabili fonti russe ci informano che le forze di Bashar el Assad stanno avanzando a Ghouta Est, nella regione di Damasco, colpendo postazioni jihadiste a Autaya e Nashabiyan, zone dove operava Jaysh al Islam.

 I siriani di Bashar hanno avuto il sostegno di qualche operatore dei servizi iraniani e, soprattutto, di un gruppo di fuoco del Movimento di Liberazione della Palestina, che è di solito armato, nella  attuale guerra siriaca, proprio  dagli iraniani.

 Altra battaglia che aiuta a capire la guerra è quella a Deir Ezzor, dove il Daesh-Isis sta operando in forze.

 Ovvio: se il “califfato” perde Deir Ezzor, i soldati di Bashar e i russi hanno via libera verso Raqqa.

 Per ora, i siriani di Bashar el Assad stanno riprendendosi alcuni punti di rilievo militare, come i campi di elicotteri che, precedentemente, il Daesh/Isis aveva riconquistato, mentre il c.d. “califfato” vuole assolutamente tenere l’aeroporto di Deir Ezzor, asse della tenuta territoriale dei jihadisti dell’Isis per proteggere Raqqa, che è ancora la loro “capitale”.

 In sostanza, i punti di crisi dell’attuale guerra in Siria sono le offensive delle forze di Damasco di Assad  verso Deir Ezzor e Palmira, e la risposta del “califfato” nell’area stessa di Deir Ezzor.

  Tra l’altro, c’è la questione, già da noi citata, di Wadi Barada e di Ghouta Est e, se le operazioni a Wadi Barada vanno bene per le forze di Damasco si aprirebbe, per l’esercito di Assad, la via verso Beit Jinin, l’area determinante che passa tra Damasco e le Alture del Golan.

 Punto essenziale questo  per il coinvolgimento di Israele nella guerra, che nessuno vuole e, tantomeno, è nei piani di Gerusalemme.

 Il ruolo dei turchi ad Aleppo Est sarà, nei prossimi giorni, del tutto determinante, poiché le forze di Ankara dovrebbero conquistare Al Bab, il punto di attuale minor forza militare dello “stato” islamico e, forse, la chiave da cui partire per smembrarlo e eliminarlo definitivamente.

 Ecco le forze in campo ma, sul piano culturale e politico si assiste ad un fenomeno nuovo e, in gran parte, imprevisto.

 Una delle forze oggi attive è quella che chiameremmo dell’islamismo nuovo e totalitario, tra cui possiamo annoverare il c.d. “stato islamico”, naturalmente, ma anche tutto il jihadismo che corre in Medio Oriente, tra la vecchia rete della Fratellanza Musulmana, all’origine di tutto il caos attuale.

 Forze  che si battono, a parte il c.d.”califfato”, per una presenza politica maggiore e determinante in tutte le loro aree di penetrazione, sunnite o meno.

 Poi vi è l’Iran, che non vuole e non ha interesse a creare il fin troppo noto “campo sciita” ma sostiene i propri interessi in Siria, nello Yemen, negli Emirati, nelle vaste minoranze del “partito di Alì” in tutta la Mezzaluna Fertile.

 Non vuole andare alla guerra l’Iran, per ora, come ha dichiarato il leader di Teheran  che abbiamo citato all’inizio, ma l’Iran sciita  cerca la stabilità,  per poi trattare con i poteri attuali nell’area da posizioni di forza.

 Viene in mente la recente dichiarazione di un comandante dei Pasdaran, “le guardie della Rivoluzione” iraniana, che ci informava come la sua struttura armata controllasse già quattro  capitali arabe:  Baghdad, Damasco, Beirut e San’aa.

 Quindi, la Turchia è di fatto lontana dalle politiche NATO in Medio Oriente, se mai è stata ad esse vicina, e Mosca ha guadagnato, sul terreno, l’appoggio determinante  della seconda forza militare dell’Alleanza Atlantica.

 L’Iran continuerà a giocare la sua carta della “internazionale sciita” ma senza operazioni brusche o pericolose, che potrebbero isolarla dalla Russia, inevitabile alleato globale, e dal “campo sunnita”, che ha tutto l’interesse a avvicinare lo scontro con Teheran.

 Ma up to a point, fino a un certo punto.

  Nessuno, a Riyadh e altrove, vuole lo scontro militare  con l’Iran, visto che le proprie minoranze sciite sono ormai attive sul loro stesso territorio.

 E la tenuta stessa dei loro Stati sarebbe in pericolo, è proprio questo che gli ha detto Shamkhani.

 La Russia, poi, rimarrà in Siria fino al raggiungimento di  tre  obiettivi strategici essenziali: l’eliminazione di ogni proxy degli USA, jihadista o meno, lo stabilimento di una serie di alleanze, anche con i nuovi USA di Donald Trump, per monitorare le tregue e la stabilità interna della Siria sempre sotto Bashar el Assad, l’accordo infine  con la Turchia per le aree di interesse, per Ankara, in territorio siriano e iraqeno.

Poi, a lato, vi è il controllo delle mire iraniane, che per Mosca sono e devono essere solo regionali e di protezione dei suoi confini.

Mosca non vuole costruire la sua “Arabia Saudita” sciita a cui legarsi in un quadrante dove l’autonomia strategica è il dato essenziale, per chi sappia fare la guerra e quindi la pace.

 Ecco, questo accade, mentre l’UE fa finta di esistere e il più ampio regime change dei nostri tempi avviene non in Siria, ma a Washington.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France